The Brink – Sull’orlo dell’abisso: intervista alla regista del film, Alison Klayman

Partendo dalla controversa figura di Stephen Bannon, ex stratega della campagna elettorale di Donald Trump, The Brink entra nella stanze della politica per gettare uno sguardo su ciò che di solito rimane sconosciuto. Nel farlo, la regista Alison Klayman adotta un punto di vista personale, raccontando il personaggio e il suo contesto all'interno di una cornice equilibrata e lontana dallo stile aggressivo e dal radicalismo intellettuale utilizzato dal Moore di Fahrenheit 9/11

  • Anno: 2019
  • Durata: 91'
  • Distribuzione: Wanted Cinema
  • Genere: Documentario
  • Nazionalita: USA
  • Regia: Alison Klayman
  • Data di uscita: 29-April-2019

Negli Stati uniti c’è un grande interesse per i film incentrati sui protagonisti della vita politica come dimostrano le nomination ricevute da Vice – L’uomo nell’ombra. Facendo riferimento a due film che più o meno direttamente si ricollegano al tuo, parlo di Fahrenheit 11/9 di Michael Moore e American Dharma di Errol Morris, The Brink dove si colloca?

Diciamo che per quanto mi riguarda il modello a cui mi sento più vicina è quello di Citizen Four di Laura Poltras, perché è un cinema molto reale, del genere veritè; politico e assolutamente non neutrale. L’ultima cosa che vorrei è che le persone vedessero The Brink come un lungometraggio imparziale, perché in realtà non è questo il mio intendimento. Ciò detto, il film è giusto, non polemico ed è per questo motivo che ho eliminato le interviste, preferendo avvicinarmi alla politica con un approccio per lo più osservativo.

Sviluppi il film secondo due filoni narrativi: il primo ha un andamento orizzontale, seguendo come fosse un thriller gli esiti delle  elezioni del Midterm 2018. Il secondo, invece, procede in maniera verticale, portando gradualmente alla luce la personalità di Bannon. L’efficacia di tale costruzione, però, deriva dal fatto che, pur essendo di parte, il film non argomenta in maniera aggressiva e facinorosa ma si muove all’interno di un contesto equilibrato e tale da non spaventare il pubblico come a suo tempo aveva fatto Moore con Fahrenheit 9/11.

Si, sono d’accordo con te sul fatto che il film sia costruito su questi due filoni narrativi, ma a me interessava soprattutto la parte politica, un po’ per lo stile del film, un po’ per il tipo di accesso che ho avuto per poter fare le riprese. Io stessa non ho deciso di fare il film perché fossi particolarmente affascinata da Steve Bannon e dalla sua immagine. Devo dire, però, che è stato un bene per il film avere a che fare con lui perché è una figura complessa, su cui c’è tanto da dire. Molte persone sanno chi è, perché hanno avuto modo di incontrarlo da vicino, ma altre sono curiose di saperne di più su di lui. The Brink è stato un modo per entrare nella politica e guardare ciò che avviene al suo interno e non necessariamente il mezzo per scoprire la personalità di Bannon. Certamente, per autori interessati a un cinema umanista questa sarebbe stata la parte predominante, ma per me la cosa più interessante del film è stata quella di guardare l’altra faccia della politica, che di solito non ci fanno vedere.

In merito alla seconda parte della tua affermazione, ciò che dici mi trova d’accordo. La tua è una buona posizione: in realtà la mia arma per poter fare critica all’interno del film è stata quella di non essere aggressiva, oppure troppo di parte. Ovviamente, quando le persone vedono il film vengono a contatto anche con il punto di vista del regista e di questo sono contenta perché il mio scopo era quello di mostrarlo, senza uscire fuori dalle righe. Se così avessi fatto, avrei ottenuto l’effetto opposto, chiudendo la mente degli spettatori che sarebbero tornati a casa con opinioni più ristrette di prima. Magari The Brink non sarà in grado di far cambiare idea alla maggior parte degli spettatori ma è pur vero che siamo in tempi abbastanza polarizzanti, in cui ci sono estremi che vanno in direzioni opposte. L’importante è capire che c’è anche qualcosa che sta nel mezzo. Il mio approccio è quello di stimolare un’apertura, ma anche di costruire una storia senza urlare la sua conclusione.

Bannon afferma di non avere paura dei media ma, anzi, di usarli per la diffusione del suo pensiero. Penso che sa sia stato con questo intento che abbia accettato di farsi filmare: per cui ti chiedo quale sguardo hai utilizzato per controbilanciare l’utilitarismo del tuo interlocutore.

