Stasera in tv su Iris alle 21 Vizio di forma di Paul Thomas Anderson con Joaquin Phoenix

Vizio di forma è un noir, un thriller, un sogno psichedelico, che Paul Thomas Anderson, a 45 anni, ha osato, primo e forse ultimo al mondo, trarre da un romanzo di Thomas Pynchon. La sceneggiatura, firmata dallo stesso regista, è complessa e stratificata e risente della lezione chandleriana che già aveva ispirato The long goodbye di Altman

  • Anno: 2014
  • Durata: 148'
  • Distribuzione: Warner Bros Italia
  • Genere: Thriller, Commedia
  • Nazionalita: USA
  • Regia: Paul Thomas Anderson

Stasera in tv su Iris alle 21 Vizio di forma (Inherent Vice), un film del 2014 diretto da Paul Thomas Anderson, basato sull’omonimo romanzo del 2009 scritto da Thomas Pynchon. È il settimo film di Paul Thomas Anderson e il primo adattamento di un libro di Pynchon. Il regista, che ha avuto occasione di paragonare il film a un’opera del duo comico Cheech & Chong, ha spiegato di aver anche considerato in passato l’adattamento di un altro romanzo dello scrittore, Vineland, e di aver tratto ispirazione per lo stile dai film Un bacio e una pistola, Il grande sonno e Il lungo addio, e, per le scene umoristiche, dalle opere del trio Zucker-Abrahams-Zucker. Il film presenta alcune differenze rispetto al romanzo. Tra queste, il personaggio di Sortilège acquisisce un valore diverso; Anderson, infatti, a differenza del libro, gli associa la voce narrante. Con la direzione della fotografia di Robert Elswit (che ha scelto come formato il 35 mm), le scenografie di David Crank, i costumi di Mark Bridges e le musiche di Jonny Greenwood, Vizio di forma è interpretato da Joaquin Phoenix, Benicio Del Toro, Reese Witherspoon, Owen Wilson, Jena Malone.

Sinossi
Larry Doc Sportello (Joaquin Phoenix) è un detective privato della Los Angeles del 1969. Dipendente dalle droghe e dai metodi insoliti, Sportello viene contattato da un’ex amante per risolvere un interessante caso che, tra miriadi di azioni criminali, riguarda un’infedeltà coniugale ma anche le istituzioni mentali e un gruppo di poliziotti chiamati Bigfoot.

Paul Thomas Anderson è un regista che ama le sfide e stavolta ne affronta una davvero coraggiosa: adattare un romanzo di Thomas Pynchon, massimo rappresentante del post-moderno nella letteratura americana contemporanea. La sceneggiatura firmata dallo stesso Anderson è complessa e stratificata e risente della lezione chandleriana che già aveva ispirato The long goodbye di Altman, vero nume tutelare dell’operazione, così come Short cuts era alla base di Magnolia; non è un film che si diverte a confondere lo spettatore in modo premeditato, però, almeno in certi passaggi, una maggiore chiarezza avrebbe giovato. Pienamente riuscita la rievocazione degli anni Settanta, con una fotografia di Robert Elswit a tratti cupa e a tratti squillante; la narrazione in voce off della bella Sortilege è funzionale ad aggiungere tocchi di atmosfera pynchoniana, all’insegna del disincanto; i dialoghi sono fitti, talvolta disorientanti, ma ricchi di perle che appartengono al miglior repertorio andersoniano. L’evolversi della trama è convulso, disinibito, scosso da una serie continua di scarti, rotture, depistaggi: il racconto complesso fa da filtro a un contesto confusionario e delirante, quello della California di fine anni Sessanta, in cui tutto sembra poter succedere, tra deformazione surreale e richiamo alle piste investigative sempre traballanti eppure costantemente in gioco. Ed è proprio l’emergere di questo contesto, più che la consequenzialità puramente narrativa, a fare la differenza: ciò che ne esce è una decostruzione in pieno stile postmoderno di un genere a metà tra il thriller e il noir. Probabilmente siamo almeno un gradino al di sotto di Magnolia, Il petroliere e anche The master, che non deve essere sottovalutato, ma resta un film umorale, ricco di folgorazioni, di brani affascinanti per virtù di stile. E quale altro regista del cinema odierno sa dirigere un cast del genere a questi livelli? Joaquin Phoenix è ancora una volta eccezionale nel ruolo del detective drogato e survoltato, con look appropriato, ma fra i caratteristi spiccano almeno un Josh Brolin, finalmente usato al meglio delle sue possibilità, l’affascinante newcomer Katherine Waterston, davvero incisiva nel ruolo di Shasta, e un Owen Wilson che rende bene il desiderio di redenzione del suo personaggio. L’Academy non ha gradito neppure stavolta, ma resta un problema suo, e comunque sprofonda nel ridicolo quando concede l’ennesima nomination ad Anderson per il copione e poi lo fa battere da quello di The imitation game, inferiore da ogni punto di vista. Come si fa a non ricompensare un regista che rimane uno dei pochi ad osare ad ogni nuovo film? Come si fa a non premiare una colonna sonora così suggestiva come quella di Johnny Greenwood, che già aveva scritto le musiche di There will be blood?, con corredo di hit dell’epoca mai invasive e sempre ben integrate alle immagini? Insomma, per essere un rompicapo alla Big sleep in versione Howard Hawks, come qualcuno lo ha definito, il bilancio è certamente onorevole.

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Utlima modifica: 3 aprile, 2019



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