Marco Danieli ci parla di Un’avventura, il suo nuovo film ispirato alle canzoni di Battisti e Mogol

Ispirato ai testi e alle musiche di Battisti e Mogol, Un'avventura, nella sua veste di musical contemporaneo, è uno di quei progetti che almeno in Italia fino a qualche tempo era impensabile. Al suo regista, Marco Danieli, abbiamo chiesto di spiegarci la maniera in cui si è avvicinato a un film tanto popolare nei contenuti quanto rischioso nella sua realizzazione

  • Anno: 2019
  • Durata: 95'
  • Distribuzione: Lucky Red
  • Genere: Commedia, Musicale
  • Nazionalita: Italia
  • Regia: Marco Danieli
  • Data di uscita: 14-February-2019

A proposito di “avventure” penso che il film lo sia stato dal punto di vista produttivo, nel senso che non era cosa da poco prendere le canzoni di due mostri sacri della musica italiana come Battisti e Mogol per farne un musical. Si tratta di un progetto che fino a qualche tempo fa sarebbe stato impossibile anche solo pensare e invece…

L’idea è dei produttori Fabula Pictures e Lucky Red e si, probabilmente, in tempi diversi un progetto del genere sarebbe stato impossibile da realizzare, mentre oggi c’è un po’ più di fermento e si ha il coraggio di cimentarsi anche in generi in precedenza poco praticati. Un’avventura si affianca a film come quelli di Rovere, di Mainetti, testimoniando come oltre alla commedia e al cinema d’autore più classico ci sia spazio per prodotti di una certa qualità.

Nella stesura della trama siete partiti da una selezione di canzoni attorno alla quale è stata successivamente costruita la storia o è avvenuto il contrario?

In realtà tutte e due le cose insieme, nel senso che la sceneggiatrice Isabella Aguilar, autrice del soggetto e della sceneggiatura, è partita dal repertorio di Battisti e Mogol tirandone fuori uno spunto che le è servito per iniziare a dialogare con le canzoni alla ricerca di una possibile corrispondenza tra queste e la storia. Alcune sono state scelte proprio per giustificare un passaggio narrativo o uno stato emotivo, altre invece hanno condizionato la trama, dunque, per  rispondere alla domanda, si è trattato di un processo sviluppato in parallelo. Non si è scelto prima le canzoni e poi scritto il film ma le due cose sono andate di pari passo.

Dopo La ragazza del mondo hai diretto un’altra storia d’amore: semplice coincidenza oppure, come autore, è questo un tema che ti sta a cuore?

Ma no, diciamo che mi interessano le relazioni, forse non necessariamente amorose, ma di certo quelle forti mi piacciono molto. Quindi si, riconosco queste assonanze tra i due film, peraltro molto diversi tra loro. A chi mi chiede come mai abbia accettato di fare questo film rispondo che tra le varie motivazioni c’era anche questa e cioè mettere in scena la relazione tra due personaggi così diversi. Da questo punto di vista c’è un assonanza con La ragazza del mondo.

Pure in un impianto costruito all’insegna della fantasia e della leggerezza, la storia d’amore tra i protagonisti è di quelle forti e profonde. Pur trattandosi di un musical, i sentimenti sono trattati sulla base di un assoluto realismo. 

Si, fin dall’inizio, pur considerando il film come un musical a tratti visionario, mi sono preoccupato che il suo sguardo mantenesse un addentellato forte e realistico. Per me la storia doveva essere comunque credibile e non soltanto il pretesto per fare delle scene divertenti e spettacolari. Da qui la necessità di lavorare sulla recitazione, attribuendo a essa una valenza più naturalistica. Se noti, il film parte come una commedia poi, piano piano, si scurisce, seguendo la sceneggiatura della Aguilar. Come regista ho seguito questa linea anche nella direzione degli attori. L’idea era quella di ricordare agli interpreti di restare nei loro personaggi anche durante gli inserti musicali: non dovevano diventare cantanti o ballerini, ma continuare a restare il più possibile coerenti alla storia.

