ALBE – A Life Beyond Earth : conversazione con la regista Elisa Fuksas e lo sceneggiatore Tommaso Fagioli

In continuità con il suo film d'esordio, Elisa Fuksas racconta Roma da un punto vista inedito e alternativo all'immagine tipica della città capitolina. Tra fantascienza, commedia surreale e film filosofico, ALBE - A Life Beyond Earth diverte e fa riflettere, sfuggendo a qualsiasi classificazione. Di uomini, alieni e altre storie abbiamo parlato con la regista e il coautore della sceneggiatura Tommaso Fagioli

  • Anno: 2019
  • Durata: 80'
  • Distribuzione: K48
  • Genere: Documentario
  • Nazionalita: Italia
  • Regia: Elisa Fuksas
  • Data di uscita: 18-February-2019

In continuità con Nina, il tuo film d’esordio, anche in ALBE – A Life Beyond Earth racconti temi e personaggi di una Roma non marginale ma alternativa sia nella dimensione che nella natura delle cose e delle persone. Tenendo conto del curriculum di Tommaso e degli argomenti trattati in Microcosmo, mi pare che l’interesse verso gli aspetti fantasmatici della realtà e per tipi umani sospesi tra cielo e terra sia il punto di partenza della vostra collaborazione in questo nuovo progetto.

Elisa Fuksas: Roma è la città che prediligo e insieme detesto, quella dove sono nata e che meglio conosco. Ne vorrei sempre fuggire ma poi, non so perché, finisco per restarci. La mia visione della città è contraddittoria al punto di sembrare, come dici tu, un universo parallelo, in parte conseguenza dell’incapacità di viverla come lei vorrebbe. Tutto sommato, questo sguardo potrebbe essere il mio modo di reagire a una città tirannica.

Tommaso Fagioli: Riprendere e raccontare la città ti dà il privilegio di vederla con occhi nuovi; nel caso di ALBE – A Life Beyond Earth si è trattato di farlo alla maniera di generi quali la fantascienza e il Manga giapponese, per la tipologia delle immagini realizzate da Elisa. Microcosmo l’ho realizzato mentre stavamo ancora montando ALBE, utilizzando uno zoom molto potente di una macchina da turista. Alla maniera di un Dziga Vertov contemporaneo o di uno Jean Vigo, ho filmato con occhio voyeuristico ed evanescente, intento a osservare la città nella maniera contraddittoria di cui parlava Elisa. Il fatto di metterla al centro della tua narrazione te la fa vedere davvero in maniera alternativa.

Infatti, mi pare che il vostro incontro artistico dia vita a un film molto stratificato che funziona sia come film filosofico o di fantascienza e, allo stesso tempo, come commedia dai toni surreali sul tipo del primo Lucchetti e addirittura Moretti, a cui rimandano i tic e le ossessioni di certi personaggi.

EF: Ma in fondo anche Risi se vuoi, l’autore della commedia italiana alla quale guardo con il massimo dell’ammirazione. Tra tutte le reincarnazioni possibili mi piacere essere la sua!

All’inizio del film dichiari di voler realizzare un lungometraggio di fantascienza concentrandoti però su elementi reali e concreti dell’esistenza. Ti chiedo se questa sia poi diventata l’impostazione che hai dato al tuo lavoro.

EF: Si, sia sotto il profilo visivo che epico. In realtà le premesse del film sono conseguenza di uno studio di testi scientifici in cui le teorie sugli extraterrestri e sullo stato della nostra civiltà sfociano nella poesia. Succede, infatti, che i margini più estremi di questo tipo di studi diventino materia impalpabile e poetica, dunque perfetta per il cinema.

Tra l’altro, rispetto alla forma del film, e nella fattispecie alla fantascienza, tu lavori in una direzione che ti permette di dialogare con gli aspetti più ricorrenti del genere in questione. Mi riferisco, per esempio, alla presenza di una serie di macchinari allo stesso tempo avveniristici e improbabili che sono il segno del territorio in cui si muove ALBE. Anche il rapporto tra spazio e personaggi, oltre a fare da cassa risonanza alla loro solitudine, ti permette di inserirli all’interno di una cornice urbanistica che rimanda al genere fantascientifico.

EF: Trattandosi di architetture reali – essendo le stesse in cui ogni giorno prendono forma le vite dei personaggi – la coerenza che ne deriva è tale da fare del film non un documentario ma un documento. D’altronde, io i primi non li so fare perché nella mia testa non sento di avere l’oggettività che quel tipo di cinema deve avere. Il mio è ancora uno sguardo soggettivo.

