Il mio cinema vuole dare voce a chi non ne ha: intervista a Nadine Labaki, regista di Cafarnao – Caos e miracoli

Trasformando in pura visione due temi fondamentali della cinematografia libanese come la guerra e la religione, Nadine Labaki racconta a suo modo la storia del piccolo Zain, santo bevitore che non possiede nulla e ciononostante fa di tutto per aiutare gli altri. Debitrice dei capolavori del cinema iraniano, come pure di Truffaut, Cafarnao colpisce al cuore grazie a una semplicità che diventa sostanza

Tu prendi due temi fondamentali del cinema libanese, come la guerra e la religione, e li tratti senza retorica, trasformandoli in pura visione: da un parte, infatti, il conflitto viene trasfigurato nella lotta per la sopravvivenza del piccolo protagonista e, dunque, da un punto di vista privato ed esistenziale. Dall’altra, la religione ritorna nel titolo, poiché Cafarnao è la cittadina dove inizia il messaggio evangelico di Gesù; ma, soprattutto, nelle azioni del bambino che, come il Santo bevitore, non ha nulla, ma fa di tutto per aiutare gli altri.

Questi due elementi, in realtà, emergono in maniera naturale. Tutto quello che vedete nel film altro non è che la conseguenza del caos sistemico e di ciò che succede nelle guerre dove si crea e si sviluppa il caos. Non è il risultato di una riflessione a tavolino, fatta prima di iniziare a girare, bensì un segno che si presenta negli strati e nei livelli più profondi della società. Non lo abbiamo mostrato in maniera palese, perché è qualcosa che si percepisce come conseguenza di quello che i conflitti provocano nella società e nelle persone. Come hai detto tu, Zain è una specie di Messia, possiamo considerarlo un po’ il salvatore e, in una certa maniera, il portavoce di tutti i bambini che non si possono esprimere. Però, come ho detto, tutto questo non è il risultato di uno studio, ma la reazione a ciò che abbiamo visto.

Al termine delle riprese aveva cinquecento di girato e ci sono voluti due anni per montare il film. Questo perché ha lasciato liberi gli attori, quindi ha accumulato tanto materiale, o perché si trattava di scegliere quale storia raccontare?

Siamo partiti da una sceneggiatura strutturata e solida, conseguenza di tre anni di ricerche scaturite dalla necessità di scrivere una storia che non fosse frutto della mia immaginazione o di mie idee su privazioni ed esperienze che a me non erano toccate. Per evitarlo, ho dato vita a una profonda ricerca in cui abbiamo visitato le aree più svantaggiate, i quartieri più disagiati. Siamo andati nei centri di detenzione e nelle prigioni; abbiamo parlato con tantissimi bambini, trascorrendo molte ore nelle aule dei tribunali per capire bene come funziona il sistema giudiziario. Tra l’altro, essendo questo un film con bambini e attori non professionisti, sapevamo che sarebbe stato un processo molto lungo. Ci siamo affidati a quello che loro potevano darci, scegliendoli tra quelli che avevano quasi vissuto le stesse esperienze dei personaggi del film, combattuto lo stesso tipo di lotta. Attraverso di loro, abbiamo cercato di dare voce a queste comunità. Nonostante la sceneggiatura fosse molto ben tratteggiata c’è stata molta immaginazione, nel senso che ci sono state cose impreviste e questo ha fatto sì che, seguendole, il girato sia aumentato a dismisura. Di pari passo anche la sceneggiatura è stata più volte riscritta.

Le chiedo se, secondo lei, esiste la speranza che il film aiuti a suscitare un dibattito dal quale si possa creare una struttura capace di aiutare questi bambini. Si è messo in moto qualcosa in Libano?

Cafarnao ha suscitato un gradissimo dibattito, gettando nuova luce sul problema. Credo sia stato fatto un passo importante, ma bisogna comunque ottenere di più. Vi è la necessità che il film esca fuori dai suoi confini cinematografici; solo così potranno nascere – almeno in Libano, dove la mia voce è sentita e dove io vivo – dei movimenti di sostegno e di risoluzione della questione. Credo sia mia responsabilità far sì che qualcosa si smuova, creando le premesse per cambiare il sistema. Una delle intenzioni è quella di organizzare proiezione per i vari ministeri, per i giudici e gli avvocati in grado di far modificare la legge. Non so se il mio sia un atteggiamento troppo ingenuo e se davvero riuscirò a cambiare qualcosa.

Questo film rappresenta una svolta nella sua cinematografia. I precedenti erano commedie che trattavano argomenti sociali in una chiave leggera e brillante. Al contrario, in Cafarno il linguaggio è molto drammatico, per cui ti chiedo se ritieni sia questa la strada sulla quale proseguirai.

Al momento è difficile dirlo. Quando mi viene l’idea per un film diventa una specie di ossessione. Non vado alla ricerca di idee e di spunti, ma sono questi che mi vengono in mente, innescando una serie interminabile di domande. Come artista, la consapevolezza della responsabilità di dare voce alle persone che non ne hanno cambia la tua visione; sapendo che cinema e  film sono tra le armi più potenti per poter mostrare e parlare di certi problemi, non puoi più fare marcia indietro. Da questo punto di vista,  sento che la mia voce debba avere un impatto. Nascendo in una regione “maledetta” –  anche se oggi il mondo sta diventando sempre più come Cafarnao – ho il dovere di trovare dei sistemi alternativi in grado di risolvere il problema.

La struttura narrativa del film – con i bambini che attraversano la città e sfidano i pericoli dei quartieri malfamati – ricorda da vicino certo Neorealismo italiano e soprattutto i grandi capolavori del cinema iraniano. D’altra parte, la ribellione del piccolo protagonista rimanda direttamente a Truffaut. A partire da questa premessa, ti chiedo quali sono stati i modelli del film.

Difficile rispondere a questa domanda, perché non è che avvertissi un certo tipo di ispirazione. Come detto, il film è stato girato in maniera molto istintiva. La sensazione era quella di doverlo raccontare in questa maniera, dunque non c’è stato nulla di costruito, nulla di razionale. Anche il fatto di utilizzare attori non professionisti e di girarlo in maniera molto semplice, con la camera a spalla, è il risultato del film Non è stata un’imposizione nostra sugli attori e sulla storia, bensì eravamo noi ad adattarci al modo di recitare degli interpreti e al modo in cui il film si dispiegava e si svolgeva. In effetti, tu hai colto perfettamente nel segno: nel riguardarlo Cafarnao mi ricorda queste fonti di ispirazione e scuole di cinema che sono assolutamente mie fonti d’ispirazione. Amo il cinema iraniano, amo il Neorealismo. Hai colto perfettamente il punto con il cinema di Truffaut: ciò detto, è stato un qualcosa che è venuto da sé e non il frutto di un’organizzazione a priori.

Utlima modifica: 10 aprile, 2019



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