I riferimenti a La La Land sono scontati ma, per esempio, ti chiedo se, essendo la prima parte ambientata negli anni Settanta, tu abbia dato un’occhiata a un musical come Hair e, più in generale, se hai ripassato i capolavori del genere.

In realtà La La Land viene citato da molti e penso lo si faccia perché alla pari  del mio film è un musical con una storia d’amore. In realtà, per fare esempi più attinenti ho guardato a titoli quali Across the Universe e Mamma mia, semplicemente perché utilizzano canzoni di repertorio dello stesso artista o band. La differenza sostanziale sta nel fatto che La La Land  è basato su musiche originali e questo fa la differenza nella costruzione del processo drammaturgico. Nel film di Chazelle sei libero di inventare delle situazioni musicali, interrompere una scena recitata, farla cantare e ballare per poi tornare indietro, invece qui è stato fatto un lavoro di inserimento: bisognava cercare di amalgamare alla drammaturgia pezzi già ascoltati e con un immaginario preciso e consolidato nel tempo. La bellezza è stata anche quella di attribuire a certi brani dei significati diversi, determinati dal contesto in cui venivano impiegati.

Quando siamo andati in conferenza stampa è stato divertente sentire Mogol raccontare ai giornalisti che la sua Linda alla quale è ispirata la nota canzone era una donna molto libera, mentre quella del film è diversa: più intelligente ma affettivamente dipendente dagli uomini. Ciononostante, quando il protagonista la canta, le sue parole sono coerenti con il personaggio di Linda (nel film Valeria Bilello, ndr). Rispetto al ripasso dei musical più importanti ti confermo di aver visto Hair, Tommy e, in generale, l’Opera Rock che andava molto di moda. Li ho studiati un po’, ma allo stesso tempo mi sono anche lasciato andare, nel senso che se a un progetto di questo tipo non ti avvicini con un pizzico di incoscienza e indugi troppo nella visione di certi capolavori finisci per rimanere paralizzato. C’è voluta incoscienza e pure presunzione nel decidere di farlo a modo nostro. Parlando del film, taluni hanno citato in maniera dispregiativa i musicarelli: quest’ultimi partivano da un concetto diverso, prevedendo l’impiego di cantati prestati alla recitazione. D’altro canto rappresentano l’unico cinema musicale presente in Italia, per lo meno in termini quantitativi. Dal momento che quando ero bambino ho fatto in tempo a vederli penso che in qualche modo abbiano influenzato il mio sguardo sul film.

La regia prevedeva che lavorassi su un format preesistente alla tua partecipazione. In cosa ti sei focalizzato e qual è stato il tuo apporto? 

Si, esatto, ho revisionato la sceneggiatura, però non ho scritto la storia. È chiaro che per le idee musicali abbiamo fatto brainstorming. Esistevano già degli spunti seminati nel testo dalla sceneggiatrice. Da questi sono partito e insieme gli arrangiatori delle canzoni e al coreografo Luca Tommassini abbiamo fatto modifiche e accorgimenti che hanno portato anche al cambiamento di talune scene. Rispetto alle originali le abbiamo ampliate o ristrette, a secondo del caso.

A livello di montaggio uno dei problemi era quello di sincronizzare il succedersi delle canzoni alla scansione narrativa. In questo senso mi sembra che nel film lo scarto temporale tra una sequenza e l’altra sia netto, nella maniera in cui lo è il succedersi delle canzoni all’interno di un trentatré giri. C’era questa idea da parte vostra?

Ma, guarda, probabilmente non ci abbiamo pensato in questi termini, ma è vero che durante il montaggio abbiamo dovuto gestire queste ellissi temporali perché c’era il rischio che lo spettatore potesse avere problemi a orientarsi all’interno della storia, anche in termini di corrispondenza con l’emotività dei personaggi. Il problema principale legato alle canzoni era di non farle entrare all’improvviso nella vicenda. O meglio, a volte è successo, volutamente, ma comunque dovevano il più possibile essere coerenti ai sentimenti di una determinata scena, organiche rispetto a resto. Il tentativo è stato quello di evitare l’effetto jubox in cui ogni tanto parte una canzone, la qual cosa, per un film con canzoni non originali, è una delle difficoltà maggiori.

