Karenina & I: conversazione con Tommaso Mottola e Gørild Mauseth

Il cinema ha più volte raccontato la capacità del teatro di farsi vita e di essere parte integrante delle esistenze di coloro che lo mettono in scena. Karenina & I lo fa inseguendo i propri fantasmi e quelli del grande scrittore, Tolstoj, raccontando il mestiere dell'attore attraverso la figura di Anna Karenina. Un viaggio fisico e interiore di cui abbiamo parlato con il regista Tommaso Mottola e con l'attrice norvegese Gørild Mauseth

  • Anno: 2019
  • Durata: 85'
  • Distribuzione: Lo scrittoio
  • Genere: Documentario
  • Nazionalita: Russia, Gran Bretagna, Norvegia
  • Regia: Tommaso Mottola
  • Data di uscita: 09-March-2019

Il cinema ha più volte raccontato la capacità del teatro di farsi vita e di essere parte integrante delle esistenze di coloro che lo mettono in scena. Penso a un capolavoro come L’ultimo metrò, a La vita di vorrei di Piccioni ma, soprattutto, a Riccardo III – Un uomo, un re: per ossessioni e forma, il lungometraggio di Al Pacino è molto simile a Karenina & I. Cosa ne pensate di questo accostamento?

Tommaso Mottola: Ci sei andato molto vicino perché il Riccardo III di Pacino era stato il modello a cui inizialmente avevamo guardato, anche se poi c’è ne siamo necessariamente staccati. Quando abbiamo iniziato a ragionare di farne qualcosa di questa impresa pensammo proprio a quel film e a Searching for Sugar Man. Alla pari di questi anche per noi la ricerca di un personaggio e di un ruolo costituiva la traccia da cui partire. Tanta acqua è passata sui ponti e sulle traversine del treno, perché gli undicimila chilometri attraversati in circa un mese insieme a Gorild e a nostro figlio hanno ovviamente trasformato le nostre intenzioni. Di certo, all’inizio pensavamo di fare un film molto semplice, un road movie, anzi un track movie che partiva dal nord dell’artico – dove Gorild è nata – con una piccola puntata a Venezia, per poi dirigerci in Russa, fino a Vladivostok, avendo come intento quello di imparare la lingua di Anna Karenina. Ora, è chiaro che la ricerca del personaggio ha assunto una sostanza sempre più concreta e vicina a quanto fatto da Pacino, che a suo tempo era stato capace di regalare vita propria al personaggio shakesperiano. Gorild, secondo me, si è spinta ancora più in là, perché nei paesi in cui l’abbiamo presentato le persone alla fine del film le si rivolgevano credendo davvero che lei fosse Anna.

Nel film ti metti a nudo come attrice e come donna e in più accetti la sfida di recitare in una lingua (il russo, ndr) diversa dalla tua. Cosa ha di così forte Anna  Karenina per far si che tutto questo sia accaduto?

Gørild Mauseth: Come attrice a spingermi verso di lei è stata la scoperta di una persona priva di radici, venuta dal nulla e cresciuta con le zie e il fratello, da lei traditi come avrebbe fatto un gangster. Anna è una sfascia famiglie, una donna che compie una miriade di errori ed è forse questo a renderla attuale. È folle, confusa ma pieno di talento e di capacità d’amare per cui è stato scioccante avere a che fare con un simile personaggio. Lei è così diversa: la mia famiglia infatti è molto numerosa, ho quarantotto cugini, ventotto zii, tre fratelli, i genitori ancora sposati. Se ho fatto quello che ho fatto lo devo al coraggio che mi ha dato poter contare su di loro, altrimenti non avrei mai abbandonato il mio piccolo fiordo per diventare un’attrice, venire nel vostro paese per sposare un italiano e, infine, andare fino alla punta estrema della Russia per recitare Anna Karenina nella lingua locale. Mi chiedo di continuo cosa sto facendo e da dove venga il coraggio che mi ha spinto così lontana. Forse l’unica risposta sta proprio nell’avere avuto queste forti radici che mi hanno aperto alla scoperta del mondo, dandomi la forza di raccontare cosa ho visto.

Karenina & I è innanzitutto un film sulla parola, non solo per l’importanza rivestita nel romanzo di Tolstoj, ma anche come obiettivo finale del film e pure del suo viaggio personale. Oltre a una questione tecnica, l’apprendimento del linguaggio diventa il tramite che collega la tua personalità e quella di Anna. Esisteva in te questa consapevolezza?

