Stasera in tv su Rai Storia alle 21,10 Hannah Arendt, il film di Margarethe Von Trotta sulla filosofa della “banalità del male”

Il film di Margarethe Von Trotta, interpretato magistralmente da Barbara Sukowa, è una testimonianza preziosa che riapre alcune questioni mai definitivamente risolte, offrendoci uno spaccato privato e pubblico di Hannah Arendt, una delle più importanti voci filosofiche del novecento

  • Anno: 2012
  • Durata: 113'
  • Distribuzione: Nexo Digital, Ripley's Film
  • Genere: Biografico
  • Nazionalita: Francia, Germania, Lussemburgo
  • Regia: Margarethe Von Trotta

Stasera in tv su Rai 3 alle 21,1o Hannah Arendt, un film del 2012 diretto da Margarethe von Trotta. È uscito nelle sale italiane il 27 gennaio 2014, distribuito dalla Nexo Digital in occasione della Giornata della Memoria. Abituata a confrontarsi con figure femminili dalla forte valenza storica (Rosa Luxemburg, Hildegard von Bingen o le sorelle Ensslin, per fare degli esempi), Margarethe von Trotta per il suo ritratto di Hannah Arendt non solo ha fatto affidamento sui libri e sulle lettere scritte dalla giornalista e filosofa ebrea ma è anche ricorsa alle testimonianze di chi la Arendt l’ha conosciuta o incontrata, scoprendo come dietro vi fosse una donna affascinante, spiritosa e piacevole.  Per la sceneggiatura, frutto di tre anni di lavoro, von Trotta ha invece potuto contare sull’aiuto (a distanza) della statunitense Pam Katz, con cui in precedenza aveva collaborato per Rosenstrasse e Ich bin die Andere. La regista ha scelto inoltre di catturare il “non pensiero” di Eichmann attraverso le immagini d’archivio e in bianco e nero del processo, convinta di poter mostrare la “banalità del male” osservando direttamente il vero personaggio storico e non un attore. Con Barbara Sukowa, Axel Milberg, Janet McTeer, Julia Jentsch, Ulrich Noethen, Michael Degen, Victoria Trauttmansdorff, Klaus Pohl.

Sinossi
Scappata dagli orrori della Germania nazista, la filosofa ebreo-tedesca Hannah Arendt nel 1940 trova rifugio insieme al marito e alla madre negli Stati Uniti, grazie all’aiuto del giornalista americano Varian Fry. Qui, dopo aver lavorato come tutor universitario ed essere divenuta attivista della comunità ebraica di New York, comincia a collaborare con alcune testate giornalistiche. Come inviata del New Yorker in Israele, Hannah si ritrova così a seguire da vicino il processo contro il funzionario nazista Adolf Eichmann, da cui prende spunto per scrivere La banalità del male, un libro che andrà incontro a molte controversie.


La recensione di Taxi Drivers (Luca Biscontini)

“Tu hai ammesso che il che il crimine commesso contro il popolo ebraico nell’ultima guerra è il più grande crimine della storia, ed hai ammesso di avervi partecipato. Ma tu hai detto di non aver agito per bassi motivi, di non aver mai avuto tendenze omicide, di non aver mai odiato gli ebrei, e tuttavia hai sostenuto che non potevi agire altrimenti e che non ti senti colpevole. […..] Ma il senso del tuo discorso è che dove tutti o quasi tutti sono colpevoli, nessuno lo è. Questa è in verità un’idea molto comune, ma noi non siamo disposti ad accettarla. [….] Tu stesso hai affermato che solo in potenza i cittadini di uno stato che aveva eretto i crimini più inauditi a sua principale finalità politica erano tutti ugualmente colpevoli; non in realtà. [….] anche supponendo che soltanto la sfortuna ti abbia trasformato in volontario strumento dello sterminio, resta il fatto che tu hai eseguito e perciò attivamente appoggiato una politica di sterminio.[…] E come tu hai appoggiato e messo in pratica una politica il cui senso era di non coabitare su questo pianeta con il popolo ebraico [….], noi riteniamo che nessuno, cioè nessun essere umano, desideri coabitare con te. Per questo, e solo per questo, tu devi essere impiccato.”

