Orgoglio e pregiudizio nella vita e nell’opera di Yayoi Kusama: intervista a Heather Lenz, regista di Kusama Infinity

Superando pregiudizi razziali e sessisti, Yayoi Kusama è riuscita a diventare l'artista vivente di maggior successo. Kusama Infinity ne racconta vita e arte, rilevando come l'ascesa dell'artista sia andata di pari passo con l'emancipazione della donna, in un mondo dove ancora oggi è difficile girare un film con una protagonista femminile. Abbiamo chiesto alla regista Heather Lenz di parlarcene

  • Anno: 2019
  • Durata: 85'
  • Distribuzione: Wanted Cinema
  • Genere: Documentario
  • Nazionalita: USA
  • Regia: Heather Lenz

Le tappe della vita esistenziale e artistica di Yayoi Kusama avevano le carte in regola per diventare un grande biopic hollywoodiano. Come mai nessuno prima di te aveva pensato di dedicarle un film e, per quanto ti riguarda, perché hai scelto proprio lei?

Sono d’accordo con te sul fatto che Kusama sarebbe stata un grande soggetto per una biopic. Avevo anche pensato di girarne uno, ma quando iniziai a proporne la realizzazione – all’inizio degli anni duemila – riscontrai un’incredibile resistenza all’idea. Sebbene oggi molti degli interessati faticherebbero ad ammetterlo, alcune persone alle quali proposi il film misero in discussione il fatto che volessi fare un film su una “donna straniera”. Addirittura, non più tardi di un anno fa, qualcuno nell’industria cinematografica mi disse che non c’era nessuna attrice giapponese abbastanza famosa per interpretare Kusama, cosa peraltro non vera.

Sfortunatamente Hollywood è ancora piena di gente razzista e con idee sessiste che finiscono per intralciare la messa in produzione dei film. Riflettete un attimo, quanti lungometraggi avete visto con protagoniste asiatiche? Quante donne mature di qualsiasi razza avete visto sugli schermi con ruoli di primo piano? E quante donne asiatiche vi vengono in mente che hanno vinto un Oscar? Del resto quanti registi donna potete citare che hanno ricevuto un Oscar?

L’idea di fare un film biografico su Kusama era in anticipo sui tempi, ma trovare un finanziamento per un progetto a tema è sempre stata una sfida, anche se non si tratta di un “maturo personaggio femminile straniero”. Il motivo per cui ho scelto Kusama è che prima di fare il film ne ho seguito la carriera per molto tempo – e fin dagli inizi degli anni novanta. Tra l’altro la produzione di Kusama Infinity è durata quasi 10 anni. Ero interessata a lei perché sentivo che il suo contributo al mondo dell’arte americana non era stato adeguatamente compreso o riconosciuto e volevo invertire la tendenza. Inoltre, vedevo in lei una persona complessa, vissuta in un contesto inusuale e intrigante, capace di metterla nelle condizioni di creare un’arte geniale. Con il passare del tempo ho apprezzato sempre di più la sua tenacia, anche perché la realizzazione del film è stata un’impresa ardua.

Nel prendere in considerazione vita e opere della protagonista appare lampante la stretta connessione tra arte e vita. Intendo dire che le opere riflettono in maniera scoperta aspetti della sua personalità. In Kusama Infinity riesci a scindere le due cose mostrandone in maniera chiara la relazione. Nell’impostare il film come sei riuscita a evitare che un aspetto prendesse il sopravvento sull’altro? 

Sebbene Kusama per me sia un’artista straordinaria, è la storia della sua vita che la rende un grande soggetto per un film. Se fossi stata solo interessata alla sua arte ci sarebbero stati altri modi per focalizzare l’attenzione, quali organizzare una mostra o pubblicare un catalogo. Volevo che il film fosse interessante per un pubblico più vasto, anche per persone che non sono amanti dell’arte. Detto questo, per favorire la progressione del film ho cercato di includere l’arte, così come di rivelare qualcosa della sua vita privata e dell’epoca che l’ha vista protagonista.

A questo proposito, le immagini del tuo film sono tali da fare di Kusama parte integrante delle proprie opere e non un elemento disgiunto. Nel filmarla questa caratteristica è stata voluta, oppure si è trattato di un processo naturale?

All’inizio della carriera vediamo Kusama posare con le sue creazioni, indossando vestiti che avevano colori simili o motivi che l’aiutavano a confondersi tra le sue opere. Con il passare del tempo gli abiti iniziarono a rifarsi a motivi ispirati ai suoi dipinti e da quel momento incominciò a diventare praticamente un tutt’uno con la sua arte. Alcune opere, fatte di soli specchi, diedero l’opportunità al pubblico di riflettersi in esse fino a diventarne parte. Nel film c’era l’intenzione di ricreare questo tipo di visualità.

Osteggiata dalla famiglia e dal proprio paese, Kusama emigra a New York per poter continuare a lavorare e affermarsi come artista di successo. Riuscirci non è stato facile perché anche in America ha dovuto affrontare pregiudizi sessisti e razziali. In questo modo l’ascesa artistica va di pari passo con la sua emancipazione. Alla luce di ciò mi sembra che l’esistenza di Kumasa sia in perfetta sintonia con i tempi di oggi?

Sono trascorsi sessant’anni da quando Kusama si è trasferita in Giappone da New York. Purtroppo le donne stanno ancora affrontando una dura battaglia in campi quali l’arte, la tecnologia e il cinema, e quasi ovunque il nostro lavoro viene pagato meno di quello degli uomini. Raccontare storie come quella di Kusama non è ancora cosa facile, ma quando ci si riesce il pubblico reagisce in modo ricettivo. Dopo le proiezioni ci sono state donne asiatiche in lacrime che mi hanno avvicinato per dirmi quanto fossero felici di vedere sullo schermo una donna orientale forte, capace di rompere gli stereotipi della nostra società.

In Kusama Infinity le immagini hanno sia una funzione narrativa, raccontando la storia materiale della protagonista, sia sensoriale, immergendo lo spettatore all’interno dell’atto creativo. Come hai lavorato da questo punto di vista?

Fortunatamente il nostro montatore capo, Keita Ideno, è bravissimo, ed entrambi avevamo molte idee su come raccontare la storia dal punto di vista visivo. Per esempio, abbiamo pensato quando intrecciare le immagini dei fiori, riprendendo così una trama introdotta precedentemente nel film.

Una cosa che colpisce è lo scarto esistente tra il corpo minuto e la delicatezza del tratto della Kusama e, invece, la determinazione con cui è riuscita a non farsi sopraffare dalle avversità: volevo chiederti com’è stato rapportarsi con lei e su che piano vi siete relazionate?

È stato veramente un piacere incontrare Kusama. Ha vissuto una vita molto interessante e stimolante, che spero di essere riuscita a raccontare nel mio film.

Come il protagonista di A Beautiful Mind, Kusama è consapevole dei propri disturbi mentali, ma riesce a far si che essi non ne interrompano la creazione artistica, ma anzi la alimentino. Secondo te, in che maniera e quanto ha inciso questo aspetto sulla sua produzione artistica?

È difficile rispondere a una domanda del genere e non posso parlare a nome di Kusama. Ha dovuto chiaramente superare molte avversità, ma ha trovato un modo per continuare a muoversi verso i suoi obiettivi. Questo è uno dei motivi che la rendono così stimolante.

Per la traduzione dall’inglese si ringrazia Cristina Vardanega

 

Utlima modifica: 28 Febbraio, 2019



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