Stasera in tv su Rai 3 alle 21,20 Il ponte delle spie di Steven Spielberg con Tom Hanks

Spielberg conferma le sue doti di grande narratore affrontando un consistente pezzo di storia americana, sviscerandone i più reconditi meccanismi e denunciandone le perverse dinamiche. La paranoia statunitense per lo spettro comunista viene deformata in modo a tratti anche grottesco. Ottimo, come sempre, Tom Hanks

  • Anno: 2015
  • Durata: 140'
  • Distribuzione: 20th Century Fox
  • Genere: Drammatico
  • Nazionalita: USA
  • Regia: Steven Spielberg

Stasera in tv su Rai 3 alle 21,20 Il ponte delle spie, un film del 2015 diretto da Steven Spielberg con protagonista Tom Hanks. Il film, ambientato durante gli anni della guerra fredda, narra il caso dell’arresto e del processo con conseguente condanna della spia sovietica Rudolf Abel, per poi narrare la trattativa e lo scambio di Abel con Francis Gary Powers, pilota di un aereo-spia Lockheed U-2, abbattuto, catturato e condannato dai sovietici. Lo scambio avvenne sul Ponte di Glienicke, per questo poi denominato “ponte delle spie”. Durante l’88ª edizione dei premi Oscar è stato candidato a sei premi, vincendo una statuetta per il miglior attore non protagonista, assegnata a Mark Rylance.  Il film è stato presentato al New York Film Festival il 4 ottobre 2015. La pellicola è stata distribuita nelle sale cinematografiche statunitensi a partire dal 16 ottobre 2015, mentre in quelle italiane dal 16 dicembre dello stesso anno. Come il film Lincoln, anche questo film è stato distribuito negli Stati Uniti dalla Touchstone Pictures e in Italia dalla 20th Century Fox. A fronte di un budget di 40 milioni di dollari, il film ha incassato più di 165 milioni di dollari, di cui 72 in patria. Con Tom Hanks, Mark Rylance, Amy Ryan, Alan Alda, Eve Hewson, Billy Magnussen.

Sinossi
Il titolo del film, Il ponte delle spie, fa riferimento a un ponte realmente esistente a Berlino, che un tempo univa la zona est e quella ovest, oggi noto come Ponte di Glienicke. Il soprannome gli viene dal fatto di essere stato spesso teatro di scambi di prigionieri tra i servizi segreti americani e quelli della Germania Est. Siamo nel 1957. Il ponte delle spie racconta la storia di James Donovan (Tom Hanks), un famoso avvocato di Brooklyn che si ritrova al centro della Guerra Fredda quando la CIA lo ingaggia per un compito quasi impossibile: la negoziazione per il rilascio di un pilota statunitense, Francis Gary Powers, abbattuto nei cieli dell’Unione Sovietica mentre volava a bordo di un aereo spia U2.

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L’ultimo film di Steven Spielberg si apre e si chiude con due dipinti: il primo è un autoritratto realizzato dalla spia russa intorno alla quale si muove tutta la vicenda messa in scena, ispirata a una storia realmente accaduta, mentre l’ultimo, eseguito sempre da Rudolf Abel (Mark Rylance), raffigura l’avvocato Donovan (Tom Hanks), annunciando una mutazione, una metamorfosi che acquista una dimensione etica decisiva nella misura in cui segnala un passaggio interiore, un movimento dall’auto referenzialità, imposta dalla condizione di agente segreto operante in territorio nemico, a un’apertura verso l’altro che rivela una nuova soggettività che si dà a partire dalla relazionalità. Il regista americano, dunque, pone due profonde tracce all’interno delle quali installare una serie di eventi che, presi nella loro mera natura storica, fanno arrossire (almeno lo spettatore americano), non fosse altro per tutto il teatrino di giochi, doppi giochi e quant’altro su cui incombeva drammaticamente l’ombra di un conflitto termonucleare globale.

Spielberg pare proprio voler calcare la mano sul lato grottesco di una Storia che ha vincolato per tutta la seconda metà del secolo scorso le sorti del pianeta, ed è interessante notare il rapporto che le amministrazioni americane intrattenevano con tutti quei soggetti (servizi segreti, polizia, militari) coinvolti in prima linea in una guerra di posizione in cui si sviluppò uno smisurato disturbo paranoico di massa. Donovan, un avvocato che si occupava di assicurazioni, e dunque al di fuori di ogni apparato della difesa americana, è l’unico individuo capace di mantenere una lucidità che gli consente di valutare con ragionevolezza i fatti che si susseguono vorticosamente, non perdendo mai di vista l’umanità del soggetto che si ritrova, suo malgrado, a difendere dalle accuse di spionaggio e, di fatti, sarà solo grazie a lui che tutta l’intricata vicenda potrà trovare l’auspicata risoluzione.

Gli Stati Uniti in quegli anni intrattennero un rapporto scorretto con coloro che si dovevano occupare della difesa del paese, considerandoli del tutto sacrificabili, in nome del bene superiore della nazione, inaugurando un sistema d’immunità comunitario contrassegnato da un eccesso che provocò un corto circuito interno, il cui effetto fu una politica miope, incapace di controllare davvero l’andamento degli eventi. Un delirio paranoide a tutti gli effetti che, come già era accaduto nel corso della storia in altre occasioni, trascinò con sé l’intero popolo americano che, a fronte della difesa costituzionalmente garantita e offerta a Rudolf Abel, intraprese una crociata contro Donovan, reo di aver preso le parti del nemico. Delirio che produsse anche la divisione di Berlino, città in cui è ambientata una cospicua parte della vicenda, visto che l’avvocato cercò di ottenere non solo il rilascio del pilota americano abbattuto dai sovietici, ma anche quello di un giovane studente statunitense che per sbaglio venne arrestato dalla polizia della Repubblica Democratica tedesca. Alla sovra eccitazione del temperamento americano si contrappone la calma serafica di Abel che, pur rischiando la sedia elettrica per i suoi crimini, mantiene una freddezza che gli consente di gestire emotivamente tutto il decorso dei fatti. E poi il ponte, infine, su cui si realizza il sospirato scambio, una zona franca, un non-luogo dove il diritto, di qualunque natura, è sospeso a tempo determinato, e dove si retrocede a una logica non più squisitamente economica dei fatti, in quanto la fluidità evanescente della moneta viene sostituita dalla concretezza del baratto, rispondendo, dunque, a esigenze vive senza alcuna mediazione ulteriore: alla carne corrisponde altre carne, in un processo di individuazione che recupera i soggetti nella loro interezza e valore.

Spielberg conferma le sue doti di grande narratore prendendo di petto un consistente pezzo di storia americana, sviscerandone i più reconditi meccanismi, denunciandone le perverse dinamiche, e concedendosi anche lo spazio per suggerire alcune decisive correzioni ad un atteggiamento che portò il mondo sull’orlo del collasso. L’arte diviene la postazione privilegiata attraverso cui cartografare la mappa di un futuro liberato dall’incombenza di un ‘discorso’ paranoico che informò lo spirito di un popolo da sempre auto insignitosi del ruolo di dominatore del mondo. Si trattava, dunque, di passare a un livello di cooperazione configurante un’intersoggettività in cui trovare nuovi spazi all’interno dei quali inserire più efficaci contenuti. Il ponte delle spie è un film epico, necessario, lungimirante, insomma, da vedere.

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Utlima modifica: 28 marzo, 2019



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