Queste sono le parole che secondo Hannah Arendt avrebbe dovuto pronunciare la corte di Gerusalemme nei confronti di Adolf Eichmann, criminale nazista, che durante la seconda guerra mondiale fu responsabile dei trasporti degli ebrei nei campi di sterminio. Invece la corte, che pure condannò a morte Eichmann, si basò sul principio che il suddetto non fosse solo un ingranaggio minore della macchina di morte, ma una “rotella” principale del meccanismo. Insomma, ciò che Harendt contestò fu che i giudici non riuscirono a misurarsi con l’eccezionalità del crimine che dovevano valutare, ricorrendo a categorie inadeguate come quella della responsabilità soggettiva, ovvero dell’intenzionalità, rifacendosi anche alle sentenze del processo di Norimberga. Innanzitutto va ricordato che Eichmann venne sequestrato dai servizi segreti israeliani, fu rapito, e portato d’innanzi la corte d’Israele; questo fu un punto criticato da Arendt che riteneva più opportuno il giudizio di una corte internazionale. E poi ciò che forse fece più scandalo del suo famoso libro fu proprio il concetto di “banalità del male”, attraverso cui Harendt tentò di spiegare che coloro, compreso Eichmann, che si macchiarono dei tremendi delitti del nazismo non erano persone malvagie, demoniache, ma “terribilmente normali”. Era proprio il doversi confrontare con questa scandalosa normalità ciò che rese antiquate le consuete categorie giuridiche applicate nelle normali procedure.

Per tentare di venire a capo di una questione così complessa e delicata, bisognerebbe cercare di capire cosa fu la politica dello sterminio durante la seconda guerra mondiale.  Un aiuto determinante è fornito dall’analisi di Roberto Esposito in Comunità, immunità, biopolitica. Esposito, con grande coraggio, riconosce nel nazismo il primo grande evento biopolitico della storia, ciò perché a suo parere, per la prima volta la scienza, nella fattispecie quella medica, andò al potere, tant’è vero che nei campi di concentramento erano proprio i medici le massime autorità. Tutto ciò perché si diede vita ad un processo immunitario che intravedeva nel ‘batterio ebraico’ l’elemento da estirpare a favore della ‘grande salute’ del popolo tedesco.  Venne innescato, oltre al normale sistema immunitario operativo in tutte le comunità, un ulteriore stratagemma che portò a un eccesso di immunizzazione che si rovesciò in una tanatopolitica, una politica di morte. Insomma, vennero prese lucciole per lanterne, ma il più grande male è proprio quello generato dall’errore più che da una determinata volontà di farlo, come suggerisce Alain Badiou. È proprio questo, forse, il punto più difficile da comprendere e da digerire, e che, a parere di chi scrive, diviene il centro delle riflessione arendtiana. Quando il crimine diviene la principale finalità di uno stato e non un’eccezione, come misurarsi giuridicamente con esso? Arendt, senza falsi moralismi, riconosce l’eccezionalità della questione e, nel suo libro, pone una riflessione originale e profonda, senza cercare facili capri espiatori. D’altronde quella della biopolitica è una sfida che riguarda fortemente anche la contemporaneità: sempre più le scienze entrano a far parte della vita quotidiana e il loro utilizzo impone una gestione da parte della politica che deve saperle indirizzare. Arendt non pone la questione su questo piano, ciononostante ne comprende la particolarità e prova a trarre delle conseguenze sul piano giuridico.

Ciò che è più difficile da accettare, ma che il diritto odierno sembra non voler recepire, è proprio che la possibilità del male è sempre presente, e che un errore fatale (e non necessariamente una volontà malvagia) nella gestione dell’esistente possa causare le più grandi catastrofi. Ciò non ci autorizza ad assumere un atteggiamento reazionario nei confronti dello sviluppo tecnologico, bensì ci invita ad assumere nuove responsabilità, e cioè a pensare, proprio come faceva notare Hannah Arendt. Un pensiero che sappia rinnovare le proprie categorie, senza sclerotizzarsi, e confrontarsi con le questioni della contemporaneità, provando a balbettare il futuro. Pensare, come fece Harendt, rifugiandosi in Francia, e l’altro grande esule, Fritz Lang, che quando Goebbels gli offrì la carica di dirigente nell’industria cinematografica, abbandonò la Germania.

Un’altra questione che emerge, seppure sullo sfondo, nel film di Von Trotta è la storia d’amore che legò Arendt a Martin Heidegger, il filosofo dell’essere, che Hannah lasciò dopo averne constatato le simpatie per il nazismo, ma che, nonostante ciò, rimase sempre un punto di riferimento intellettuale: assistiamo ad una sequenza in cui, anni dopo la loro relazione, i due si incontrano, e Harendt gli chiede di dichiarare pubblicamente una presa di distanza dal nazionalsocialismo, dichiarazione che non venne mai pronunciata e che getta un ombra inquietante sul professore.

Margarethe Von Trotta, dopo otto anni di ricerca e documentazione, realizza un film importante, con una regia che si mette al servizio della storia da raccontare, invitandoci a riflettere su quei fatti, ma soprattutto a pensare il presente per meglio interpretare il futuro. Un film davvero necessario.

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Utlima modifica: 7 aprile, 2019



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