GM: La lettura del libro è all’origine delle domande che mi sono fatta per entrare nel personaggio, quelle in cui mi chiedo il perché di una determinata frase, oppure da dove venga una certa descrizione e, ancora, cosa spinga la protagonista a fare certe cose. Rispondere a queste domande aiuta lo spettatore a porsele in prima persona. Nel caso specifico anche la lingua è stato un mezzo per entrare in sintonia e diciamo pure in fratellanza con Anna. Qualcuno ha detto che un attore senza le parole non è nessuno: il nostro compito è quello di incarnare e dare emozioni ai dialoghi degli scrittori per trasformarli in qualcosa in cui il pubblico si possa riconoscere e dire si, quel personaggio sono io! Spesso come attori nel rispondere al posto dello spettatore facciamo degli errori, ma questo è l’unico modo per far si che i protagonisti entrino nell’anima di chi li guarda e la facciano palpitare. Gli attori sovente vogliono essere belli e bravi, sapere tutto, però il nostro compito è di fare errori davanti al pubblico.

TM: Sulla questione della lingua. La battuta iniziale del film – che è quella contenuta nel libro e che tra l’altro ho preso molto sul serio – dice “Tutte le famiglie sono felici nello stesso modo, ma ogni famiglia è infelice a modo suo”. Questa frase contiene due volte le parole famiglia e felicità. Ho intervistato centinaia di persone, tra cui i più grandi esperti di Tolstoj e i discendenti dello scrittore, ma anche le signore che incontravo per strada o sul treno. Una delle risposte che vorrei ricordare è quella di una vecchina, la quale alla domanda su cosa fosse per lei Anna Karenina mi ha mostrato sette dita, pronunciando una parola che in russo significa famiglia ma anche “sette di me”, vale a dire che per fare una famiglia ci vogliono quattro nonni, due genitori e almeno un figlio. In questo doppio significato si racchiude il cuore del romanzo: Tolstoj non ha famiglia e attraverso un’orfana come Anna parla della sua esperienza di uomo che ha perso la mamma a due anni, il papà a cinque e che a tredici non aveva quasi più collegamenti con chi lo aveva preceduto. Tutti questi aspetti mi hanno dato lo stimolo per mettere in gioco l’esistenza di un’altra famiglia: la mia! Attraversare la Russia con un bambino ancora piccolo, fare un film chiedendo a mia moglie di interpretarlo mentre si stava preparando per un lavoro teatrale così difficile e, ancora, lasciare che lei restasse all’interno del personaggio per altri quattro anni poteva essere rischioso, perché quella di Anna è una figura autodistruttiva. A me, però, da sempre interessano le strutture famigliari: in questo senso, credevo di poter dare un contributo, lavorando così a lungo su ciò che avete visto.

Sappiamo quanto sia difficile per un attore entrare nel personaggio. Osservando  la maniera totalizzante e immersiva con cui ti sei calata nel tuo ruolo viene da chiedersi come tu abbia fatto a disabituartene una volta terminato lo spettacolo. In tal senso, avere accanto a te tuo marito (Tommaso Mottola, ndr) e vostro figlio credo abbia facilitato questo processo.

GM: Avere una famiglia e un figlio e non aver vissuto da sola ha in qualche modo plasmato la mia vita. Ne sono felice, perché non si tratta di una cosa scontata: tanti colleghi non ci sono riusciti. Questo lavoro impone grandi sacrifici. Chi  lo fa sa quanto è complicato e come sia benefico avere accanto una persona capace di capirlo.

TM: Si è trattato di un vero e proprio gioco di squadra, perché la situazione era delicata. C’è stato un momento in cui ho pensato se ne valesse la pena perché ci sono state delle circostanze veramente complicate, e chi ha visto il film se ne può rendere conto. La grande disciplina e la professionalità di Gorild mi hanno aiutato a superarli e a vincere ogni paura. Ciò non toglie che ho mantenuto alta l’attenzione su questi aspetti poiché si trattava di un personaggio dalla forza spaventosa e, dunque, di un ruolo da cui si fa fatica a staccarsi. Prova ne sia ciò che dice nel film una regista a  Gorild, affermando di essere preoccupata per il suo equilibrio mentale. Lei con Anna ha passato cinque anni, gli stessi impiegati da Tolstoj per scrivere il romanzo. Non è cosa usuale perché di solito si è abituati a entrare e uscire dai personaggi, mentre Gorilld ha fatto dapprima una tournée in Norvegia, durata un anno e mezzo, poi altri quattro lavorando per il teatro di Vladivostok e per il nostro film, di cui peraltro è stata anche produttrice, quindi responsabile di trovare i soldi necessari a farlo.

