L’amicizia di due bambine sullo sfondo di una realtà conflittuale: intervista a Sandra Vannucchi, regista di La fuga (Girl in Flight)

La fuga (Girl in Flight) racconta con oggettività e partecipazione l'amicizia di due bambine sullo sfondo di una realtà problematica e conflittuale. Senza rinunciare ad affrontare temi e questioni sociali importanti, come quelle della malattia e della mancanza di integrazione sociale, il film segna l'esordio alla regia di Sandra Vannucchi 

  • Anno: 2019
  • Durata: 80'
  • Distribuzione: Lo scrittoio
  • Genere: Drammatico
  • Nazionalita: Italia
  • Regia: Sandra Vannucchi
  • Data di uscita: 07-March-2019

La fuga è un film in cui temi e generi si fondono e si confondono nella storia di Silvia che, in fuga dalla sua vita familiare, arriva a Roma e fa amicizia con una bambina rom. Rispetto a tale ricchezza di materiale, l’origine del progetto è stata quella di approfondire una realtà sociale o di raccontare una storia di formazione?

Il film si basa sulla mia infanzia e su fatti realmente accaduti, quindi sono partita dall’esperienza personale e dal racconto di formazione. Alla pari di quanto si vede nel film, anche mia madre soffriva di depressione ed è stata ricoverata in clinica più volte: come la protagonista anche io, all’età di dieci anni e dopo l’ennesimo rifiuto dei miei genitori di andarci insieme, sono scappata da casa per andare a vedere Roma. Ho preso il treno da sola e partendo da una piccola città toscana sono arrivata nella capitale. La storia, dunque, è partita da qui. Nella realtà mio padre avevo scoperto ciò che avevo fatto, quindi appena arrivata a Roma Termini ho trovato ad aspettarmi i miei zii romani e la cosa è finita così. Ai fatti che ti ho appena detto ho aggiunto il resto, immaginando l’incontro di Silvia con la ragazzina rom. Uno spunto dettato dal mio interesse per il sociale e per il fastidio provato rispetto al disprezzo con cui in Italia vengono trattate queste persone. L’idea si è consolidata mentre scrivevo la sceneggiatura grazie all’ispirazione che mi ha dato la vista di bambini rom che viaggiavano in treno da soli. Insieme al co-sceneggiatore Michael King abbiamo fatto moltissima ricerca, passando mesi nei campi rom di Roma. Da tutto questo è scaturita la seconda parte del racconto.

La fuga è costituita da una gerarchia di sguardi ben definita: innanzitutto c’è quello di Silvia, in perenne movimento e aperto al mondo esterno, in un modo tale da consentire la progressione della storia; in subordine c’è quello dei suoi genitori, molto più statico e rivolto verso l’interno. In che maniera questa scelta si è riversata sulla produzione delle immagini e sullo sviluppo della narrazione?

Rispetto alle immagini ho cercato di mantenermi attaccata al punto di vista di Silvia, mentre nella scrittura il fine era quello di essere il più possibile oggettivi, sempre a partire dalla protagonista, ma cercando di restituire uno sguardo imparziale nei passaggi dedicati ai suoi genitori. Così facendo, ho evitato di costruire il film su un unico punto di vista.

Nel film descrivi uno spazio per lo più sociale in cui a entrare in rapporto dialettico sono quello della famiglia, rassicurante ma infelice e l’altro, metropolitano, pericoloso ma vitale. In entrambi i casi e nonostante le sovrastrutture la differenza viene fatta dalle persone. Basta pensare alla mancanza di pregiudizio di Silvia nei confronti di Emina, la cui amicizia dimostra, semmai c’è ne fosse bisogno, quale sia la strada da seguire per dare corso a un’integrazione reale e non teorica.

Si, ed è per questo che era importante presentare la storia dal punto di vista di una ragazzina ancora scevra da pregiudizi e che si trova in una situazione di bisogno: l’incontro con una coetanea, con la quale ha delle cose in comune, a cominciare dalle problematiche con le loro madri, le rende entrambe portatrici di una diversità. Silvia appartiene a una famiglia anomala rispetto a quelle dei compagni di scuola, mentre l’altra appartiene a una comunità disprezzata ed emarginata. Una componente decisiva era anche il desiderio di indipendenza di Silvia. Nonostante i pericoli, la vita metropolitana esercita un forte fascino per chi, come lei ha voglia di emanciparsi e definirsi al di fuori della famiglia.

Ne La fuga non vi è mai giudizio, semmai la voglia di comprendere. La qualcosa ha tra i suoi meriti quello di evitare la retorica che spesso caratterizza la discussione di argomenti come quelli presenti nel tuo film. Che precauzioni hai preso quando hai deciso di trattarli?

Ci tenevo a presentare la diversità come una cosa positiva, da cui tutti possiamo imparare qualcosa, nel senso che la conoscenza avviene apprendendo uno dall’altro, come mi è accaduto lavorando nei campi rom e quando abbiamo girato nello stesso in cui abbiamo trovato Emina. In pratica, mi sono ritrovata nella condizione della mia protagonista: ho conosciuto tante persone e la loro diversità mi ha davvero stimolata, aiutandomi a superare tutte le sfide che abbiamo avuto durante la produzione. È una cosa in cui credo dal profondo del cuore e mi fa piacere se in qualche modo è venuta fuori.

