Il mio film ai margini dell’umano: intervista ad Ali Abbasi, regista di Border – Creature di Confine

Ispirato a un racconto di John Ajvide Lindqvist - autore di Lasciami entrare -  e vincitore della sezione Un Certain Regard all'ultima  edizione del festival di Cannes,  Border - Creature di confine esplora i confini che ci separano dagli altri, mescolando realtà e fantasia attraverso un punto di vista interno al problema

  • Anno: 2019
  • Durata: 108'
  • Distribuzione: Wanted, PFA Films, Valmyn
  • Genere: Fantastico, Sentimentale, thriller
  • Nazionalita: Svezia, Danimarca
  • Regia: Ali Abbasi
  • Data di uscita: 28-March-2019

I confini raccontati da Border – Creature di confine sono fisici, geografici ma anche interiori, psicologici. Alcune volte sono reali, altre apparenti. Ad esempio, la diversità fisica di Tina e Vore è evidente, eppure comportamenti e dinamiche della coppia sono uguali a quelli delle persone che li circondano. È forse questo un modo per dire che l’unica distinzione viene fatta da ciò che decidiamo di essere e da come ci comportiamo?

È davvero un’ottima domanda! Penso di avere qualche problema con questo tipo di visione ideologica per cui la maggior parte di ciò che siamo e della nostra identità viene risolta da etichette di genere e cose così. Al contrario, ritengo che non si possa pensare di aprire gli occhi e pretendere di essere chiunque tu voglia, pensare di diventarlo solamente perché lo si vuole. Vero è che abbiamo davanti molte scelte. Se prendiamo come esempio i vari momenti in cui Tina decide di essere una cosa e non un’altra – di fare una cosa o non farla – lei ha la possibilità di scegliere. Certo, ognuno di noi è nato con un determinato imprinting che gli fa avere un certo tipo di predisposizione verso le cose e gli altri, ma non siamo obbligati a obbedire passivamente a questi a priori. L’ultima parola resta sempre a noi, attraverso le nostre scelte.

Nel film i limiti appartengono al mondo reale, ma sono anche metafora di una condizione esistenziale. In particolare, nel processo narrativo quanta importanza hai dato all’uno e quanto all’altra?

Il tema principale di Border riflette sul fatto di considerare le persone attraverso la prospettiva degli altri. Siamo abituati a vedere emarginati e derelitti ma non ci siamo mai visti attraverso i loro occhi. Da qui la necessità di attribuirgli un nome, considerandoli di volta in volta come emigranti, transgender e così via. Al contrario, e per quanto ci riguarda, non ci siamo mai riferiti a un gruppo specifico, dicendoci che il nostro sarebbe stato un film sugli immigrati o su una società segreta, piuttosto ci siamo relazionati a ciò che hai menzionato nella domanda iniziale, vale a dire riguardo i confini che sono dentro di noi.

Tina ha la capacità di fiutare intenzioni e sentimenti delle persone, eccezion fatta per Vore, nei confronti del quale a prevalere è l’attrazione. Sempre grazie a Vore, Tina riesce a definire la propria identità sessuale: dunque è l’amore il vero elemento di confine, quello destinato a fare la differenza tra gli esseri viventi?

Penso sia anche un film sul confine dell’umano. Se tu vedi gli esseri umani come una macchina, quante parti di essa gli puoi togliere o cambiare e nonostante questo essa rimane ancora tale? La questione, dunque, è quale sia la parte importante che non si può sostituire. Sono convinto che davvero l’empatia sia una di quelle, e ciò spiega perché i personaggi di Tina e Vore sono molto distanti tra loro. Tina, tra i tanti sentimenti, ha quello dell’empatia verso gli esseri umani, mentre Vore no. E questo è una sorta di confine tra di loro che non possono attraversare. Lui non può avere empatia verso gli esseri umani, mentre lei non vi può rinunciare.

Direi che hai ragione da entrambi i punti di vista perché, per come siamo stati abituati, tendiamo a immaginare un mondo fantastico, ossia quello in cui ci sono i draghi che volano. D’altro canto, lo straordinario in Border è inteso come una sorta di àncora per i personaggi, in particolare per Tina: lei giustifica e considera ragionevole tutto ciò che le accade, incluso lo straordinario e come si sente. Dunque il contenuto della tua domanda mi trova d’accordo.

