Bentornato Presidente!: intervista ai registi Giuseppe Stasi e Giancarlo Fontana

In questo momento nelle sale cinematografiche, Bentornato Presidente! di Giuseppe Stasi e Giancarlo Fontana è il sequel del precedente e fortunato lungometraggio di Riccardo Milani. Una satira politica graffiante, con protagonista Claudio Bisio, di cui abbiamo parlato con i giovani registi

  • Anno: 2019
  • Durata: 96'
  • Distribuzione: Vision Distribution
  • Genere: Commedia
  • Nazionalita: Italia
  • Regia: Giancarlo Fontana, Giuseppe Stasi
  • Data di uscita: 28-March-2019

Bentornato Presidente! è un rarissimo caso italiano di sequel che, se possiamo dirlo, è meglio del precedente. Come siete arrivati a dirigere questo secondo capitolo?

GS: Appena sette mesi fa, a luglio, ci è stato dato un trattamento sul quale Bonifaci e il nostro produttore, Nicola Giuliano, stavano lavorando da qualche tempo. Noi ci siamo innamorati a prima vista e abbiamo capito che si poteva tirare fuori un bel film, soprattutto qualcosa che facesse un po’ di satira politica, che si vede troppo poco sui nostri schermi, e che noi abbiamo avuto modo di fare sul web e in tv. Fondamentalmente, il trattamento era quasi un verbale, in chiave ironica, di tutto ciò che avevamo vissuto pochi mesi prima, dal 4 Marzo in poi. Erano anni che si parlava di fare un seguito di Benvenuto Presidente di Riccardo Milani, ma mancava sempre quel qualcosa in più, quella scintilla che facesse decollare la storia: e questa scintilla si è accesa appunto il 4 Marzo, quando i leader della maggioranza hanno pensato bene, dopo mesi, di mettere a capo dell’Italia un illustre sconosciuto ai più, qualcuno che nessuno sapeva che posto e che idee avesse e come parlasse.

La cosa che colpisce di più nel film è che la storia abbia ben poco di inventato: nel senso che sembra, in maniera tragicomica, l’esatta fotografia della nostra situazione e di alcune persone, senza quel salto in più che in genere si fa nel genere comico o grottesco. Ma il film fa ridere lo stesso!

GS: Ma, infatti, per certi versi, le cose negative che ci hanno imputato è che la realtà fosse più comica, probabilmente; inconsciamente neanche volevamo fare un film comico! Noi abbiamo girato, montato, missato mentre stava accadendo, e pensa che le ultime aggiunte sono state fatte in sede di doppiaggio. Noi eravamo dentro al progetto, ma per quanto tu sia dentro devi sforzarti di starne fuori in quanto autore, per poterlo rappresentare: e il fatto che non ci sia alcun tipo di compiacimento può risultare addirittura non comico, ma serioso.

Sembra davvero un verbale, un documento.

GS: Ci hanno fatto notare, e ci ha fatto molto piacere, che ricorda molto quello che è successo con il monicelliano Vogliamo i Colonnelli!, con Ugo Tognazzi, quando due anni dopo il golpe è accaduto davvero. Però è un film che se lo vedi a distanza di anni ti fa ridere: all’epoca forse nessuno ha riso! Un complotto ordito dalle frange più estremiste delle forze dell’ordine di un Paese è qualcosa che, se accadesse, sarebbe tragico; noi, invece, abbiamo cercato di immaginare qualcosa di paradossale che si allontanasse dalla realtà. Purtroppo, e lo dico quasi ridendo, penso che oggi, invece, non sia più così paradossale una rivolta di una parte di popolo chiamata No Tax! Potrebbe accadere, ed è accaduto con Monti, quando ha detto “facciamo pagare le tasse” e si è scatenata una rivolta.

Anche il ritratto che fate dei due leader sembra una fotocopia.

