Aiutare gli altri significa prendersi cura della propria vita: intervista a Michel Toesca, regista di Libero

Di bruciante attualità, la storia di Cedric Herrou - contadino della valle Roia impegnato a supportare il tentativo di migranti e rifugiati di entrare in Francia - ribadisce la capacità del documentario di diventare parte in causa della contemporaneità. Come Citizen Four anche Libero appartiene a un cinema senza compromessi, capace di rischiare in prima persona pur di azzerare le distanze rispetto all'oggetto della propria indagine. Vincitore del premio come miglior documentario allo scorso Festival di Cannes, Michel Toesca ha accettato di rispondere alle nostre domande

  • Anno: 2019
  • Durata: 100'
  • Distribuzione: I Wonder Pictures
  • Genere: Documentario
  • Nazionalita: Francia
  • Regia: Michel Toesca
  • Data di uscita: 31-January-2019

La prima sequenza è molto evocativa ed è l’unica in cui adotti i codici del cinema di finzione. Alla pari degli immigrati che sbarcano sulle coste francesi la soggettiva ci mette nella condizione di vivere in prima persona l’avvicinarsi del natante alla terraferma. Era anche questo un modo per farci sentir parte attiva della storia e non solo semplici spettatori?

La sequenza di apertura è fatta per avere le due idee principali del film sullo stesso piano.

Da una parte l’immagine: l’arrivo dei rifugiati sulle coste europee concepite per rispecchiare la dinamica del viaggio, del movimento, della speranza e dell’elevazione. Questo è il significato del piano sequenza in questione che inizia sulla superficie del mare, poi scopre Ventimiglia, sorvola la città per salire fino alle montagne della valle della Roia. Questo è ovviamente il punto di vista dei rifugiati ma anche un’introduzione del posto che ne attende la venuta.

Dall’altra il suono: le voci degli abitanti della valle, di coloro che li accoglieranno o li rifiuteranno. Il punto di vista delle persone che vivono lì e si trovano di fronte a questi nuovi arrivati con i loro dubbi, la loro empatia e la loro umanità. È un po’ come avere il campo e contro campo sullo stesso piano in modo che lo spettatore sia immediatamente in una posizione attiva da un punto di vista sensibile e intellettuale.

Protagonista del film è Cedric Herrou, un contadino della Val Roia che offre ospitalità ai migranti in procinto di superare il confine tra Italia e Francia. Pur trattando un tema vitale come quello dell’immigrazione, Libero è innanzitutto un film su di lui e sulle scelta di libertà che mette in atto decidendo di sfidare le leggi francesi. Era questa una delle tue intenzioni?

Ho iniziato a girare a Marzo 2015 quando i primi esiliati arrivarono a Ventimiglia. Ho trascorso molto tempo con loro per le strade, sulle spiagge e alcuni mi hanno raccontato le loro storie, i loro viaggi, le loro ragioni. Ho raccolto molte testimonianze forti e commoventi ma non volevo fare un altro film con testimonianze di rifugiati, ce ne sono già molti e molto buoni. Ho visto un possibile film quando gli esuli hanno iniziato a venire alla Roia, quando la Francia ha chiuso loro i confini alla fine del Giugno 2015. L’orizzonte del film è quello dell’accoglienza. Questo non è un documentario sui rifugiati ma sul loro incontro con le persone che vivono in questa valle e l’accoglienza che danno loro.

