Cyrano Mon Amour: intervista al regista del film, Alexis Michalik

"Tutto è cominciato quando ho visto Shakespeare in Love vent’anni fa e mi sono detto che era un’operazione geniale, domandandomi come mai non avessimo fatto la stessa cosa con un autore francese". Inizia così la nostra conversazione con Alexis Michalik, regista di Cyrano Mon Amour, opera prima dedicata a Edmond Rostand e alla stesura della sua opera più celebre.

  • Anno: 2018
  • Durata: 109'
  • Distribuzione: Officine UBU
  • Genere: Commedia
  • Nazionalita: Francia
  • Regia: Alexis Michalik
  • Data di uscita: 18-April-2019

Mi sembra che Cyrano Mon Amour è più cose messe insieme: innanzitutto è la versione cinematografica di un’opera teatrale, ma è anche una commedia di costume che si può vedere senza sapere la storia di Cyrano. Allo stesso tempo è un biopic. D’altronde, i contenuti potrebbero essere il making of di un allestimento teatrale, come una riflessione sul rapporto tra arte e vita, sul cinema, sul teatro e sull’amore. Da dove sei partito e come hai proceduto per trovare la forma adatta a una materia cosi ricca ed eterogenea?

Tutto è cominciato quando ho visto Shakespeare in Love vent’anni fa e mi sono detto che era un’operazione geniale, domandandomi come mai non avessimo fatto la stessa cosa con un autore francese. Poi, dopo aver letto Cyrano de Bergerac, diventata una delle mie opere preferite, sono rimasto sbalordito nell’apprendere non solo dell’incredibile successo riscosso il giorno della sua prima rappresentazione ma che Rostand lo avesse scritto a soli 29 anni, quando ancora nessuno credeva nelle sue capacità. Da qui la decisione di raccontare questa storia senza farne, però, un documentario. Volevo realizzare un po’ un omaggio a quell’epoca e allo stesso Edmond. Come sapete Rostand aveva preso Cyrano De Bergerac che era un personaggio realmente esistito, un autore del 17esimo secolo che aveva scritto opere teatrali, molte delle quali sono a tutt’oggi sconosciute, e da lì aveva inventato la storia del triangolo amoroso e tutto quello che ne consegue. Io ho fatto un po’ la stessa cosa: cosi come Rostand aveva preso un personaggio reale inserendolo in una storia di finzione, io ho preso la vicenda di Edmond che scrive Cyrano de Bergerac per raccontare ciò che si vede nel film. Anche io ho messo insieme personaggi reali, come gli attori e gli autori teatrali, e altri inventati, necessari per creare a mia volta un nuovo triangolo amoroso. Narrare di come Rostand avesse creato Cyrano equivaleva a esplorare i meccanismi della creazione teatrale e a capire come nasce un’opera. Io sono soprattutto un autore teatrale, so da dove viene la prima ispirazione e come essa si lega alla vita vera. Ho poi voluto mettere in questo film quella che è l’essenza di Cyrano, ossia il romanticismo, l’eroismo, il triangolo amoroso e la memorabile scena del balcone.   

Il film è un omaggio al teatro e al mestiere dell’attore. Una delle interpreti dice che gli attori sono artigiani dell’effimero. Secondo te, invece, alla luce di questa esperienza, il regista che cos’è e quali sono le differenze tra esserlo a teatro e al cinema?

Si tratta di una domanda complessa. Più che del ruolo del regista parlerei di quello del creatore. Io mi considero un narratore di storie, ma non vedo troppa differenza tra questa fase e quella della successiva messa in scena, anche perché faccio entrambe le cose. Le storie su cui mi impegno sono quelle che mi hanno colpito. Non importa quale ne sia il motivo, ma conta il fatto di pensare che la commozione che mi provocano possa riguardare anche lo spettatore. Nell’antichità le opere teatrali servivano come catarsi rispetto ai problemi della vita: guardando le sofferenze dei personaggi lo spettatore si sentiva sollevato da quelle che lo riguardavano. Ancora oggi è così, a teatro come nel cinema. Si tratta di trascorrere due ore con una determinato universo, dimenticandosi per un attimo della propria esistenza.

Non vedo così tante differenze nel lavorare al cinema o al teatro. Sicuramente sono due mezzi diversi, ma a volte sono più grandi le differenze tra due piece teatrali che tra queste e un film. Come regista, in entrambi i casi si tratta di dirigere gli attori, raccontare una storia, creare un equipe capace di lavorare insieme. Jouvet (Louise, ndr) diceva: “In teatro si recita, al cinema abbiamo recitato”. Come per dire che una volta fatto, il cinema non si può cambiare. In teatro, invece, ogni rappresentazione può essere diversa dall’altra. In sostanza, vedo troppe cose in comune per sottolinearne le differenze. Forse, se ce n’è una importante è il rapporto con il tempo, perché il teatro può essere più, diciamo così, atemporale del cinema, in quanto difficilmente i film resistono al passare dei lustri, essendo più legati al momento storico in cui vengono fatti, mentre alcune piece possono continuare a essere viste come fosse la prima volta.