Nel film famiglia e genitori non ne escono bene. Sia Silvia che Emina non trovano la predisposizione atta a comprendere i  bisogni. Tuttavia, tu riesci a raccontarli per ciò che sono e nelle difficoltà del ruolo, senza stigmatizzarne le colpe.

Non volevo dare un giudizio, perché se veramente capisci una situazione comprendi il motivo per cui le persone fanno una certa cosa e magari sbagliano credendo di fare bene. Per esempio, rispetto ai genitori della ragazzina rom ho parlato con molti di quelli presenti nei campi e alcuni di loro facevano un grande sforzo per mandare i figli a scuola e non a elemosinare. Chi si comportava in maniera contraria mi spiegava che erano costretti per il fatto che nessuno gli dava lavoro a causa della loro etnia. Si tratta di una realtà dura che mi interessa comunicare allo spettatore senza esprimere giudizi, perché sono consapevole che se fossi nella stessa situazione potrei comportarmi allo stesso modo. Vivere certe situazioni è diverso dall’esserne solo a conoscenza e commentarle.

Attraverso la madre di Silvia affronti il tema della depressione. Rispetto al tono generale del film, la scena del bar, quella in cui la donna (interpretata da Donatella Finocchiaro) ha un alterco con una ragazza, produce uno scarto importante, poiché fino a quel momento il personaggio era stato passivo e in disparte rispetto agli avvenimenti. Volevo che mi dicessi qualcosa sull’importanza e sul significato di questa sequenza.

Siccome la depressione è un male oscuro e misterioso mi sono chiesta in che modo far capire che questa donna sta veramente male. Non mi interessa spiegarlo, ma farlo emergere attraverso una situazione collegata alla storia. Quindi, mi è venuto in mente questo momento di confronto con una donna che fa finta di essere depressa: la sua reazione ci fa capire quanto sia disperata per le sofferenze impostele dalla malattia. Si tratta di una scena drammatica e necessaria.

Lavori con un direttore della fotografia (Vladan Radovic) bravo e importante, optando per un realismo che evita lo stile documentario. Rinunci a effetti immersivi, collocando la macchina da presa a una certa distanza dai personaggi. Era questo il modo per rendere una storia così personale all’interno di un quadro di maggiore oggettività possibile?

Si. In un certo senso è un po’ ciò che dicevo prima: da una parte volevo che la storia venisse interpretata dal punto di vista di Silvia; al contempo mi interessava mantenere una certa oggettività, specialmente quando lei si trova a casa con i genitori.

Raccontare l’infanzia significa anche confrontarsi con i classici della settima arte: guardando La fuga mi è venuto in mente il Truffaut de I 400 colpi, e, per restare in Italia, A Domani e Nella mischia di Zanasi. Quali titoli ti hanno ispirato?

Sono stata tanti anni negli Stati Uniti e a New York per cui molto del cinema italiano più recente me lo sono perso. Forse, però, le mie influenze si rifanno a titoli passati come Umberto D., per quanto riguarda il neorealismo, Accattone, per l’attenzione con cui Pasolini riesce a rimanere sempre sul personaggio principale, I vitelloni e Amarcord, nella trattazione dell’elemento autobiografico. Direi che sono questi i titoli che avevo in mente.

Visto che lo hai frequentato, ti devo chiedere se hai preso qualcosa dal cinema statunitense?

Forse la libertà con cui i suoi registi decidono di fare film anche a fronte di budget irrisori. Sono tornata in Italia con lo stesso spirito e non mi sono scoraggiata neanche all’inizio quando, causa i pochi soldi a disposizione, non riuscivo a trovare un line producer disposto a lavorare con noi. La voglia di dire “Facciamo il film anche con questi soldi” penso provenga dalla mia “esperienza americana”.

Nonostante la giovane età, Lisa Ruth Andreozzi nella parte di Silvia si comporta da attrice consumata. La sua interpretazione è perfetta per intensità e misura per cui mi fa pensare che abbia un grande futuro. Tu cosa ne pensi?

Penso sia un’attrice formidabile. Abbiamo visto centinaia di ragazzine sia a Roma che a Firenze, poi si è presentata lei ed ho capito di aver trovato la “mia” Silvia. Non era facile interpretare quel ruolo, perché bisognava avere la determinazione necessaria a farti credere che avrebbe preso un treno da sola e, allo stesso tempo, far venire fuori la vulnerabilità di una bambina di dieci anni. Lisa ha incarnato queste qualità ed è stata molto dedita, preparandosi sulla base di un’esperienza iniziata in teatro all’età di quattro anni. Con lei abbiamo lavorato sulla sceneggiatura, leggendola insieme e chiarendo i punti che le rimanevano più difficili, quelli che riproducevano situazioni diversi dalla sua vita reale. Abbiamo fatto molte prove con improvvisazioni a cui partecipava anche Emina Amatovic, interprete della ragazzina rom.

Utlima modifica: 4 marzo, 2019



Condividi