Stasera in tv su TV 2000 alle 21,05 La bicicletta verde, il film della prima regista donna saudita Haifaa al-Mansour

Primo film girato integralmente in Arabia Saudita e primo a essere diretto da una donna (con walkie talkie dal retro di un camioncino, per sfuggire alle denunce), La bicicletta verde è una piccola grande opera di dolce e penetrante realismo. Un film dalla grazia rivoluzionaria, un distillato di denuncia sociale fatta con garbata consapevolezza stilistica

  • Anno: 2012
  • Durata: 102'
  • Distribuzione: Academy Two
  • Genere: Drammatico
  • Nazionalita: Arabia Saudita, Germania
  • Regia: Haifaa al-Mansour

Stasera in tv su TV 2000 alle 21,05 La bicicletta verde, un film del 2012 scritto e diretto da Haifaa Al-Mansour, regista e sceneggiatrice saudita, prima regista donna dell’Arabia Saudita. Il film ha ottenuto una candidatura ai BAFTA, In Italia al box Office La bicicletta verde ha incassato nelle prime quattro settimane di programmazione 232 mila euro e 43,1 mila euro nel primo weekend. Con Waad Al-Masanif, Abdullrahman Algohani, Reem Abdullah, Sultan Al Assaf, Ahd Kamel.

«Il film non racconta una grande storia, bensì una piccola: la storia delle emozioni provate da alcuni dei protagonisti, una bambina e sua madre, e le vite dei personaggi all’interno della società», spiega la regista Haifaa Al Mansour, «infatti non credo che la gente voglia vedere un film come una lezione, ma vivere un’avventura che sia toccante e d’ispirazione». La sua stessa biografia professionale ha punti in comune con la battaglia di Wadjda: Haifaa è la prima donna regista in un Paese in cui le sale cinematografiche sono vietate e in cui è difficile trovare donne e ragazze disposte a stare in pubblico per essere riprese. Racconta: «Occasionalmente dovevo scappare a nascondermi nel furgone di produzione, in alcune aree più tradizionaliste dove le persone avrebbero disapprovato una regista donna che svolge il lavoro assieme ad un set dove lavorano tutti uomini. Qualche volta ho tentato di dirigere da dentro il furgone attraverso l’uso di un walkie-talkie, ma mi sentivo frustrata e alla fine uscivo per dirigere di persona».

Sinossi
Wadjda è una bambina di 10 anni che vive alla periferia di Riyadh, la capitale Saudita. Nonostante viva in un mondo tradizionalista, Wadjda è una bambina affettuosa, simpatica, intraprendente e decisa a superare i limiti imposti dalla sua cultura.

La bicicletta verde della regista saudita Haifaa Al-Mansour è il primo film girato in Arabia Saudita, e da una donna per giunta, che riserva agli uomini solo ruoli di contorno. Un’opera dalla grazia rivoluzionaria, un distillato di denuncia sociale fatta con garbata consapevolezza stilistica. Sembra una favola tanto è forte il muro del fondamentalismo religioso di stampo sessista che la piccola Wadjda cerca di scalfire, semplicemente assecondando il candore dei suoi desideri più autentici. Del resto, il cinema prodotto in quella parte del pianeta ha spesso usato i ragazzi come protagonisti principali delle storie che racconta, come a voler usare il loro sguardo non ancora compromesso per far comprendere meglio la complessità di un mondo irrigidito dall’osservanza acritica delle sue regole, o per alleggerirne i contenuti socio-culturali e le derive “fondamentaliste”. Si pensi, in questo senso, a registi come Abbas Kiarostami (Dov’è la casa del mio amico? ed E la vita continua), Jafar Panahi (Il palloncino bianco e Lo specchio), Bahman Ghobadi (Il tempo dei cavalli ubriachi e Turtles Can Fly) Samira Makhmalbaf (La mela), Amir Naderi (Il corridore). Tutti autori di un cinema “dello sguardo” affatto incline a mostrare una visione tutta pessimistica del loro mondo, intento ad usare gli occhi “vergini” dei bambini per oltrepassare la coltre oscurantista che frena la voglia di evasione di intere popolazioni. Si pensi, altresì, a quanto coraggio hanno avuto questi (ed altri) autori nel condurre fino al limite consentito tale cifra stilistica, quanta rivoluzione praticata dietro la loro macchina da presa, senza il timore di dover sopportare delle ingiurie morali certe e delle condanne possibili. Si pensi ad autori come Jafar Panahi e Keywan Karimi, in carcere per aver fatto del cinema “non allineato ai valori islamici”, o alla stessa Haifaa Al- Mansour, che per girare questo film ha dovuto nascondersi per evitare di essere vista da occhi maschili. Un aspetto che colpisce di questo cinema è il rapporto dialettico che intercorre tra la serenità ricercata dalla messinscena, tesa a catturare rivoli di poesia dalla vita di tutti i giorni, e i tumulti dell’animo che evidentemente albergano in tutti quelli che compongono il set cinematografico. Un davanti e un dietro la macchina da presa, insomma, che spiega molto di quanto possa fare il cinema per far conoscere realtà poco conosciute, avvicinare cose lontane, mostrandoci assonanze sentimentali ed emotive, seminare il germe della riflessione critica intorno a grandi temi.