All’inizio nessuno sapeva cosa fosse legale o no. Gli accoglienti non volevano esporsi a una telecamera. Cédric, che è un amico di lunga data e che sapeva che avevo girato per diversi mesi, è venuto a trovarmi e mi ha detto “Io li ospito a casa mia, li aiuto e me ne assumo la responsabilità, se vuoi vieni a girare con me, bisogna raccontare questa storia.” Ed è così che è diventato il personaggio principale del film. Quando ho iniziato a girare con Cédric nessuno sapeva chi fosse, non era affatto pubblicizzato e non avevo intenzioni specifiche, stavo girando ciò che accadeva. Il film si è improvvisato nel corso degli eventi. Cedric e io abbiamo condiviso la stessa posizione di fronte all’arrivo di tutte queste persone. Le sue scelte politiche nel senso etimologico della parola “prendersi cura della vita di città” erano anche le mie. Viviamo su questo territorio, i governi francesi e italiani hanno una gestione repressiva e inadeguata della situazione. Siamo sul posto e non possiamo distogliere lo sguardo, non possiamo lasciare queste donne, uomini e bambini abbandonati senza vestiti senza cibo e senza tetto. Decidemmo istintivamente di aiutarli e di assumerci i rischi che questo comportava senza sapere veramente a cosa ci stavamo esponendo. Ci siamo sentiti bene, quello che stavamo facendo sembrava giusto anche se non lo era agli occhi di chi rappresenta le leggi francesi. L’abbiamo capito molto velocemente e abbiamo scelto di continuare le nostre azioni non sfidando le leggi francesi ma coloro che le rappresentano, che non è la stessa cosa da quando i governi successivi sono stati messi al bando su molti punti. E questo lo vediamo chiaramente nel film.

La scelta della nostra posizione è stata fatta naturalmente. Non abbiamo mai avuto l’intenzione di sfidare le leggi francesi, queste leggi si sono trovate sul nostro cammino. Siamo sicuri delle nostre scelte e abbiamo pensato che fosse una forma di libertà, sì. E siamo riusciti legalmente a cambiare la costituzione francese rivolgendosi al Consiglio costituzionale che il 6 Luglio 2018 ha deciso di includere il principio di Fraternità nella costituzione. Ci siamo riusciti a causa della lotta di Cedric, dei suoi avvocati e del film, senza passare per il parlamento, cosa mai accaduto in Francia sotto la Quinta Repubblica. Ne siamo molto orgogliosi.

Da persona pragmatica, Cedric si prende cura degli immigrati in una maniera che la politica e le istituzioni non riescono neanche a pensare. Si può dire che Libero è anche una denuncia sull’inadeguatezza della strutture deputate ad occuparsi del problema?

Libero non è una denuncia, non è un film militante, non è un film che denuncia questo o quell’altro atteggiamento del governo o della polizia, si tratta di un film politico, nel senso che ho espresso in precedenza. È uno sguardo a una situazione specifica, in un luogo specifico, durato per circa tre anni. Questo sguardo non denuncia nulla, coglie eventi in cui le cose si denunciano da sole. Questa è una sfumatura a cui tengo, perché i governi di Holland e Macron o gli oppositori di ciò che facciamo non hanno alcuna presa sul film, anche se li mette in una posizione scomoda. L’inadeguatezza delle strutture messe in atto è evidente. Hanno una visione statistica e ideologica della questione, ma nessuna pratica del campo e della realtà concreta di questi flussi migratori. Le strutture che hanno messo in atto sono ovviamente inadeguate, anche se a volte incontriamo persone di buona volontà all’interno di queste strutture.

Nel film uno dei paradossi è quello di vedere una nazione come la Francia negare gli ideali che sono stati alla base della sua  Rivoluzione. Cedric ne è cosciente. Il resto della popolazione invece a che punto è? C’è la consapevolezza di vivere all’interno di questa contraddizione?

Gli ideali derivanti dalla rivoluzione sono oggi una facciata, una mitologia tra la maggior parte dei politici. Penso che nella popolazione le coscienze divergano. Alcuni sono perfettamente consapevoli di questa contraddizione e agiscono o meno in base alla loro situazione, altri preferiscono non pensarci. Ma presentando il film in Francia e in Europa ho notato che molte persone e associazioni portano in loro questi valori fondamentali e li difendono nel miglior modo possibile e, anche se non sono nella maggioranza, è molto incoraggiante vedere alcuni nuclei di resistenza ovunque.

Il microcosmo raccontato dal film offre la possibilità di vedere meglio, su larga scala, l’inadeguatezza dell’organizzazione statuale francese rispetto all’emergenza immigrazione. Libero lascia capire che a monte di tale inefficienza ci sia la convinzione di poter fermare questo fenomeno, cosa che da sempre si è dimostrato impossibile.