Quindi mi confermi che i personaggi di ALBE sono reali, cioè esistono così come li vediamo nel film?

EF: Completamente veri! Si vestono, si muovono e agiscono così come si vede sullo schermo. Voglio dire che a loro non ho mai chiesto di fare niente di più di quello che già sono.

In termini di regia il modo di guardare alla storia dei personaggi era una  questione fondamentale. In questo senso sei stata brillante nel trovare uno sguardo rispettoso e non ironico che ti ha permesso di raccontarli nella loro intimità. Nel contempo metti lo spettatore in una posizione che gli consente di condividerne l’avventura esistenziale anche rimanendo nelle proprie posizioni.

EF: Si, era molto importante perché non si trattava di fare un film di propaganda o di proselitismo bensì di osservazione. Si trattava di creare uno spazio dove tutto era possibile; accettando questa convenzione, anche lo spettatore si apre alla possibilità che gli argomenti e le esperienze dei personaggi siano reali. Non è detto che le cose stiano esattamente come dicono loro, però esiste almeno una possibilità, soprattutto se ci riferiamo gli uomini e non agli alieni. ALBE è un film sull’uomo, sulla tensione umana verso il mistero e la conoscenza dell’altro, anche se costui è qualcuno di molto lontano. Tenendo conto che gli alieni potrebbero essere un po’ tutti: noi e anche gli altri.

Tra l’altro, insieme a Tommaso avete costruito una sceneggiatura che da una parte verte sulle certezze dei personaggi e sulla loro fede riguardo all’esistenza di forme d vita extraterrestre; dall’altra, c’è il contraltare costituito dalle domande che Elisa si pone rispetto al medesimo argomento e che diventano parte integrante del film.

TF: I frammenti in cui compare Elisa sono residuo del documentario che inizialmente volevamo fare: essendo prettamente scientifico risultava noioso perché basta aprire YouTube per trovarne a migliaia, anche ben fatti, sul medesimo tema. La parte rimasta però serviva come contro canto, al fine di mostrare che la ricerca dei protagonisti poteva essere fatta anche a un altro livello: la fede dei  personaggi può diventare superstizione e sospetto; d’altronde la ricerca scientifica non è solo oggettività ma anche tensione poetica. Per tale ragione le questioni poste da Elisa all’interno del film non possono che fare da contraltare a quelle dei protagonsti, salvo poi mischiarsi qua e la, soprattutto con il personaggio di Carlo, il performer alieno. Si è trattato di una decisione presa in fase di montaggio, forse la più problematica, ma alla fine questo è stato.

È un espediente che funziona molto, perché sul piano visivo rende lo scarto tra i dubbi dell’una e le certezze degli altri.

EF: Poi, sai, era anche un modo per dichiarare che siamo tutti uguali. Senza di me sarebbe stato più difficile non apparire giudicanti. Sono entrata nel gruppo rimanendo me stessa, partecipe dei loro destini, attraverso il cinema che me li ha fatti incontrare, ma, come ognuno di loro, peculiare nel mio percorso esistenziale. Per questo era importante trovare un punto di contatto tra me e loro. Inoltre, nel film non sono solo me stessa, ma anche il simbolo della dicotomia tra dubbio e certezza, tra chi sta cercando la sua strada e coloro che l’hanno già trovata.

La ricerca dei personaggi, in realtà, proietta nel film il profondo senso di solitudine degli stessi. Non per niente l’unica cosa tangibile della loro ricerca è il rapporto amicale che si instaura tra di essi e con l’associazione a cui hanno dato vita.

EF: È proprio così! Il risultato è un’amicizia che porta a una vera e propria fratellanza. È importante questo tema perché poi il film parla di questo, e cioè del fatto che gli alieni sono un modo per far si che come esseri umani ci possiamo sentire più vicini gli uni agli altri.

La tensione che spinge i protagonisti a ricercare un contatto con gli Alieni non è mai una fuga dalla realtà ma il contrario. I personaggi guardano, si, al cielo, ma l’intenzione è quella di includerlo nella loro vita, non di farne un pretesto per scapparne. Esiste tutto questo all’interno del film?