Le canzoni di Battisti e i testi di Mogol raccontano i sentimenti e, in particolare, l’amore che è appunto uno stato dell’anima. Mi sembra che la tua messinscena ricalchi questa dimensione, perché le ambientazioni più che dei luoghi fisici sembrano una proiezione dello stato d’animo dei personaggi. Anche la fotografia nella prima parte calda e nella seconda più fredda va in questa direzione.

Si, sono d’accordo, nel senso che tutto queste cose appartenevano al mio approccio stilistico nei confronti del film. Cioè, da una una parte vi era una base di apparente realismo, con scenografie e costumi abbastanza corretti filologicamente rispetto al periodo in questione, dall’altra ci eravamo detti che la priorità non era l’autenticità storica ma, piuttosto, la capacità di ambienti e costumi di essere emanazione dello stato d’animo dei protagonisti. Per tale motivo ho spinto il direttore della fotografia a fare anche scelte poco realistiche per le quali in certi momenti si percepisce l’artificialità della luce. Mi interessava che lo spettatore non avesse una cognizione chiara della sua natura poiché volevo che tale aspetto lavorasse su di lui a livello inconscio. Lo stesso procedimento è stato adottato per i suoni: attraverso il sound design abbiamo fatto in modo che ci fossero molti momenti in cui la cognizione diventa soggettiva, con gli effetti acustici atti a stimolare il pubblico sul piano psicologico.

Con Michele Riondino avevi già lavorato, per cui ti chiedo com’è stato ritrovarlo sul set. Inoltre, mi interessava sapere qualcosa di Valeria Bilello, che a mio avviso è molto brava ma, in generale, sottovalutata – non da te –  rispetto al sue possibilità interpretative.

Con Michele avevo già molta famigliarità, avendo fatto con lui La ragazza del mondo. Detto che lo stimo molto, il motivo della sua riconferma deriva non solo dal fatto che anche lui ha delle doti canore, nel senso che pur non essendo un cantante ha una grande passione per la musica e pure una band; a farmelo scegliere è stata la somiglianza con il personaggio di Matteo, poiché a parte il lato istrionico derivatogli dal fatto di essere un attore, Michele ha un’introversione e un romanticismo che lo facilitavano nell’interpretazione del personaggio. Valeria, invece, è stata una scoperta anche per me. Gli ho fatto il provino non conoscendola a fondo, e neanche io ero consapevole di quanto fosse brava e intensa. Ho visto molte attrici e lei mi pare sia stata l’ultima tra quelle prese in considerazione. Non avevo ancora trovato quella che avrebbe dovuto interpretare il personaggio di Linda, così ritrovarmela di fronte è stato un vero e proprio dono. Come te, sono convinto che sia un attrice che ha ancora molto da dare. Lei è davvero adatta per il cinema, nel senso che riesce a essere molto intensa ed espressiva senza andare come si dice in over acting.

Tra l’altro, la sua era una parte difficile poiché, a differenza dei colleghi, non aveva canzoni e balli attraverso cui esprimere i sentimenti del suo personaggio, ma doveva costruire il ruolo dall’interno.

Esatto! Io tenevo molto a lei così come agli altri coprotagonisti, A me piace molto la direzione attoriale e amo curare tutti i ruoli, soprattutto quelli più piccoli che davvero possono rovinarti un film. In questo caso sono molto contento perché sia Valeria che Thomas Trabacchi sono attori di alto livello: pur non essendo protagonisti mi hanno dato un valore aggiunto che mi ha permesso di non abbassare la qualità del film. Sono contento di loro cosi come di Dora Romano e Roberto Neri che nel film sono i genitori di Matteo.

Utlima modifica: 18 febbraio, 2019



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