Si, diciamo che avevo un mantra giornaliero in cui mi dicevo: “non sottovalutarlo, ma facciamo in modo che lui sottovaluti te”. Detta in altre parole, lui pensava di usarmi, ma in realtà è successo il contrario. Non ero mai rilassata nel momento delle riprese: cercavo di realizzare qualcosa ma allo stesso tempo mi presentavo da lui con una curiosità mista a scetticismo perché non mi fidavo di quello che vedevo o di quello che lui mi voleva far vedere. È vero che si trattava di un cinema veritè e quindi di un film in cui era necessario essere presente e capire ciò che succedeva, però alle volte era lui a decidere cosa farmi filmare. Per contro, la mia forza stava nel fatto di avere il controllo dell’editing e, quindi, della possibilità di ricomporre a modo mio quello che lui mi aveva concesso. La questione dei media è vera perché lui approfitta molto delle opportunità offertegli dal flusso di notizie quotidiano. Però il film non riguardava soltanto lui ma anche quello che c’era intorno, quindi un movimento molto più grande, relativo al modo in cui questa politica riesce a fare presa sulle persone. Trattandosi di un film veritè e dunque di un documentario un po’ diverso dal normale modo di fare cinema e giornalismo, The Brink mi ha permesso di avere uno spazio artistico nel quale ho potuto comporre la storia in modo da dargli la forza che volevo.

Una delle cose che The Brink mette a fuoco è la particolarità del linguaggio utilizzato dal protagonista. Bannon parla spesso di male e di energie negative ma l’accezione metafisica di queste immagini è sempre bilanciata da un’iconografia che si rifà a esempi di vita quotidiana. Durante i comizi si muove come un predicatore, affermando di voler convertire le persone che lo ascoltano. Avendolo seguito nella sua campagna elettorale che idea ti sei fatta?

Si, è vero tutto quello che dici, sono pienamente d’accordo al punto che non aggiungerò più di tanto perché ripeterei la tua stessa domanda. Quindi la sposo perfettamente. Ovviamente, le persone si chiedono cosa voglia veramente: se potere, ricchezza o solo diffondere la sua ideologia. Io non direi che una cosa sia più giusta dell’altra, diciamo che tutte sono vere, per cui anche io mi allineo ai contenuti della tua domanda.

Bannon è il rappresentante di un nuovo modo di fare politica. Alla stregua di altri colleghi – anche italiani – egli agisce come fosse un imprenditore. La gestione del bene comune non rientra nei suoi orizzonti perché in qualità di venditore a lui interessa solo rendere appetibile la sua offerta. Come cittadini mi pare che ancora non abbiamo capito la maniera di confrontarci con essa e, in qualche modo, a difenderci dalle sue lusinghe. Da questo punto di vista, The Brink offre la possibilità di diventarne un po’ più consapevoli.

Si, chiaramente ciò che dici è azzeccato e anche appropriato. Diciamo che per me era molto importante la parte introduttiva, perché doveva mostrare quanto Steve Bannon fosse appassionato dalla strategia politica, non tanto dal gioco quanto dal risultato. Quando, per esempio, facciamo vedere un inserto sugli orrori della Germania nazista lui ripete di voler scindere la politica dalla morale, quindi da venditore e uomo d’affari anche in questo campo si muove e agisce senza tenere conto dell’etica. In realtà, per le persone risulta difficile percepire la differenza tra questo tipo di male, staccato dalla morale, e quello presente tutti i giorni nel suo modo di fare politica, di concepire il razzismo e di intendere l’immigrazione. Dunque, è vero che dobbiamo trovare i mezzi per contrastare questo tipo di negatività e che il film abbia tra i suoi scopi quello di fornire alle persone gli strumenti per farlo. Il film rimane una sfida perché vuol far vedere un lato di lui che le persone non conoscono. Lui gioca con la politica e, come ho detto prima, la destra non si sconfigge da sola. Se non saranno le persone a capire quali potrebbero essere i mezzi per riuscirci o a conoscere cosa succede dietro le quinte, la destra da sola non finirà. Sul finire del film ci sono anche voci femminili che, nel loro idealismo, sono convinte della bontà delle idee di Bannon e sulla capacità che esse hanno di migliorare la loro vita, ma per me non è così perché la sinistra avrebbe molto di meglio da offrire. Bannon deve stare al gioco e cercare di trovare slogan in grado di attirare su di lui l’attenzione delle gente e dei media. Se non facesse così finirebbe per essere schiacciato dalle proposte dei suoi avversari. In definitiva, penso che lui venda razzismo, crudeltà e sostegno alle classi più ricche.

Utlima modifica: 22 aprile, 2019



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