Trieste Film Festival 2019: My Home, in Libya di Martina Melilli

Un po' diario famigliare e un po' ricognizione del presente, l'ottimo documentario di una regista giovane e ispirata ha vinto a Trieste il Premio Corso Salani

  • Anno: 2018
  • Durata: 66'
  • Distribuzione: Stefilm International
  • Genere: Documentario
  • Nazionalita: Italia
  • Regia: Martina Melilli

La presenza italiana in Libia, rievocata attraverso un appassionante retaggio famigliare, fatto anche dell’articolato confronto tra generazioni diverse. Non solo. A parte la ricerca delle proprie origini, il punto di vista della giovane cineasta Martina Melilli si esplicita poi col sorprendente dialogo tra lei e un ragazzo che vive sull’altra sponda del Mediterraneo, Mahmoud, dialogo reso possibile dai moderni mezzi di comunicazione. Un approccio in prima persona decisamente originale e dalle sorprendenti implicazioni linguistiche, a livello cinematografico.

Il film che al 30° Trieste Film Festival ha ottenuto l’ambito Premio Corso Salani è pertanto un’altra fine scoperta, debitrice senz’altro dell’attenzione per i diari intimi e gli album di famiglia cresciuta in modo esponenziale negli ultimi anni. Soprattutto dopo la sconvolgente, clamorosa epifania del film di Alina Marazzi, Un’ora sola ti vorrei. Anche qui ricordi. Foto sbiadite. Testimonianze dei nonni. Per ricordare un mondo che non c’è più, quello della Libia pre-rivoluzionaria nella quale convivevano in armonia libici musulmani, italiani, ebrei. Una storia fatta rivivere dai propri parenti, dal nonno nato da una famiglia di coloni durante il Ventennio e da una nonna tenera, buffa, specie nel momento di ricordare il loro primo incontro e una relazione che, pur con qualche momento di stanchezza, si è protratta fino ad oggi. Con la drammatica cesura rappresentata dal golpe di Gheddafi e dal forzato esodo delle famiglie italiane, spesso accolte in patria con incomprensibile livore. In particolare negli ambienti più ideologicizzati a sinistra.

Eppure My Home, in Libya è anche il presente, la guerra, le incertezze politiche di un paese socialmente e politicamente devastato da ingerenze straniere. La trovata invero geniale di My Home, in Libya, vista anche l’impossibilità di andare a filmare luoghi cari a nonni e genitori in un territorio lungi dall’essere pacificato, è stata sfruttare l’affettuosa amicizia nata tramite internet con un giovane del posto, di natura curiosa ed affabile, per fargli visitare e persino riprendere, qualora non vi fossero rischi con la milizia, quei posti dove aveva vissuto la propria famiglia. A rendere ottimo il documentario è perciò anche il doppio binario sul quale scorre una ricerca, che alterna con disinvoltura il riemergere di un rimosso e tutte le contraddizioni del presente, visto attraverso gli occhi di due giovani (la regista e il suo “contatto” a Tripoli), vissuti finora in contesti diversi ma fortemente desiderosi di confrontarsi.

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Utlima modifica: 13 febbraio, 2019



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