TF. Si, c’è questa cosa, perché c’è il desiderio antico di unirsi a Dio, al divino, a qualcosa che è misterioso e che attendi. In fondo è come un ritorno al padre. Poi è vero che su alieni e ufo esistono teorie contraddittorie in cui a volte essi sono buoni, altre cattivi, talvolta controllano il mondo, altre ne sono controllati. A legarle insieme è ciò di cui parlavi e cioè l’unione simbolica con l’alieno.

Entrando nella costruzione del film, volevo chiedervi come avete fatto a rendere il quotidiano dei personaggi così cinematografico. Secondo me, l’equilibrio tra questi due aspetti è cosi perfetto da fare della visione una continua meraviglia.

EF: Guarda, io non ti so dire come abbiamo fatto perché è una magia. L’unica cosa che so è che i personaggi sono arrivati da soli, essendo a loro insaputa perfetti per il cinema, sia dal punto di vista estetico che archetipo, perché una di loro è Marilyn, un altro il personaggio di Incontri ravvicinati del terzo tipo, per non dire di Carlo, che è una via di mezzo tra Andy Warhol e David Bowie, passando per Lou Reed. Ognuno di loro si è presentato e auto rappresentato. Come regista la cosa bella è stato constatare come una volta trovata la realtà che cercavo non abbia dovuto fare più niente perché ha fatto tutto lei.

TF: Per agganciarmi alla tua domanda e alle parole di Elisa, ti dico, infatti, che è come se il film lo avessimo trascritto più che scritto.

Ve lo chiedevo perché ci sono sequenze – e ALBE ne è pieno – così riuscite e divertenti che uno stenta a credere siano frutto di coincidenze. Mi riferisco, ad esempio, a quella dell’attore e della ragazza all’interno della macchina che non si mette più in moto.

EF: Quello è successo davvero. Ciò che si vede è reale, non c’è finzione: il film è stato scritto per scene, anche con battute che loro non hanno avuto bisogno di imparare perché provenienti dai racconti che ci hanno fatto. Antonio ci aveva riferito l’episodio del rapimento alieno, quindi l’ho portato nel luogo dov’era successo. Lui ha rivissuto quell’esperienza e il caso ha voluto che la macchina si rompesse. Come dicevo prima, si finisce per entrare dentro questo meccanismo in cui, come per miracolo, sembra che storia e messinscena si costruiscano da sole. Se ci ripenso è una cosa quasi perturbante.

Lo spirito del film è riassunto anche nei titoli di coda, in cui scherzosamente dividete le persone che hanno contribuito a finanziare il film in diverse categorie di alieni. Ero curioso di conoscere il criterio di questa suddivisione.

TF: A un certo punto avevamo bisogno di qualche finanziamento in più per il nostro film che peraltro è costato pochissimo. Per farlo ci siamo riallacciati alle cose che avevamo letto a proposito sulle diverse razze aliene e abbiamo collegato le varie tipologie a una determinata ricompensa. Visto che in queste storie gli alieni più evoluti sono gli Arthuriani, dentro questo gruppo abbiamo messo coloro a cui andava la rimunerazione più grande. Con lo stesso criterio gerarchico è stato fatto l’inserimento degli altri contributori nelle altre categorie.

Per concludere: in quanto tempo avete girato il film e che tipo di distribuzione avete previsto?

EF: Ci sono state un po’ di date a Roma, oggi siamo a Firenze, da domani invece ci saranno proiezioni al cinema Beltrade di Milano. In questa micro distribuzione, curata dalla svedese K48, il film andrà a Torino, Perugia e poi più nulla, nella speranza che ALBE venga comprato da qualcuno. L’ideale, ovviamente, sarebbe che lo facesse una piattaforma, altrimenti è abbastanza difficile che altri lo possano vedere.

Spero che questo succeda perché ALBE – A Life Beyond Earth è non solo adatto a un pubblico popolare ma è anche trasversale nell’entrare in empatia con ogni tipo di spettatore.

EF: È importante che tu lo abbia capito perché per noi era la chiave del film, dall’estetica alla saturazione dei colori, ALBE è giocoso, drammatico e tragico. Tornando all’altra domanda, direi che abbiamo impiegato circa un anno e mezzo di amicizia e frequentazione con i nostri personaggi. Ogni tanto, all’interno di questo spazio di tempo abbiamo una sorta di appunti che poi sono finiti nel film e poi, forse in due settimane, il film vero e proprio.

Utlima modifica: 24 febbraio, 2019



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