La qualità delle immagini gioca un ruolo decisivo nella resa drammaturgica del film. Grazie al particolare uso del suono e del montaggio in molti casi esse risultano decontestualizzate dalla continuità narrativa per diventare un’estensione psichica del personaggio, pura rappresentazione del suo stato d’animo.

TM: Avevo pianificato di lavorare su qualcosa che mi potesse portare lontano dalla realtà fattuale del documentario, forse anche per via della mia formazione e per il lascito del mio primo film che era più narrativo, lirico e visionario. Avevo bisogno di mettermi alla prova su un documentario che avesse slanci come quelli delle sequenze girate a Venezia e delle altre in cui vediamo la protagonista con i costumi di scena in location che non ci si aspetterebbe.

Come quelle così evocative girate nella landa…

TM: Devo dire che alcune volte sono nate per caso, ma io le ho cercate perché per primo avevo bisogno di misurarmi al di fuori del territorio delle interviste tipiche del documentario. Sennonché, devo ringraziare il grandissimo contributo degli altri due operatori che ho fatto lavorare in condizioni diverse dal loro normale habitat: avendo bisogno di occhi nuovi sul mondo che volevo descrivere ho impiegato quello russo, assegnandogli le riprese da girare in Italia e in Norvegia, mentre al norvegese sono andate quelle previste in Russia. Senza volerlo mi sono trovato più vicino a Gorild e ho potuto lavorare in grande libertà. Ci sono delle immagini non a fuoco che pure ho tenuto perché insieme alla musica mi hanno permesso di avvicinarmi emotivamente a lei e anche a Tolstoj. Le sue parole alle volte risuonano cosi forte proprio perché sono incastonate in momenti in cui vi è una reale sospensione del tempo. Di sospensioni ne abbiamo usate tante e di questo devo ringraziare il grande Michal Leszczylowski. Lui ha montato il film dopo che lo avevamo chiesto al grande Roberto Perpignani, il quale dopo aver constatato che si trattava di materiale parlato in norvegese, russo e italiano ci ha detto che non lo avrebbe montato. Aggiungendo però che lo avrebbe fatto Michal, già montatore di Sacrificio, l’ultimo film di Tarkovskij. Da polacco-svedese, come lui è, capiva sia il norvegese che il russo, per cui il suo apporto è stato decisivo: mi ha aiutato a tenere alto il ritmo senza rinunciare alla visionarietà, aspetto a cui tenevo molto. Così facendo Karenina & I scorre via veloce, ma ogni tanto è anche in grado di fermare il tempo. Con lui c’è stata discussione costante, ma alla fine ci siamo trovati sempre d’accordo.

A proposto di montaggio, in certi momenti mi sembra che volutamente fai si che sia impossibile distinguere tra Anna e Gorild, tra il personaggio e l’attrice. È stata una cosa voluta o è nata per caso?

TM: No, volevo che fosse proprio come hai detto tu. Avevo bisogno di raccontare  al contempo l’esperienza di Anna e la vita di Gorild. Per me era fondamentale mettere a confronto la passione per Vronskij, pericolosissima, e quella per il teatro, altrettanto  rischiosa. Un giornalista venuto a intervistarci alla partenza del nostro viaggio ci ha chiesto se fossimo consapevoli che questo progetto avrebbe potuto mettere in crisi la nostra relazione. In ogni caso il parallelismo in questione mi ha permesso di raccontare al pubblico lo stato d’animo di Anna e quello di Gorild, avendo cura di trovare una sintesi tra i momenti felici e quelli che lo erano meno. Credevo fosse importante far coincidere il momento in cui Gorild si trova nella casa di Tolstoj e si innamora della Russia con quello in cui Anna bacia il suo amante. Questi aspetti, e cioè l’amore per il teatro e per la Russia e la passione per Vronskij, è stato ovvio intrecciarli, quindi, alla fine, era altrettanto naturale vederli coincidere nell’ultima scena, quella deputata a trasmettere la sensazione di avere conosciuto sia Anna che Gorild.

