Stasera in tv su Iris alle 21 Un mondo perfetto di Clint Eastwood con Kevin Costner

Una lenta discesa verso la tragedia, accompagnata da una violenza stupida e priva di dialogo. Clint Eastwood riesce a costruire un perfetto ingranaggio, mettendo in scena una critica feroce e sarcastica della società americana attraverso un mix di ironia e dramma, riflessione acuta e divertissement

  • Anno: 1993
  • Durata: 138'
  • Genere: Drammatico
  • Nazionalita: USA
  • Regia: Clint Eastwood

Stasera in tv su Iris alle 21 Un mondo perfetto (A Perfect World), un film statunitense del 1993 diretto da Clint Eastwood, con Kevin Costner, Clint Eastwood, Laura Dern, T.J. Lowther, Keith Szarabajka, Leo Burmester. Mentre Eastwood stava realizzando Nel centro del mirino, gli è stata assegnata la sceneggiatura di Un mondo perfetto. Era anche nel bel mezzo delle nomination agli Academy Awards con Gli spietati e ha visto Un mondo perfetto come un’opportunità per lavorare solo come regista e prendersi una pausa dalla recitazione. Tuttavia, quando Kevin Costner è stato avvicinato con la sceneggiatura del film, ha suggerito che Eastwood sarebbe stato perfetto per il ruolo del Texas Ranger Red Garnett. Eastwood accettò, rendendosi conto che il suo film non sarebbe stato così significativo se fosse solo stato dietro la macchina da presa. Con Kevin Costner, Clint Eastwood, T. J. Lowther, Laura Dern, Keith Szarabajka.

Sinossi
Siamo dalle parti di Dallas, nel novembre del 1963. Butch Haynes evade di prigione con un compagno violento che finisce col dover uccidere. Le circostanze lo “costringono” a prendere come ostaggio il piccolo Philip. Mentre fra l’uomo e il bambino si instaura un rapporto amichevole, la caccia all’evaso è guidata dal ranger Red Garnett, un onest’uomo, cosa che non si può dire di tutti coloro che collaborano con lui. In questo “mondo perfetto” si può assassinare un presidente e una caccia all’uomo può risolversi in un omicidio legalizzato.

No, non sono un brav’uomo. Ma non sono neanche il peggiore. Appartengo ad un altro Mondo!”. Ecco, forse in questa frase è racchiuso tutto il senso di quest’operazione sociologica firmata da Clint Eastwood, vero trattato di psicologia cinematografica apripista dell’Enciclopedia della Comunicazione del Novecento firmata dal regista negli ultimi vent’anni, che in seguito parlerà di riscatto, pedofilia, disagi minorili, eutanasia, etc. Stavolta sceglie i primi anni ’60 dell’omicidio Kennedy (ma il film è ambientato circa tre settimane prima che succeda ciò), delle dittature comuniste, della Guerra Fredda, delle riflessioni filosofiche e ambiguamente fasciste del romanzo A clockwork orange di Burgess e del film Mondo Cane (il mondo è dominato dalla violenza e tutto ciò che gira attorno ad essa, in sintonia con l’ideologia del romanzo di Burgess).

Dietro gli stilemi classici del detenuto in fuga inseguito da mezza polizia Eastwood imbastisce una critica feroce e sarcastica della società americana attraverso un mix perfetto di ironia e dramma, riflessione acuta e divertissement. Un’analisi nascosta, come sempre nei suoi film, dietro i piccoli dettagli, i brevi scambi di battute, i fugaci personaggi che si avvicendano all’interno della narrazione. Dal governatore all’anonima cassiera, dal detenuto al poliziotto tutti hanno la loro parte nella decostruzione dell’utopistico sogno americano, persino i ruoli normalmente positivi, come una madre abbandonata dal marito o l’uomo di colore sotto padrone. Non importa se in questo ci sia slealtà o assoluta buona fede; ancora una volta, per parafrasare un altro grande film, “se cercate il colpevole non c’è che da guardarsi allo specchio”. Un mondo perfetto è la prova che il buon Eastwood è tutt’altro che un semplice repubblicano.

Un mondo perfetto sembra rispecchiarsi in Badlands di Terrence Malick, ma quella era una ribellione nei confronti dei padri. Mentre qui vi è un’assenza dei padri e come scrisse la giornalista del New York Times, Janet Maslin, il film di Eastwood è “l’eredità degli uomini ai loro figli” e le “frustrazioni e i loro fallimenti nell’educarli“. Così il personaggio galeotto, interpretato da Kevin Costner, finisce per identificarsi con quello del bambino ostaggio. Entrambi abbandonati dai loro padri, vivono la fuga come una sorta di riscatto. Il bambino mai prigioniero, ma compagno di fuga. La simbiosi è inevitabile. Ma il film sembra suggerirci l’universalità del tema. Eastwood, ogni qual volta sembra toccare le corde dell’intimismo, ci restituisce il senso collettivo, mai individuale. Perché contestualizzare il film in uno dei periodi più neri della storia americana? Perché Kennedy era il padre degli Stati Uniti d’America e la sua morte ha reso orfana un’intera nazione. La morte di un padre, non è solo sgomento, ma perdizione, la presa di coscienza di quanto si è soli in un mondo (im)perfetto. Il finale del film è esemplare. Quando ormai sembra essersi creato tra il fuggitivo e il bambino un rapporto padre-figlio, la figura paterna viene di nuovo a mancare, per l’ovvia ingiustizia sociale. Ogni senso di giustizia, ogni romanticismo viene annullato, frantumato con quell’amarezza che solo Eastwood sa lasciare. L’unico destino possibile è quello della sconfitta.

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Utlima modifica: 17 Aprile, 2019



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