Stasera in tv alle 21,30 su TV 8 Django Unchained di Quentin Tarantino

Django Unchained di Quentin Tarantino si rivela operazione assai conforme alla precedente (Unglorious Basterds), con la quale forma un dittico ideale: anche in questo film il cinema si fa demiurgo della storia, flashback alterato dentro un gesto paradossale, di chi guarda al passato non per riprodurlo ma per riformularlo, trasfigurarlo

  • Anno: 2013
  • Durata: 165'
  • Distribuzione: Warner Bros Italia
  • Genere: Western
  • Nazionalita: USA
  • Regia: Quentin Tarantino

Stasera in tv alle 21,30 su TV 8 Django Unchained, un film del 2012 scritto e diretto da Quentin Tarantino, con protagonisti Jamie Foxx, Leonardo DiCaprio, Christoph Waltz, Samuel L. Jackson e Kerry Washington. È un omaggio al film del 1966 Django diretto da Sergio Corbucci e interpretato da Franco Nero, che in questo film compare in un cameo. Con i suoi 165 minuti di durata complessiva, è il secondo film più lungo diretto da Tarantino dopo The Hateful Eight. Il film ottiene 5 nomination ai premi Oscar 2013, vincendone 2: Christoph Waltz si aggiudica il miglior attore non protagonista (il secondo dopo quello di Bastardi senza gloria) e Tarantino la miglior sceneggiatura originale, seconda statuetta dopo quella per Pulp Fiction nel 1995. Negli Stati Uniti, al 31 dicembre 2012 il film aveva incassato 64 milioni di dollari, mentre il 7 gennaio 2013 ha superato i 100 milioni.[58] Dopo il terzo week-end è arrivato a 125 milioni di dollari incassati. In totale il film ha incassato più di 425 milioni di dollari, di cui quasi 163 milioni in patria e più di 262 all’estero.

Sinossi
Nel sud degli Stati Uniti, due anni prima della guerra di secessione, lo schiavo nero Django (Jamie Foxx) è riuscito a riacquistare la sua libertà grazie a King Schultz (Christoph Waltz), un ex dentista tedesco trasformatosi in cacciatore di taglie, che gli fa da mentore e guida con la speranza che Django lo conduca fino ai pericolosi fratelli Brittle. Dopo aver imparato a destreggiarsi tra pistole e duelli, Django diventa a sua volta un ottimo cacciatore di taglie ma in testa continua ad avere un solo obiettivo da concretizzare a qualunque costo: riuscire a rintracciare la moglie e liberarla dalla schiavitù a cui la costringe Calvin Candie (Leonardo DiCaprio), il diabolico proprietario di alcune piantagioni nel Mississippi, dove gli schiavi vengono allenati per combattere l’uno contro l’altro per il puro divertimento del loro padrone.

La recensione di Taxi Drivers (Stefania Paolini)

Django Unchained trae ispirazione dal personaggio e dallo stile del film diretto da Sergio Corbucci nel 1966 intitolato per l’appunto Django, il cui protagonista è un pistolero tormentato e disilluso interpretato da Franco NeroDjango ebbe moltissimo successo – vantando poi innumerevoli tentativi di imitazione e replica – e costituisce uno dei capostipiti del genere spaghetti-western. L’introduzione nell’economia del racconto di una dose cospicua di violenza, assieme a una certa sottrazione di eroismo affiancata ad una sorta di prospettiva esistenzialista, a detta di molti fanno del film uno spartiacque ed un modello. Per Tarantino Django è invece Jamie Foxx nei panni di uno schiavo che viene liberato da un cacciatore di taglie, il Dr. King Schultz (Christoph Waltz), e si ritrova temporaneamente arruolato come assistente di quest’ultimo, in attesa che giunga la bella stagione. Con la primavera arriva anche una missione importantissima per Django: recuperare la moglie ancora in schiavitù presso le piantagioni di Monsieur Candie, un perverso Leonardo Di Caprio.

Il Django di Tarantino è così una creatura nuova, che conserva della matrice disparati riferimenti estetici, un sostanziale approccio politico (ogni discriminazione razziale è riprovevole) e vaghe consonanze di contenuto che si manifestano, rullo di tamburi, perlopiù sotto forma di citazione o di cameo. Il primo di questi è metaforico e musicale, con la riproposizione per i titoli d’apertura del tema (e del lettering) del Django di Corbucci, fisico invece il secondo, con una piccola apparizione da parte di Franco Nero. La differenza forse più macroscopica tra le due pellicole è che Django Unchained difficilmente può essere categorizzato come un western. L’ambientazione geografica è certo quella, così come parte del corredo di situazioni e armamentari narrativi, ma scordatevi duelli sotto il sol leone, col fango agli stinchi o parossismi di sguardi sotto tese di abnormi Stetson.