Questa inadeguatezza mi sembra derivare da una visione puramente ideologica della situazione. Le idee populiste e xenofobe stanno guadagnando terreno in tutta Europa e nel mondo. I politici pensano in primo luogo alle elezioni e riescono a drenare il massimo dei voti pescando gli elettori su basi pericolose, ed è una visione a brevissimo termine. Applicano una politica di sicurezza inadeguata per calmare le angosce di una parte della popolazione che soffre di politiche economiche neo liberali da più di trent’anni in Europa. È molto conveniente designare un nemico, un’esca facile come i migranti, è facile creare amalgama e renderli responsabili dei mali che attanagliano le nostre società. È un pacchetto regalo che viene dato alle persone. Non so nemmeno se i governanti ritengono possibile essere in grado di fermare i movimenti migratori: si tratta di una posizione, né più, né meno. Non esiste un pensiero politico a lungo termine sulla migrazione in quanto è l’essenza stessa della storia dell’umanità e non è ancora pronta a fermarsi, anzi. Qui non racconteremo la storia della schiavitù, della colonizzazione, delle politiche dei conflitti mantenuti e del saccheggio puro e semplice dell’Africa e del Medio Oriente per mano dei paesi ricchi per ragioni economiche e geostrategiche; ma se oggi queste persone migrano sappiamo perfettamente chi ne sono i responsabili. È una grande ironia, un grande cinismo della storia contemporanea, in cui è perfettamente “appropriato” chiudere gli occhi e sistemarsi per perdere la memoria.

Sempre più spesso il cinema prende atto di un’iniziativa che nasce dal basso e che supplisce al vuoto di potere lasciato dagli Stati. E da una parte questa forma di autodeterminazione è fonte di conflitto tra stato e cittadini, dall’altra non si può restare fermi a guardare il dramma dei migranti. Dunque che fare?

Siamo patetici.” E’ questo che risponde Alain Delon in Nouvelle Vague di Godard quando gli viene posta questa domanda. Francamente penso che ci siano tante risposte a questa domanda quante sono le persone sulla terra.

Cedric afferma che se gli immigrati fossero biondi e con gli occhi azzurri non subirebbero le stesse iniquità riservate ai migranti africani. Esiste davvero una ragione razzista nell’ostilità nei confronti dei nuovi venuti?

Sì! Quando sono neri sono facilmente identificabili. Lo abbiamo visto continuamente su base giornaliera per più di tre anni. Questo atteggiamento ha origine nel passato, qualcosa di atavico che ci viene dal XVII secolo, 1642 Luigi XIII.

Per certi versi Libero si guarda come fosse un thriller o un film d’azione perché ci si ritrova a trepidare e a fare il tifo per Cedric, che cerca di far passare la frontiera francese ai migranti per farli arrivare ai centri di accoglienza. Penso che sia stato cosi anche per te?

Sì, penso che Libero sia un film d’azione, un thriller documentario, perché ho filmato nel presente una pagina della storia della migrazione che si sta scrivendo sotto i miei occhi. Quando ho capito cosa succedeva in questa valle di confine in cui vivo da dieci anni, ho pensato che il posto del cinema fosse lì. Mi piace il cinema documentario immerso nel presente, dinamico e in continuo movimento. Ci siamo trovati con Cedric e gli altri in situazioni di cui eravamo consapevoli. Le tensioni e i rischi che stavamo prendendo erano palpabili, li abbiamo vissuti dall’interno e penso che si senta nel film. Gli spettatori sono imbarcati con noi in questa avventura di cui non conoscevamo alcun problema in anticipo.

Cosa ha implicato in termini di riprese essere all’oscuro di ciò che poteva accadere? Come ti sei comportato (e parlo anche delle conseguenze nell’uso della cinepresa)?

