Le sale da ballo sono un luogo democratico: intervista a Gianfrancesco Lazotti, regista di La notte è piccola per noi – Director’s Cut

Facendo della musica e del ballo espressioni del proprio linguaggio cinematografico, La notte è piccola per noi - Director's Cut racconta relazioni sentimentali e senso di condivisione di un'Italia contemporanea bisognosa di ritrovare la voglia di stare insieme, discutendo e innamorandosi sulle note di un jukebox di canzoni tra le più popolari del nostro repertorio musicale

  • Anno: 2019
  • Durata: 90'
  • Distribuzione: Distribuzione Indipendente
  • Genere: Drammatico
  • Nazionalita: Italia
  • Regia: Gianfrancesco Lazotti
  • Data di uscita: 14-March-2019

Fino a che punto La notte è piccola per noi – Director’s Cut può essere considerato un film musicale?

Direi che non è un musical, ma un film in cui la musica è, insieme al ballo, uno dei linguaggi principali. In qualche caso l’ho usata in maniera naturale, come conseguenza del fatto che la storia si svolge in una sala da ballo e che c’è un’orchestra intenta a suonare un repertorio che va dagli anni sessanta agli ottanta. In un paio di momenti, invece, diventa narrativa, nel senso che due brani sono scelti per sottolineare lo svolgersi dei fatti: uno è Gente di mare e l’altra è Malafemmina, inserita non a caso nella storia della prostituta che si innamora di un carabiniere. In questi due momenti testo e atmosfera commentano ciò che sta accadendo.

Da 24 mila baci ad Attenti al lupo allestisci un autentico jukebox di musica italiana. Qual’è stato il criterio di selezione?

Nella prima stesura i titoli erano diversi. Il costo dei diritti di alcuni di essi hanno indotto delle modifiche. Il supporto della Sony, il cui archivio è davvero notevole, ci ha permesso di rinunciare a poco e in alcuni casi le sostituzioni sono risultate migliori della prima scelta. Tra l’altro, il fatto che siano stati suonati dalla band del film in modo addomesticato per renderli ballabili e alla portata dei tantissimi danzatori che affollano la balera gli ha dato un sapore diverso, capace di fargli assumere una fisionomia del tutto differente. Si tratta di una cosa interessante dal punto di vista musicale.

Detto che si tratta di una selezione da film a grosso budget per la notorietà dei pezzi impiegati, mi pare di poter dire che una delle funzioni della musica è quella di scandire il ritmo della narrazione per farla progredire. Questo parametro ha influenzato la selezione dei brani?

Innanzitutto, sono d’accordo che dal punto di vista dei diritti musicali il film sembra molto ricco: in termini di costi si tratta comunque di una voce importante ma necessaria, perché il repertorio delle sale da ballo è fatto di canzoni popolari e di successo. Rispetto alla domanda, ti dico che per alcuni brani lo è stato. mentre per altri – come per esempio Gente di mare – il principio è stato quello di riuscire a comunicare sentimenti altrimenti inesprimibili. Nello specifico, questo brano ha la funzione di sostituire la dichiarazione d’amore di uno dei personaggi. A me è successo di farlo lasciando il brano in una segreteria telefonica. Se l’avessi fatta di persona le mie parole sarebbe suonate molto più retoriche e non avrebbero ottenuto lo stesso effetto.

L’altra funzione è quella di stabilire il tono del film e di dialogare con le varie microstorie di cui è composto. In particolare, considerando che il tema del film è la conflittualità delle relazioni sentimentali e la solitudine che talvolta ne deriva, mi sembra che le canzoni servano a stemperare la drammaticità di talune situazioni. La loro scelta e la versione che ne dai è infatti giocosa e ludica.

Questo contrasto era voluto e c’è nei fatti perché si va in balera per divertirsi e per distrarsi, senza che questo significhi dimenticarsi della propria vita. Diciamo semmai che si tratta di un’amnesia momentanea. Sulla solitudine, invece, non sono del tutto d’accordo perché la gente frequenta questi posti per incontrarsi e stare insieme e siccome il ballo è un linguaggio precisissimo, che non presume fraintendimenti ma che anzi serve alle persone per proporre se stesse e il loro mondo, è facile che possano nascere ipotesi di relazioni. Poi, il fatto che queste possono andare bene o meno nulla toglie alla positività di fondo che appartiene alla dimensione descritta nel film.

Mi sembra che tu abbia riunito dei personaggi che danno vita a un campione di spiccata valenza popolare la cui geografia umana assomiglia a quella raccontata dalla nostra commedia più nobile. Ti Ritrovi in questa considerazione?

Certo, la natura della balera è quella di essere popolare, perché con un biglietto da otto euro oltre a ballare ti danno anche una pizza e una bibita. Tra l’altro succede spesso che mentre la band si riposa ci sia qualcuno che si offre per dare ripetizioni di danza ai meno bravi. Però, comunque, questo non vuol dire che ci sia solo gente umile, povera e periferica. Si tratta solo un modo diverso di stare insieme. Ho scoperto che le persone che ci vengono arrivano dai quartieri più diversi. Insomma, io che non sono mai andato nelle discoteche, e pur non sapendo ballare, vi ho trovato un’umanità che mi diverte oltre alla sorpresa di non sapere mai chi ti siede accanto. Certo, per lo più è gente semplice ma non necessariamente. Tra l’altro parliamo di luoghi estremamente democratici, perché se non sai ballare è uguale, te la cavi lo stesso con il cosiddetto ballo sociale dove tutti devono fare gli stessi passi e anche i neofiti riescono a partecipare.

