Rendez-Vous. Nuovo cinema francese: I feel good di Benoît Delépine e Gustave Kervern

Benoît Delépine e Gustave Kervern, esperti di cinema a sfondo sociale, in cui abbondano le dinamiche della disoccupazione, dello sfruttamento, del lavoro e dei meccanismi del capitalismo, non esitano neanche questa volta a trattare il tema in maniera sorprendentemente efficace, proprio in virtù di una rappresentazione bizzarra e grottesca

  • Anno: 2018
  • Durata: 103'
  • Genere: Commedia
  • Nazionalita: Francia
  • Regia: Benoît Delépine, Gustave Kervern

Cumuli di oggetti usati e dismessi aprono i titoli di testa del film; un uomo cammina lungo i bordi dell’autostrada indossando un candido accappatoio e ciabatte di spugna di un hotel di lusso. Arriva presso una comunità gestita dalla sorella Monique, la quale riconosce subito Jacques di cui non aveva notizie da due anni. Commossa, lo accoglie immediatamente nella sala mensa dove stanno mangiando tutti i collaboratori della comunità, sorpresi da questa figura inconsueta per il luogo vissuto da persone in difficoltà, lasciate ai margini della società. Jacques è appena fuggito da un hotel senza pagare il conto e non vede la sorella da quando i genitori lo avevano allontanato da casa in virtù del suo comportamento finalizzato solo a truffarli e a vivere comodamente con i loro risparmi. Il cialtrone mette all’opera la sua volgarità umana per indurre la sorella e i collaboratori del luogo, già provati dalla vita, a perseguire attraverso la chirurgia estetica un aspetto “radicalmente” rinnovato da consentirgli di inseguire il sogno del successo e della carriera. Un’insinuante e subdola opera di persuasione quotidiana, sciocca e superficiale, gli permetterà di organizzare un viaggio della speranza alla volta della Bulgaria, dove la chirurgia estetica low cost consentirà miracolosi risultati, quali, per esempio, far diventare un anziano signore malandato un famoso calciatore. Il viaggio viene condotto su un camion allestito come un aereo e prosegue su una limousine per matrimoni montata attraverso un bizzarro collage di carrozzeria più o meno artigianale. La dinamica surreale, ironica, tragicomica di questo tour prevede anche la visita del Buzludzha, l’enorme anfiteatro-monumento eretto nei primi anni ’80 dal partito comunista bulgaro nel cuore dei Balcani.

Benoît Delépine e Gustave Kervern, esperti di cinema a sfondo sociale, in cui abbondano le dinamiche della disoccupazione, dello sfruttamento, del lavoro e dei meccanismi del capitalismo, non esitano neanche questa volta a trattare il tema in maniera sorprendentemente efficace, proprio in virtù di una rappresentazione bizzarra e grottesca. Il film è stato girato all’interno della comunità Emmaus di Lescar Pau, nel sud della Francia, con i volti e i corpi di persone evidentemente sopravvissute grazie a una realtà che li ha accolti e recuperati al lavoro, al riconoscimento e all’integrazione. Dialoghi nonsense, citazioni imprevedibili quelle di Jacques, che per la sorella ha un disturbo che va curato, quello della compulsione e l’ossessione spregiudicata a diventare miliardario raggirando con qualunque mezzo ogni povero cristo che incontra; mentre la comunità raccoglie persone di diverse estrazioni provenienti dalle situazioni più disparate per consentire loro di prendere coscienza delle ingiustizie sociali e recuperare il lavoro, condividendo obiettivi comuni nella lotta contro ogni genere di ingiustizia, in modo che i poveri possano diventare ancora costruttori del proprio avvenire. Monique conserva le ceneri dei genitori morti nella Simca di famiglia, unica proprietà che ha recuperato e conservato come luogo di incontro con i suoi cari che le hanno insegnato cosa significa essere comunisti. Una serie di personaggi eccentrici conducono a un finale sorprendente con il quale l’obiettivo della bellezza estetica si ribalta  in quella della presentabilità etica.

Jacques è la personificazione del capitalismo acefalo, disposto ad adoperare psicopatologicamente ogni mezzo pur di raggiungere il fine del profitto. È l’incarnazione dell’induzione al bisogno con il quale il sistema subdolamente manipola le coscienze per conservare se stesso e per tenere sottomessi gli individui. È la patologica e preordinata integrazione dei suoi consumatori, estranei alla scelta, in quanto vittime dei bisogni suscitati e determinati dal mercato e dal profitto, resi passivi ed eterodiretti, annullati come persone e ridotti a massa informe di miseri consumatori. Nessuna realtà può esserne immune, neanche quella di una comunità che fa della vita al servizio degli altri il suo programma.

Nessuno come Kervern e Delèpine riesce a trattare temi così fondamentali e ormai invisibili con la leggerezza acuta di uno sguardo concentrato sul problema; la narrazione tragicomica e surreale si insinua con precisione e assoluta drammaticità sul sistema capitalistico, sezionandolo come si fa attraverso un esame autoptico con una neoplasia che divora le cellule di organi ormai inoperabili. Lungometraggi come risonanze magnetiche di un sistema talmente compromesso da invitare a fragorose, esplosive, inevitabili risate. Il sarcasmo di chi sa come azionare il doppio sguardo che fissa l’orrore, gli tiene testa e ci gioca a dadi. Il cinema dell’assurdo che dice il vero, il cinema della gioia che annuncia la tragicità, il cinema della leggerezza che incarna la abissale distanza. Quello che Nietzsche diceva degli antichi greci potrebbe ripetersi per questi maghi della rappresentazione: “solo i veri artisti sanno essere superficiali per profondità: per vivere occorre arrestarsi animosamente alla superficie; all’increspatura, alla scorza, adorare l’apparenza, credere a forme, suoni, parole, all’intero olimpo dell’apparenza!”.

Il cinema della profondità della superficie, di una volontà di superficie che per nulla “superficiale” cela invece la consapevolezza propria di chi ha osato gettare lo sguardo nel volto abissale dell’esistenza e del sistema. Una tragica esilarante denuncia, una magica fragorosa risata, un’esuberante raffinata opera punk.

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Utlima modifica: 7 aprile, 2019



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