I villeggianti di Valeria Bruni Tedeschi: solo l’anarchia partorisce l’emozione

Ne I villeggianti, opera più tragica che comica, Valeria Bruni Tedeschi mette a nudo, in un puzzle apparentemente difettoso, un sofisticato labirinto di situazioni, relazioni ed emozioni

Prima di presentare  la sceneggiatura del suo nuovo film alla commissione finanziatrice, Anna apprende dal marito che non si recherà con lei sulla riviera francese, ma rimarrà a Parigi dove ha iniziato una nuova relazione. La sceneggiatura verrà criticata e Anna, in preda ad una crisi confusionale, apre il racconto molto autobiografico de I villeggianti, opera più tragica che comica, nella quale la regista mette a nudo in un puzzle apparentemente difettoso un sofisticato labirinto di situazioni, relazioni ed emozioni. Luca la lascia a Parigi e poi di nuovo sulla costa dove è arrivato per ripartire subito e per darle l’addio definitivo, mentre lei continuava a chiamarlo e cercare un contatto con lui. La loro figlia, Celia, le rivela di non credere in Dio, mentre la madre prega per il ritorno del padre; la ragazzina ha studiato il Big Bang e il modello cosmologico sembra averla convinta, mentre rivela alla madre di aver conosciuto la nuova compagna del padre, con le figlie e il cane già dal precedente inverno. Nella meravigliosa casa sulla costa, la madre di Anna suona il piano; il marito di Anastasia, della quale verranno disperse le ceneri in mare, non riesce a morire affogato perché ottimo nuotatore; i dipendenti non riescono a rivendicare i loro diritti e, tra amori che nascono e finiscono, il gruppo di famiglia usa la tavola come terapia di gruppo, nella quale le solitudini di ciascuno si riflettono nelle incomprensioni reciproche. Accuse gravi si rivolgono, ridendo e scherzando, cantando e suonando, piangendo e bevendo. Stupri, aborti, miserie umane, illusioni e disinganni, morte. Il dibattito sulla differenza tra destra e sinistra, quest’ultima descritta come la “forza della disperazione” di chi sa che niente cambierà, ma non smette di lottare. Nella prigionia dei propri inganni, ciascuno recita un ruolo, e ai villeggianti non rimane che fare il bagno in piscina mentre sotto c’è lo splendido mare della costa azzurra. Anna sa che ripete sempre lo stesso film, glielo rivela anche la commissione che le rifiuta il finanziamento, ma lei non può smettere di essere quello che è, sopra le righe, folle, inquieta, troppo profonda per non essere superficiale. La sorella Elena la accusa di egocentrismo e non accetta che continui a parlare del fratello defunto.

Un’allegria drammatica, sulla quale aleggia la disperazione di una vita agiata ma tragicamente mortale; una malinconia lacerante si abbatte sulle due sorelle che intonano stonando “cos’è la vita senza un amore… e s’alza il vento, un vento freddo come le foglie le speranze butta giù…”. Un’allegria rumorosa, quella della casa, che si fa pianto, rimpianto e inquieto disincanto. La vita è la villeggiatura della morte e l’amore è la villeggiatura della vita; i villeggianti sanno che la vacanza finisce come la vita finisce proprio perché siamo mortali, come tutto finisce perché siamo finiti.

Cos’è la vita… senza la morte…
cos’è l’amore… senza la vita…
… e s’alza un vento, un vento freddo, come le foglie le speranze butta giù…
la notte scende con le sue mani fredde su di me…”.

Il film di Valeria Bruni Tedeschi è un tragico e comico grido di dolore, un affresco terribile e bellissimo sul quale aleggia la morte in tutte le sue sfaccettature, che vanno dal dolore al rimpianto, dall’egoismo al disincanto, dal piacere all’amore che è “una dittatura”, come ci ricorda una canzone che canta:

Esistere è giusto un momento/chi vive nel tempo muore contento/ci hanno visti contare le pietre di questo deserto…/…in questa palestra dell’orrore…/emettiamo storie che fanno rumore/cerchiamo la donna della vita o l’uomo della morte…/strade interrotte, eterni sorrisi…/Hai la democrazia dentro al cuore/ma l’amore è una dittatura fatta di imperativi categorici/ma nessuna esecuzione/mentre invece l’anarchia la trovi dentro ogni emozione…“. (Zen Circus, L’amore è una dittatura)

Un film lacerante di chi non esita a mettersi in gioco, di chi non distoglie lo sguardo dalle proprie nevrosi, di chi non rinuncia a vedere la fine, la morte e la dittatura dell’amore “con le sue mani fredde”, perché solo l’anarchia partorisce l’emozione.

Utlima modifica: 11 marzo, 2019



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