Adotti soluzioni formali volte a dare la sensazione di chiusura della protagonista nel proprio mondo. Inquadrature strette su di lei; diradamento delle figure umane; pochi movimenti di macchina sono il segno della separazione di Tina dagli altri.

In sostanza, penso che le scene rispecchino la sua condizione rendendola trasparente attraverso le immagini. Invece di metterla in certe situazioni, ho preferito raffigurarla attraverso il suo stato mentale, utilizzando l’apparato visivo in relazione a tale scelta. Si tratta di mostrare una dimensione tutta sua e di raffigurarne ciò che avviene all’interno.

Nel film Tina appare prigioniera del suo corpo. Considerando anche il pesante make-up che copre le sembianze dell’attrice, il linguaggio del corpo diventa fondamentale nella resa del carattere. Che tipo di lavoro avete fatto tu ed Eva Melander?

Questo di cui parli, a dire il fatto che lei sia intrappolata dentro il suo corpo, è davvero fondamentale ed è veramente un ottimo punto da cui partire per capire il suo carattere e il film che, in sostanza, ne racconta la liberazione. Quest’ultima ha a che fare col guardare al tuo corpo come a un ostacolo e alla possibilità – a un certo punto – di negoziare il rapporto con esso al fine di trovare la pace. Questo è stato qualcosa di cui abbiamo parlato con Eva (Melander, ndr): lei mi ha detto, infatti, che nella sua opinione il personaggio era consapevole di non poter sopportare forti emozioni e grandi gesti; così come non poteva volteggiare sulle punte come una ballerina, perché il suo fisico non glielo permetteva. Ciò in parte spiega perché ho pensato che fosse una buona idea farlo vedere apertamente. Infatti, più ti cali nell’insensatezza, nel disagio e nella mancanza di conforto e più riesci a trasmetterlo attraverso il linguaggio del corpo. Credo che Eva, avendolo fatto, sia riuscita a capire come si sarebbe sentita se il suo corpo fosse stato davvero come quello di Tina. Non credo che questo abbia cambiato il suo modo di recitare, che passa inevitabilmente attraverso il corpo, ma credo che ad aiutare la sua recitazione sia stato avvertire come si sarebbe comportata nel caso fosse stata a disagio con il suo corpo.

Eva avrebbe fatto lo stesso se avesse dovuto interpretare Donald TrumpBerlusconi o chiunque altro. Avrebbe iniziato dallo studiare questi personaggi e sovrapponendo il suo carattere e non quello dei suoi alter ego. In tal modo, la costruzione del carattere deriva da una logica interna che l’attore trasmette poi al suo modo di muoversi, alla sua fisicità e alle sue emozioni. Penso, dunque, che la maggior parte del lavoro compiuto da Eva per rendere il personaggio nel senso che abbiamo descritto si sia svolto nella sua interiorità.

Border è ispirato a un racconto di John Ajvide Lindqvist, già autore di Let the Right One. Quale pensi sia il pregio più rilevante dei testi di questo autore?

In un certo modo, penso che per noi fosse ovvio lavorare insieme, perché il nostro universo e il modo in cui ci rivolgiamo al mondo si sovrappongono in diversi aspetti. L’interesse per il sovrannaturale e per il fantastico, da una parte; l’importanza per i problemi quotidiani e per le cose in cui riconosciamo la nostra vita, dall’altra, entrano in contatto, producendo una terza realtà o, se vuoi, un terzo universo, comprensivo di risonanze magiche. C’è poi la questione delle categorie con cui per convenienza cinema e letteratura diversificano le proprie attività, assumendo etichette diverse, tipo quella del fantasy o dei generi cinematografici. Mentre trovi poi persone come J.A. Lindqvist (autore di Lasciami entrare, ndr), che fa cose difficili da incasellare, poiché scrive cose diverse rispetto a opere tipo Harry Potter e i suoi derivati. Nei suoi libri, infatti, trovi emozioni forti e reali, che però sono messe in un contesto inedito. Lavorare su questo tipo di materiale è per me, al tempo stesso, stimolante e confortante, perché la consapevolezza di rapportarmi con vere emozioni offre molte possibilità alla mia immaginazione.

Utlima modifica: 18 marzo, 2019



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