A distanza di undici anni dal dittico di Guillermo Del Toro, arriva Il nuovo Hellboy di Neil Marshall

A soli undici anni dall’ottimo quanto sottovalutato Hellboy – The Golden Army, il nuovo film di Neil Marshall non reinventa, né spinge in avanti, il livello di modernità tecnologica del dittico di Guillermo Del Toro

  • Anno: 2019
  • Durata: 120'
  • Distribuzione: M2 Pictures
  • Genere: Azione, Avventura, Fantasy
  • Nazionalita: USA
  • Regia: Neil Marshall
  • Data di uscita: 11-April-2019

Gli amanti dei cinecomic sostanzialmente si dividono in due macrocategorie. Ci sono gli “indulgenti”, talmente entusiasti di vedere tradotte in immagini le loro amate graphic novel da difettare sovente di senso critico, arrivando a digerire – all’apparenza quasi sforzandosi di farseli piacere – perfino polpettoni indifendibili come il Batman v Superman: Dawn of Justice di Zack Snyder o l’ugualmente poco riuscito, sebbene sulla carta ben più promettente, Suicide Squad. Per non parlare, poi, delle derive trash del recente Aquaman firmato James Wan. A questi si contrappone la schiera degli “esigenti”: dotti e severi difensori degli universi condivisi, molto più simili a esegeti delle sacre scritture che non a semplici fruitori di prodotti, il cui obiettivo primario, in fin dei conti, resta pur sempre quello di intrattenere. Per gli esigenti qualsiasi deviazione, anche minima, dal testo originale equivale a un tradimento che va lavato con il sangue. Per semplificare, potremmo dire che se i cinecomic fossero vini, il primo gruppo sarebbe composto per lo più da bevitori di bocca buona (magari anche un po’ tendenti all’etilismo), mentre il secondo da raffinati sommelier.

Tutto questo per dire che gli indulgenti, con ogni probabilità, apprezzeranno Hellboy. Ne gradiranno l’umorismo di grana grossa – nulla di politicamente scorretto, per carità, non siamo dalle parti di Deadpool – e le derive di gore ultradigitale punteggiate da una colonna sonora fieramente hard rock, senza curarsi troppo dell’allure indiscutibilmente tamarra dell’intera operazione. Gli esigenti, invece, sebbene consapevoli di come la natura del film rispetti di fatto uno stile – quello di Mike Mignola, creatore, ormai trent’anni fa, della saga di Hellboy – che non è mai stato questo modello di raffinatezza, potrebbero non amarlo per il modo che ha di comprimere in sole due ore tanto di quel materiale narrativo che, per contenerlo, forse non basterebbe un’intera stagione di una serie TV.

Fuori dalla boutade enocinematografica, ciò su cui però entrambe le categorie di spettatori non dovrebbero fare a meno di interrogarsi, una volta usciti dalla sala, riguarda l’effettiva necessità di un reboot che, a soli undici anni dall’ottimo quanto sottovalutato Hellboy – The Golden Army, non reinventa, né spinge in avanti, il livello di modernità tecnologica del dittico di Guillermo Del Toro. Tanto più che quest’ultimo, rivisto oggi, sembra invecchiato pochissimo e bene. Più che dell’effettiva riuscita di Hellboy, sarebbe quindi il caso di discutere proprio della sua opportunità produttiva. L’impressione è infatti – basti pensare al caso limite de I Fantastici Quattro – che sempre più spesso le major hollywoodiane mettano in discussione la memoria di breve termine del loro pubblico. E, seppure volessimo giustificarle ammettendo che un ventenne di oggi, quando è uscito il primo Hellboy, aveva solo cinque anni, a quel punto il limite diventa di natura squisitamente tecnica. Perché sfidiamo chiunque a riscontrare la benché minima differenza estetica tra il supereroe demoniaco interpretato nel 2004 da Ron Pearlman e quello, odierno, del comunque notevole David Harbour. Per dire, anche tra il Batman di Tim Burton e quello di Nolan passavano solo sedici anni, ma in quel caso le differenze tra i due approcci al medesimo supereroe erano così macroscopiche da non lasciare spazio ad alcun tipo di paragone, e non solo in termini di passi in avanti fatti nel frattempo dagli effetti speciali.

C’è dunque un solo modo per godere appieno di questo Hellboy: ossia dimenticando Del Toro e fingendo che, prima di questo, non ci siano mai stati altri lungometraggi tratti dalle graphic novel di Mignola. Se si riesce a far questo, il film di Neil Marshall – che, oltre ad aver diretto alcuni tra i migliori episodi di Game of Thrones, è anche autore di cose pregevoli come The Descent, Doomsday e Centurion – diverte, al netto di una serie di flashback necessari a spiegare certi retroscena ma oggettivamente eccessivi. È un film pop e, proprio come certo pop, vagamente “usa e getta”. Perché non esiste alcun dubbio che, tra una decina d’anni, parlando dei film tratti da Hellboy, difficilmente verrà da pensare a questo come primo esempio da citare. Un po’ come per l’Hulk di Ang Lee, per chi se lo ricorda.

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Utlima modifica: 11 aprile, 2019



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