Django Unchained, come era ovvio aspettarsi da Tarantino, è un ibrido. È una storia d’amore, l’epopea di una rivalsa di uno spostato (un misfit), un drammone edificante dove alla fine gli equilibri si ristabiliscono, nonché una sorta di giustiziere della notte sotto mentite spoglie. E neppure stupisca quest’ultima associazione. All’indomani dell’esaurimento della moda dei Western made in Italy, infatti, seguì una fantasiosa riproposizione dei soggetti mai realizzati in chiave poliziesca. Django Unchained è un omaggio a una costellazione di generi e tipologie, una sintesi suprema di modelli, storie e archetipi, un über testo filmico che rimesta e ri-assembla alchemicamente. C’è un uso molto sfacciato e malizioso di dolly e carrelli, Tarantino ama girare, ama evidentemente tutte le diavolerie che consentono riprese barocche e spettacolari. Il linguaggio cinematografico si mostra vanitoso e superbo, e va bene così.

C’è da dire che, visivamente, Django Unchained si propone in realtà come una delle prove forse più deboli di Tarantino, quindi la fascinazione che si prova verso il film non va ricercata in questo genere di eccellenza. Nonostante le sparatorie perfettamente coreografate, la sincronia quasi sinfonica degli smembramenti, delle mutilazioni e dei ferimenti, siamo lontani dai picchi in technicolor di Pulp Fiction (1994) o Kill Bill (2003-2004) e il tutto si pone in maniera troppo lucida e incerata. Django Unchained certo gronda sangue, lo fa gioiosamente e giocosamente, è un tripudio di sacche ematiche che brillano wagnerianamente. Ma proprio il carattere eccessivo del linguaggio ne svela l’artificio, la motivazione ludica e così facendo ne disinnesca il potenziale. Parafrasando il Godard sotto accusa di aver realizzato un film troppo sanguinolento, in Django Unchained non c’è molto sangue, c’è più che altro molto rosso. Tale valutazione non dipende dalla natura politica, o meglio politicizzata del tema. Anche Inglorious Basterds (2009) era schierato: i Nazisti sono malvagi, siamo nati tutti uguali, la discriminazione non ha ragion d’essere. Lo stesso dicasi per Django Unchained. Il razzismo e la schiavitù sono intimamente deplorevoli, il bene e il male sono individuabili e distinti.

Django Unchained è un film politicamente corretto che affida il suo messaggio a immagini disturbanti ed eccessive. Perlomeno nell’intento. Dopo un periodo di esposizione anche quell’eccesso si rende normale, un po’ come è accaduto a tutte le modalità della rappresentazione cinematografica. Ormai nulla sconvolge più la YouTube generation. Non i temi, tantomeno le forme. L’aspetto che conquista di Django Unchained è che per la prima volta sembra che Tarantino si riscaldi. Questi suoi ultimi personaggi sono effettivamente coinvolgenti, hanno sogni, ambizioni, sentimenti, sono tridimensionali e materici. Non sono meri ruoli o dispositivi di avanzamento della trama o, peggio, occasione di sfoggio formale o esibizione di arguzie verbali. Il personaggio del Dr. Schultz, ad esempio, sfiora il capolavoro e Christoph Waltz lo interpreta con una naturalezza sovrannaturale. Ma tutti i caratteri sono curati nei minimi dettagli, nevrosi e traumi. Da un irriconoscibile e magnifico Samuel L. Jackson, nei panni di Stephen, lo schiavo collaborazionista che gestisce le piantagioni di Monsieur Candie, un Leonardo di Caprio impeccabile e in stato di grazia, che si è chiaramente divertito un mondo nell’impersonare un tale sadico, al sempre affidabile Jamie Foxx, versatile e leggiadro anche quando interpreta un uomo apparentemente privato di tutto.

Django Unchained è un ottimo film di intrattenimento, è uno spettacolo cinematografico con tutti i crismi: si ride, si inorridisce e si spera. Negli Stati Uniti la reazione al film è stata, ça va sans dire, mista. Chi è preda di “misticheria”, chi affila la lama del giudizio. Aldilà delle divergenze d’opinione, c’è stata soprattutto una certa difficoltà a comprendere alcune sezioni della pellicola ritenute troppo rilassate nel trattamento di argomenti tabù e ancora molto carichi, come il Ku Klux Klan. Parte dei problemi deriva certamente dal fatto che le scene incriminate siano estremamente citazioniste e una porzione dei riferimenti si sia poi persa nella trasposizione filmica. Le strizzatine d’occhio agli appassionati delle pellicole di genere sono nel film naturalmente frequentissime e i numerosi fan di Django Unchained stanno già approntando visioni guidate e cacce alla citazione.

GUARDA IL TRAILER >>

Utlima modifica: 19 Febbraio, 2019



Condividi