Sull’utilizzo della voce fuori campo: nel film te ne servi per riprodurre lo schema presente del romanzo e cioè per dare conto dei pensieri della protagonista cosi come quelli di Tolstoj. La coerenza con cui la utilizzi si nota quando a un certo punto la voce di Liam Neeson smette di commentare le azioni di Anna rivolgendosi a quelle di Gorild, con questo segnalando in maniera anti didascalica l’avvenuta sovrapposizione tra l’attrice e il suo personaggio.

TM: In realtà avevo una grande paura a usarla proprio a causa dell’effetto didascalico. Ci ho riflettuto a lungo, poi di fatto ho capito che dovevo procedere con un’altra tecnica, e cioè intervistare Gorild in una stanza chiusa e al buio, nel tentativo di capire come mai dopo cinque anni Anna le facesse ancora risuonare quel qualcosa che non riuscivo a cogliere. La partecipazione di Liam Neeson non era prevista. Avevamo ventidue battute stupende tratte dal libro di Tolstoj che però ci rigiravamo tra le mani da mesi e che, una volta montate attraverso la voice over, non riuscivano a soddisfarci. Come documentarista avevo raggiunto il mio scopo, e cioè seguire il personaggio del film anche a costo di cambiare il destino della mia famiglia. Fidandomi del talento di Gorild ci siamo trasferiti nell’artico e oggi viviamo in due posti diversi: a Roma e, appunto, nel fiordo dove Gorild è nata. Tutto questo mi sembrava già tantissimo, ma a un certo punto Gorild ha avuto l’idea di chiamare Neeson per chiedergli di finanziare una parte del film. Con grande sorpresa si è offerto per fare Tolstoj. Credeva di dover recitare in prima persona ed è rimasto contentissimo di sapere che ne doveva leggere alcune parti del romanzo. Lui si è impegnato investendo anche dei soldi, perché Karenina & I parla del mestiere dell’attore come pochi film hanno fatto. A dire la verità l’effetto deflagrante prodotto dalla combinazione tra la voce di Tolstoj e quella di Gorild non l’avevo previsto. Ciò mi ha permesso di capire in che modo lo scrittore sia riuscito a nascondersi dietro l’infelicità di Anna, creando al contempo un compendio per la felicità della vita.

Il romanzo di Tolstoj si conclude con il mistero della morte di Anna che si rivede bambina e subito dopo si suicida. A te che l’hai conosciuta così bene volevo chiedere cosa l’ha spinta a farlo. Forse la consapevolezza di aver tradito i sogni della sua infanzia?

GM: Penso che la sua morte sia la somma di tante cose, però mi sono chiesta come mai non abbia visto la luce che le avrebbe impedito di uccidersi. La risposta più convincente l’ho trovata nel fatto che lei non avesse ricordi: Anna era una persona senza passato né radici che le permettessero di aggrapparsi a qualcosa nei momenti di difficoltà. Basta vedere quanta importanza abbiano per i profughi le foto dei loro genitori rispetto alle difficoltà sopportate nelle loro migrazioni. Per me l’unica consolazione è sapere che sia riuscita a vedere se stessa sul dondolo e a farsi il gesto della croce, lei che aveva perso anche Dio. Mi consola pensare che in qualche modo si sia riconciliata con se stessa, anche se non fino al punto di impedirle di suicidarsi. Purtroppo era sola, altrimenti qualcuno forse gli avrebbe impedito di farlo.

Durante un momento di difficoltà, affermi di aver perduto la tua fede. Ciononostante, questo non ti impedisce di raggiungere ciò che ti eri ripromessa all’inizio del viaggio. Era forse questo un modo per sottolineare il processo che sta alla base di ogni interpretazione?

GM: Penso che non si possa controllare tutto e che certe volte le passioni aiutino a fare cose impensabili sia nel lavoro che nella vita; a loro dobbiamo il merito di tirare fuori risorse che non sapevamo di avere; di spingerci a lasciarci andare e di dedicare le nostre forze a un regista o a un testo. Questo è importantissimo per un attore.

Mettete in scena una parte importante del vostro privato: che limiti vi siete imposti nel metterlo sullo schermo? Ve lo chiedo perché come coppia c’era il rischio di venirne destabilizzati.