Nel film esiste una grande rivalità tra Feydeau e Rostand. Mi chiedevo se si tratta di un fatto documentato o di un’invenzione romanzesca e, ancora, perché hai scelto di recitare nella parte del primo?

Innanzitutto, non c’era una vera concorrenza tra loro due ma io dovevo trovare la nemesi di Rostand che, prima di scrivere Cyrano, era autore di spettacoli teatrali in versi alessandrini e di nessuna commedia, per cui a soli ventinove anni si considerava già un fallito. Al contrario, Feydeau era autore di commedie molto popolari che avevano avuto tutte un gran successo. Nella vita vera era una persona molto divertente ed empatica. Io l’ho tratteggiato arrogante e rompiscatole perché dovevo creare questa contrappunto al personaggio di Rostand, cosa che a livello cinematografico funziona sempre. Anche se poi, alla fine, lo salvo, perché va a vedere lo spettacolo del suo presunto rivale e si complimenta con lui. So, comunque, che dopo il successo di Rostand ci sono stati molti autori gelosi di lui. Ho scelto Feydeau perché allora era la star della commedia e del teatro. Tra l’altro, con questo film ho voluto rendergli omaggio incamerando nella sua struttura quella del vaudeville in cui c’è grande ritmo, con porte che si aprono e si chiudono continuamente. Per quanto riguarda il mio ruolo, ti posso dire che mi piace recitare e che anche io come Feydeau sono un regista teatrale con un po’ di successo, per cui c’era anche il gioco di interpretare questo ruolo.

Secondo me della teatralità di Cyrano conservi lo stile della recitazione e il romanticismo della messinscena, nel senso che il colore e le scenografie rimandano più a un mondo ideale che reale, mentre della settima arte porti sullo schermo il “cinema-cinema”, quello fatto di grandi musiche, di riprese ad ampio respiro, caratterizzate dall’ubiquità della macchina da presa. Volevo sapere se era così che avevi pensato il film e, ancora, chiederti qual è l’idea che sta dietro a una delle ultime sequenze, quella in cui ad un certo punto la quinta del teatro sparisce e i protagonisti si ritrovano in un ambiente reale.

Per quanto riguarda le scelte cinematografiche ha già risposto con la sua domanda. Posso solo aggiungere che volevo fare una sorta di Meraviglioso mondo di Amelie realizzato con le possibilità del cinema contemporaneo. Da qui l’immagine di Parigi molto idealizzata, anche per il fatto di aver girato in Repubblica Ceca, località adatta a creare una sorta di città dei sogni. Mi sono servito del 3D senza privarmi di immagini di vita reale e di ricostruzioni  in studio, puntando a creare questa grande immagine di Parigi con cui si apre il film per permettere al pubblico di tuffarsi nella realtà dell’epoca. Com’è successo quando abbiamo fatto qualche proiezione di prova in alcuni istituti scolastici e gli studenti, dapprima spaventati dalla presenza del contesto teatrale, si sono calati subito nella storia e nessuno si è addormentato. Riguardo all’ultima scena, volevo ricreare quello che spero succeda al pubblico quando sta a teatro: l’immersione nella storia gli fa dimenticare le quinte, il sipario, le scenografie, catapultandolo nel cuore dell’azione. Così, a un certo punto del film, il palco si trasforma negli esterni di un convento francese che abbiamo trovato nel sud della Francia, dove esisteva questa chiesa vicino a Tolosa in cui c’era un cedro del Libano di duecento anni, utilizzato nelle riprese per ricreare la meraviglia con cui il pubblico accolse la prima della piece di Rostand.

Olivier Gourmet nel film ha un doppio ruolo: quello di Gustave Coquelin, uno degli attori più famosi dell’epoca e, ovviamente, Cyrano. Almeno in Italia è la prima volta che lo vediamo in un ruolo brillante e non in uno dei film dei fratelli Dardenne. La sua è una prova per certi versi sorprendente. 

Be, sicuramente Gourmet difficilmente lo vediamo fare commedie perché di solito interpreta il personaggio del duro e del cattivo, oppure è protagonista nei drammi dei fratelli Dardenne, mentre lui, nella vita, è l’uomo più gentile e simpatico che ci sia. È anche un attore sublime, che era la qualità necessaria per interpretare il divo teatrale Constant Coquelin e nello stesso tempo Cyrano. Lui è stato felicissimo quando l’ho chiamato: tra l’altro è allergico alle protesi e nonostante questo si è sottoposto ogni giorno a otto ore di trucco. Ma devo dire che anche avere nel cast un attore come Dominique Pinon mi ha dato l’opportunità di realizzare un altro sogno.

Utlima modifica: 17 aprile, 2019



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