Stasera in tv su Rai Storia alle 21,10 La proprietà non è più un furto di Elio Petri

Apologo grottesco e brechtiano, frontalmente politico, ma non schematico, scritto dalla solida coppia Elio Petri-Ugo Pirro. Il regista aggiunse un altro tassello al suo personale discorso “sulla nascita della disperazione in seno alla sinistra”. Aspramente criticato all'epoca della sua uscita ebbe un buon successo di pubblico. Ottimi Bucci, Tognazzi e Nicolodi

  • Anno: 1973
  • Durata: 126'
  • Genere: Grottesco
  • Nazionalita: Italia, Francia
  • Regia: Elio Petri

Stasera in tv su Rai Storia alle 21,10 La proprietà non è più un furto, un film del 1973 diretto da Elio Petri con Flavio Bucci e Ugo Tognazzi. L’opera, comunemente, si considera far parte della cosiddetta “trilogia della nevrosi“, un trio di film composto da Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto (“nevrosi del potere“) e La classe operaia va in paradiso (“nevrosi del lavoro“), che si completa con un’analisi della “nevrosi del denaro“. Inserito in concorso al Festival di Berlino e presentato alle Giornate del cinema di Venezia del 1973, il film non ottenne riconoscimenti. Seppur sequestrato in Italia per oscenità e offesa al pudore, fece infine registrare un buon successo di pubblico, grazie alla trovata del distributore Goffredo Lombardo che lo distribuì come film del genere commedia all’italiana, vista anche la presenza di Tognazzi nel cast. Sceneggiato dalla coppia fissa Elio Petri-Ugo Pirro, con la fotografia di Luigi Kuveiller, il montaggio di Ruggero Mastroianni e le musiche del maestro Ennio MorriconeLa proprietà non è più un furto venne aspramente criticato dalla sinistra dell’epoca e massacrato propri colleghi del regista, sebbene, in realtà, si trattasse di un film profetico in grado di delineare, seppur in maniera approssimativa, le dinamiche socio-economiche di un’Italia proiettata nei rampanti anni ’80. Con Ugo Tognazzi, Flavio Bucci, Daria Nicolodi, Salvo Randone, Luigi Proietti, Mario Scaccia.

Sinossi
Total, giovane impiegato di banca, è allergico al denaro, gli fa schifo toccarlo e disprezza chi lo possiede. Convinto che il mondo sia fatto di ladri, quelli che si professano tali e quelli che si arrichiscono alle spalle degli altri, crede di aver individuato un appartenente alla seconda categoria in un macellaio cliente della banca per cui lavora. Decide di prenderlo di mira.

Ugo Pirro: “Il titolo che mi venne in mente spiega la nostra eccitazione di quei giorni privi di quiete; proposi, memore di Proudhon, La proprietà non è un furto, Elio vi aggiunse un più e il titolo del nostro progetto divenne La proprietà non è più un furto. […] Era tanta la libertà di cui in quel momento godeva il nostro cinema da sorprendere anche noi stessi. C’era da parte di molti autori il proposito di sfidare la censura, provocarla, ma fare addirittura un film sulla proprietà, quello no, era un gesto eversivo insopportabile, toccava qualcosa di duro che era dentro ognuno di noi, di cui non ci rendevamo conto del tutto”.

Nel 1973 Elio Petri con La proprietà non è più un furto aggiunse un altro tassello al suo personale discorso sull’attualità socio-politica e “sulla nascita della disperazione in seno alla sinistra”. Qui, in realtà, vola più in alto mettendo per immagini e parole (con il contributo dell’imprescindibile Ugo Pirro alla sceneggiatura) un apologo grottesco sull’essere e sull’avere, sul concetto di proprietà e di denaro, sulla trasgressione e sulla sessualità. I protagonisti si introducono con dei monologhi rivelatori sulla loro funzione meta filmica e sono simboli metaforici e allegorici. Total (Flavio Bucci) è un idealista che si ribella al sistema rimanendone vittima, la sua malattia è il voler essere e avere insieme. Il macellaio (Ugo Tognazzi) è un ricco volgare e furbo, rappresenta il capitale, in lui è l’avere che domina sull’essere. Anita (Daria Nicolodi) è la commessa-amante, oggetto di piacere, di lussuria e di facile manovra umana. Albertone è un artista che ruba per conto terzi e recita rubando identità. Il brigadiere Pirelli (Orazio Orlando) è il tutore dell’ordine che dice: “Senza di noi il furto diventa un diritto, legge e i ladri dei rivoluzionari”; dimostrerà di essere solo un marchingegno ad uso e consumo del potere (il macellaio in questo caso). La rappresentazione di Petri della classe rampante piccolo-borghese espressa nella figura del macellaio dà la visione più chiara e tagliente di coloro che nel nostro paese si erano arricchiti, se vogliamo, con il sudore della fronte, ma macchiandosi di un’assoluta mancanza di rispetto per la legalità, di ogni senso del bene comune nel loro escogitare le furberie più varie, pur di aumentare il proprio grado di livello sociale: diventare così i nuovi ricchi ad emulazione della nostra già contraddittoria e povera (di senso dello stato) borghesia. Dall’altra parte Total, un modestissimo impiegato di banca, poi disoccupato, che nella propria bramosia di rivolta sociale (sottrarre i beni al macellaio) confonde gli ideali nobili di giustizia con il sentimento dell’invidia: malato, anch’egli ci mostra come il possesso possa essere allora davvero considerato una disturbo. Già nel suo primo lungometraggio, L’assassino (1961), Petri ci aveva messo in guardia sulla situazione italiana che, deteriorandosi, vedeva emergere squallidi e disumani personaggi in un clima sociale pre-boom economico. La proprietà non è più un furto, sommersa, alla sua uscita nel 1973, da critiche pesanti, spesso dovute a superficialità e prese di posizione rigide, si mostrava, come ben affermava il suo autore, una chiave di lettura dell’Italia, oramai uscita dal periodo cosiddetto del boom economico e, quindi, piombata nel pieno della crisi petrolifera, dando allo spettatore una visione spietata sugli italiani che si erano oramai resi espressione ‘viva’ del paese. Comunque la si pensi, quello di Petri fu un film che lasciò il segno, un’opera pessimista, complessa e suggestiva come le musiche di Ennio Morricone, le scenografie di Gianni Polidori e le luci di Luigi Kuveiller.

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Utlima modifica: 4 Maggio, 2019



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