TM: Il rischio esisteva. Se non era per la disciplina ferrea a cui Gorild è stata educata dalla durissima scuola del teatro nazionale norvegese sarebbe stato impossibile riuscire a farlo. Soprattutto per lei sarebbe stato difficile reggere l’impatto di diciotto ore di lavoro, suddivise tra le prove teatrali e i momenti in cui girava il film con il microfono addosso dalla mattina alla sera. Senza dimenticare che doveva occuparsi di nostro figlio, fare la spesa, portalo a scuola. Sforzi che in termini di stanchezza hanno sicuramente pesato sul nostro privato. C’è voluto un atto di fede fede per dirci che sarebbe andato tutto bene.

GM: Non avevo mai immaginato che avremmo lavorato insieme. L’idea di realizzare questa follia ci ha permesso di stare l’uno accanto all’altro e di vivere un’esperienza destinata a restare per sempre della nostra storia. Nel film non c’è solamente il teatro ma anche la nostra vita, fatta di momenti belli e meno belli. Da questo punto di vista spero che Karenina & I sia un invito ad avere coraggio e a lanciarsi andare.

A entrambi volevo chiedere qual è il segno che rende attuale un romanzo come quello di Anna Karenina. A Gorild invece domando come si colloca la femminilità di Anna nella nostra contemporaneità?

TM: Quando ho saputo che Gorild era stata chiamata a interpretare Anna ammetto di essermi chiesto in che maniera un personaggio del genere – capace di abbandonare il figlio per andare con l’amante – sarebbe potuto risultare interessante e attuale rispetto all’universo femminista contemporaneo. I miei amici mi dicevano che la Russia è pieno di donne come la Karenina, poiché tutte sognano di cancellare il proprio marito e scappare con un altro uomo. Insomma lo scenario era questo, oltre al fatto che ovunque spuntavano fuori nuove versioni del romanzo di Tolstoj, come quella interpretata da Kiera Knightley. Le mie perplessità sono scomparse di fronte alle imprese mascoline di Anna e di Gorild. La prima, in particolare, fa esattamente quello che fanno gli uomini, mollando moglie e famiglia per stare con l’amante. Non paga di tutto ciò, Anna si fa un’altra famiglia e mette al mondo un figlio che lascerà orfano: una disgrazia – per il nostro corretto modo di pensare –  che mi ha fatto capire come in tale comportamento ci sia qualcosa capace di risuonare nella nostra società. Al di là del fatto che Karenina è stato sempre un personaggio glamour, una figura che tutte le attrici più importanti hanno voluto fare.

GM: Ho lavorato molto, avendo in mente che lei ha compiuto tutte le scelte ragionando come un uomo. Non c’è dubbio che Anna sia una donna molto femminile, ma dentro di sé è anche molto maschile; in più, attorno a lei non ha molti modelli da seguire. Oltre a questo, penso che i classici siano importanti perché oggi le strutture famigliari sono molto cambiate e a questo proposito romanzi come Anna Karenina sono ancora in grado di insegnarci qualcosa. La mia sensazione è che oggi tutti vogliono essere innovativi, dimenticando che leggere certi libri è ancora un modo efficace per ricevere suggerimenti e stimolare il pensiero.

Sei in Italia da molti anni, quindi mi interessava sapere se e con quale regista del nostro paese ti piacerebbe lavorare?

GM: Io non ho voluto mettere il piede sul palcoscenico fino a quando non mi fossi sentita pronta, adesso invece penso di esserlo. Di certo c’è che mi sento di poter lavorare con un regista che abbia il coraggio di farmi interpretare una delle donne di Ibsen. Più di qualunque attrice norvegese so cosa abbia significato per lui scrivere i suo drammi nel vostro paese, capisco esattamente il suo vissuto, perciò sarebbe più interessante anche per me lavorare a un suo testo recitando in italiano. Per quanto riguarda il cinema vorrei tanto lavorare con Paolo Sorrentino: di lui mi piace la capacità di cambiare e di approfondire e la sua continua ricerca. Sappiamo che è un orfano e questa condizione entra nei film che fa. Avendo lavorato tanto con Tolstoj anche io mi sento un po’ orfana ed è forse questo particolare che me lo fa sentire vicino. Se ho recitato in russo posso farlo anche in italiano.

Utlima modifica: 12 marzo, 2019



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