La piccola Wadjda produce desideri uguali a quelli di qualsiasi sua coetanea in giro per il mondo. La differenza sostanziale è che lei vive in un contesto sociale che non le consente di esaudirli come vorrebbe, di pensarli come possibili, ma di avere molta difficoltà a raggiungerli. La chiave interpretativa del film (e di questo cinema) sta proprio nel portare a riflettere sulla differenza tra le assonanze esistenti tra le persone, quando ci riferiamo alle loro componenti più intime e sentimentali, e le profonde differenze di comportamento indotte dalle diversissime sovrastrutture sociali che possono incombere su ogni singolo individuo.

Comprare una bicicletta a una ragazzina dovrebbe essere tra le cose più semplici e naturali da fare, non a Riyad evidentemente, dove pedalare potrebbe addirittura comportare “la perdità della verginità”. Una visione questa che da sola serve a spiegare l’ottusità di un mondo chiuso in se stesso, irriggimentato dal rispetto acritico di regole ataviche. Per questo appare ancor più rivoluzionaria la tenacia di Wadjda, la quale, senza perdersi d’animo e giocando anche d’astuzia, cerca di esaudire il suo innocuo desiderio. Potendo contare anche sulla docile severità della madre che se da un lato sembra assecondare senza indugi il sistema di leggi che regolamenta la sua pigra esistenza, dall’altro lato rappresenta la dimostrazione palese che mai si potrà raggiungere la piena felicità se si continuerà a essere donne sottomesse. Tra le due esiste una forma di complicità assai vitale, che non sembra essere solo di natura filiale, ma anche il frutto consapevole di una solidarietà al femminile che vuole iniziare a farsi strada (e il tenero finale sembra stare lì a confermare questa impressione). Una complicità che non è ancora aperta opposizione contro la protervia maschile, tutt’altro, ma che potrebbe diventarlo, insinuandosi furtiva dentro le fessure di mura inossidabili. Perché esprime una naturale voglia di normalità in un mondo che tende a negarla con rigore scientifico. Esattamente quello che tenta di fare Haifaa Al-Mansour con La bicicletta verde: ritrarre questa voglia di normalità attraverso il desiderio di Wadjda di possedere una bicicletta, un desiderio difeso con tenacia contro l’oscurantismo sessista del mondo dei grandi. Il tutto fatto in maniera leggera, sobria, affatto verbosa, portando il film a somigliare a una sorta di favola per adulti. Film da vedere, fosse solo per scoprire la bravura d’attrice della giovanissima Waad Mohammed e ammirare la bellezza imbarazzante di Reem Abdullah, troppa per rimanere nascosta. Ottimo cinema.

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Utlima modifica: 2 Maggio, 2019



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