Se da una parte il fatto di girare in un unico ambiente agevola la realizzazione e riduce gli investimenti, dall’altro compi delle scelte coraggiose perché non ti limiti a filmare un resoconto fenomenologico ma fai della sala da ballo un luogo dell’anima.

Hai detto una cosa importante, perché ovviamente mi sono posto la domanda di come andasse girato un film così poco convenzionale e ho capito che il mio sforzo doveva essere indirizzato a far sentire lo spettatore dentro la sala. Da qui la decisione di non fare delle grandi costruzioni stilistiche che sovente diventano estranianti, sovrapponendosi al racconto. Sono stato molto sulle facce delle persone e ci sono stato in progressione: all’inizio, sono rimasto lontano, avvicinandomi ai personaggi mano a mano che lo spettatore iniziava a conoscerli. L’idea era quella che una volta conosciuti le speranze e i tormenti fosse naturale volervi vedere negli occhi.

Molte sequenze sono girate in penombra e seguite da esplosioni di colore. Il contrasto che ne segue sembra fatto apposta per riprodurre lo stato d’animo dei personaggi.

Quando ho portato il direttore della fotografia (Giuseppe Pignone, ndr), lui ha perso la testa, poi ha concordato con me che l’unica cosa da fare era di ricreare artificialmente quell’atmosfera. Cosicché ha rinforzato i watt di tutte le luci esistenti e poi ha creato delle piccole isole luminose nei tavoli occupati dalle persone che volevo raccontare. Insomma, siamo stati molto rispettosi di ciò che abbiamo trovato in termini di luminosità e zone d’ombra. La notte d’altronde è un po’ così, c’è sempre qualcosa che non si deve vedere del tutto.

A proposito delle facce degli attori, penso che tu sia stato audace nel rinunciare a effetti glamour e divistici a favore di una particolarità fisiognomica coerente con la scrittura dei personaggi.

La mia esperienza con il mondo che descrivo è iniziata per caso, grazie a un invito di compleanno, e poi è proseguita per le volte che mi sono servite a farmi un’idea sufficiente a fare il film. Ciò che ho scritto nasce dal ricordo di quelle visite e, dunque, è ispirata ma non aderente alla realtà. Per esempio, la conversazione tra il ladro e il carabiniere era il frammento di una piccola disputa molto civile a cui mi è capitato di assistere, in cui entrambi gli interlocutori erano coscienti del diritto di ognuno ad essere li. Quando ho fatto il cast ho cercato persone che fossero particolarmente espressive per evitare sovrapposizioni con il personaggio. A volte ci sono attori che sono ingombranti rispetto al loro ruolo per fisionomia e modo di recitare, mentre i miei si sono messi al servizio del personaggio anche al di fuori delle loro logiche di mercato. Alcuni sono più abituati a essere protagonisti, altri di meno, ma tutti sono stati disposti a mettersi alla pari anche dal punto di vista produttivo, sposando il progetto con generosità, anche a costo di imbruttirsi.

Come succede alla Capotondi.

Lei ad un certo punto mi ha detto: “Ci ho messo quindici anni a diventare donna e borghese e tu in un colpo solo mi hai fatto recitare senza nessuna delle due”.

Gli attori sono tutti molto bravi. Dovendo scegliere su chi soffermarmi, prediligerei Thony, che per me è tanto brava quanta sottovalutata. Lei è una di quelle attrici che in qualunque ruolo rimangono sempre naturali, riuscendo a recitare in sottotono. Nel film, oltre ad avere una propria storia, è anche la cantante della banda, quindi è lei che (ri)canta tutti i brani.

Con lei mi sono trovato benissimo. All’inizio aveva problemi non tanto sulla recitazione, che le viene spontanea e naturale, a cominciare da come si muove. Sul personaggio non aveva niente da dire e, come abbiamo fatto con altri attori, ci siamo accordati sul fatto che la “sua” cantante non era quella che fingeva di essere sul palco. Abbiamo pensato che uscendo da lì potesse essere un’altra persona, magari diplomata al conservatorio. Sul versante musicale, invece, lei avendo sempre cantato in inglese si sentiva insicura a farlo in italiano. I provini e la sua fantastica voce hanno spazzato via ogni dubbio.

Mi dici come mai nel titolo del film è specificato che si tratta di un Director’s Cut? Rispetto alla prima versione cos’è cambiato?

Praticamente nulla. Succede che se cambi anche solo un fotogramma a una versione già passata al controllo della censura devi cambiare nome al film. Così è stato e l’aggiunta del termine directors’ cut ci ha permesso di far sopravvivere il titolo originale.

Sui riferimenti del tuo film. A parte Scola.

Sui riferimenti a Scola, tu sai che Ballando Ballando, girato da Scola negli anni ottanta, non ha niente a che fare con La notte è piccola per noi. Quello era un esperimento molto interessante rispetto alla possibilità di fare teatro al cinema ed era realizzato da un maestro; la mia invece è una semplice commedia. Invece, l’omaggio a Scola, che io conoscevo bene, è la dedizione ai personaggi e alle loro facce, al volergli bene indipendentemente dalla loro importanza. Scola mi ha insegnato che dedicarvisi ti facilita anche il lavoro con gli attori perché, considerando i loro momenti di insicurezza, se si possono aggrappare a un personaggio solido e costruito bene gli è molto d’aiuto.

Hai già un’idea per il tuo prossimo film?

Si, certo, voglio e spero di raccontare la storia dell’amore più improbabile del mondo. So il film che voglio fare, ma realizzarlo dipende da tanti fattori, a cominciare dai soldi che riuscirò a trovare.

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Utlima modifica: 15 marzo, 2019



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