GF: Noi abbiamo chiesto ai due attori di lavorare a un archetipo, infatti Paolo Calabresi sembra un misto di Borghezio e Bossi ma con quella vena social che richiama Salvini. E pensa che noi abbiamo visto la Lega trionfare nei nostri paesi al Sud Italia; volevamo mettere in evidenza però che la stessa persona che propugna quell’odio neanche ci crede a quello che dice! Pensa a quello che è accaduto con Rami: ti fa capire che sono nichilisti, che non credono in nulla. Invece Guglielmo Poggi non somiglia a Di Maio, né fisicamente, né come caratteristiche: noi stiamo raccontando anche lui come un prototipo, volevamo proporlo come un uomo-apple, un guru che si muove in un apple store sicuro di sé ma che fondamentalmente sa poco di quello che può fare e che sta facendo. Infatti, il tormentone che abbiano costruito con Guglielmo è quando si rivolge ai suoi assistenti e chiede “ma questo si può fare?”, per ogni occasione. È come se uno di noi, un ragazzo poco più che trentenne, fosse messo alla guida di un paese.

Avete giustamente posto l’accento sulla sfera social, oggi influentissima anche nella politica.

GF: Certo, perché oggi ogni politico deve confrontarsi con i social, per dare un’immagine di sé che spesso è diversa dalla realtà. I politici sono obbligati (perché penso sia oggi il modo di familiarizzare con gli elettori) a commentare ogni cosa e dare un’immagine di sé comune, popolare, vicina al popolo.

GS: È preoccupante che però siano commenti che non riguardano il loro campo, i politici fanno come qualsiasi fashion blogger pubblicità alle loro azioni quotidiane, come la cena, la colazione. L’ideologia si trasforma nel culto della persona, che è molto più pericoloso. Avere un gruppo social che ti segue perché mangi pane e nutella è molto pericoloso. Il culto della persona incondizionato porta a qualcos’altro che noi in Italia purtroppo conosciamo bene.

GF: Viene in mente un post proprio di Conte, “chiacchiere di governo”: era Carnevale, parlava delle chiacchiere, delle frappe, ma per raccontare che si erano riuniti con Salvini e Di Maio e quindi questa foto postata: come fai a essere più comico di questa realtà?

Mi è particolarmente piaciuto il ritratto fatto di una certa sinistra, impantanata in quel locale fumoso e buio: anche qua, osservando la realtà?

GF: Era in sceneggiatura ma fa parte un po’ dei nostri ricordi. Noi dell’ ’85-86 facciamo parte di una generazione terribile: la sinistra aveva già mostrato di arrancare, nel giro di tre anni avevamo visto la sinistra cambiare tre volte il logo. La quercia, l’ulivo e la margherita: era un vivaio, con tanti vegetali. Siamo stati portati a votare, da quella sinistra, a votare contro Berlusconi: cioè, noi siamo quella generazione che votava contro Berlusconi, magari senza neanche sapere perché non votavamo per la sinistra. Quindi, la nostra rappresentazione è quello che abbiamo vissuto noi: un gruppo di persone che, incurante di quello che accade fuori, discute giorni e giorni per trovare un aggettivo che descriva meglio la sconfitta elettorale. Anche là, non abbiamo dato un’immagine della sinistra lontana dalla realtà.

Il film è perfettamente in linea con la vostra autorialità, ma parliamo di montaggio: che è particolare e dà quel tocco pop delirante che si sposa perfettamente alla storia.

Si, ma è pensato da subito. Mi viene in mente la sequenza quando Peppino (Claudio Bisio) viene lasciato, e ci sono tre o quattro stacchi con lui nella stessa identica posizione ma in location differenti. Sono tutte cose pensate a monte, prima di girare, con gli storyboard con un confronto fra noi due: sono poche le cose che inventiamo al montaggio, specialmente nel nostro caso, visto che regista e montatore siamo noi e siamo insieme sul set. Già sappiamo cosa può servire e come girarlo, e cosa invece eliminare. E questo può causare delle incomprensioni sul set, soprattutto con gli attori, che non sono abituati a lavorare così: infatti, con quella scena che dicevamo, Claudio – l’ha detto anche in conferenza stampa – era spaesato e non capiva perché lo facevamo posare in un determinato modo. Gli abbiamo detto noi “Claudio fidati, verrà bene…”: quando l’ha visto, ha detto “ah ecco!!”. È veramente anomalo, perché sui set c’è anche una spensieratezza maggiore, in genere, perché si dice “vabbè tanto c’è il montatore che taglia..” e invece con noi no!

GianLorenzo Franzì

Utlima modifica: 8 aprile, 2019



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