Non essere a conoscenza di quello che stava succedendo è stata un’incredibile opportunità. Mi sono lasciato trasportare dagli eventi. C’era qualcosa di molto rilassante in questa situazione sconosciuta e assurda che mi ha permesso di lasciar perdere e godere appieno dei rischi del caso, anche in situazioni molto tese. La polizia, l’esercito e le autorità francesi e italiane non mi prendevano sul serio perché avevo una piccola videocamera e, siccome ero solo a girare, anche questa è stata una grande opportunità. C’era da parte loro un disprezzo di classe. Quando la televisione francese e internazionale veniva a girare alla Roia (e ce ne sono stati molti) arrivava con grandi macchine cinematografiche, attrezzature pesanti, giornalisti e così via. A loro le autorità li prendevano sul serio, a me no. Pensavano che stessi facendo un film tra amici (che è vero), ma questo mi ha permesso di essere dove non c’era nessuno e di filmare quasi tutto quello che volevo. Per esempio, nella sequenza in cui Cédric ed io parliamo con il pubblico ministero e il direttore di gabinetto della prefettura (che dopo le elezioni e la vittoria di Macron è diventato il capo di gabinetto della presidenza della Repubblica Francese), tutte le televisioni e i giornalisti presenti sul  posto erano stati allontanati. Io avevo la mia piccola telecamera sotto il braccio e potendo rimanere ho filmato il momento essenziale del film senza che loro sapessero davvero se la fotocamera registrava o meno. Prima di essere allontanato, ho affidato le riprese al papà di Cédric che era con noi. Ha nascosto il filmato originale negli slip e siamo riusciti a mantenere questa sequenza che in seguito ha messo in imbarazzo il governo, quando Libero è finito nella selezione ufficiale del Festival di Cannes. Ci sono stati tanti momenti molto eccitanti quando eravamo in situazioni estreme. Questo produce scariche di adrenalina che ci hanno permesso di fare un passo indietro e vedere quanto fragile possa essere il sistema. Abbiamo anche riso molto. Nella sequenza relativa all’arresto di Cedric eravamo sul treno con più di duecento immigrati e abbiamo percepito che sarebbe potuto accadere qualcosa. Avevo precedentemente (per altre sequenze che non sono nel film) addestrato amici e volontari che ci hanno accompagnato a filmare con uno smartphone senza essere notati. È così che siamo stati in grado di filmare queste scene incredibili.

Guardando il film ho avuto la percezione che girare non fosse più dettato dalla necessità di testimoniare la vicenda ma un vero e proprio atto di resistenza. Ad un certo punto per Cedric tu non sei più un regista ma il principale alleato della sua azione. È successo davvero così?

Hai ragione! È una testimonianza, ma soprattutto un atto di resistenza, ed è per questo che è fondamentalmente politico. Il cinema, come ho detto prima, deve essere presente in una situazione come questa, al di là della testimonianza. Cedric dice a un certo punto “Noi difendiamo la vita“. Io filmo la vita e il cinema che mi attraversa è là. L’amicizia con Cédric risale a ben prima delle riprese di questo film. Quello che si vede lì è l’espressione di questa amicizia mano a mano che avanziamo insieme nell’avventura. È anche un film sull’amicizia in generale, ed è importante per me come per lui sentirlo nel film. Senza questa relazione il film non sarebbe quello che è Cedric ha avuto molti complici, non ero l’unico, ma siamo stati più volte in situazioni in cui la mia presenza, con o senza cinepresa, è stata decisiva nelle azioni che abbiamo condotto. Il fatto di essere in sintonia con lui nella scelta delle azioni, nel modo di condurle e nel gesto cinematografico ci rende palesemente alleati. In questi momenti avviene una sorta di comunione come se tutti gli elementi che determinano ciascuno di noi in ciò che stiamo facendo fossero una sola e stessa cosa. Molto rapidamente, quando ho iniziato a girare con Cédric, guardavamo insieme le immagini riprese e parlavamo di ciò che avevamo fatto. Nel corso della realizzazione mi diceva come e quando riprendere. In più prendeva in giro questo film, lo sguardo che avevo su di lui, così le riprese e ciò che accadeva gli è servito come terapia. Un modo per fare un passo indietro rispetto a ciò che stava vivendo e ci siamo nutriti reciprocamente di questi scambi. Siamo cresciuti insieme tanto nelle azioni quanto nella realizzazione del film, e questo è sempre stato fatto con buon umore, gioia e derisione. Ci piace ridere e fare festa è il nostro modo di vivere e ci muoviamo così.

Ad un certo punto chiedi a Cedric cosa sia il Pantail. Se lo hai capito lo potresti spiegare ai nostri lettori?

Il Pantail è un atteggiamento tipicamente nizzardo, molto singolare e difficile da definire. Cédric e io siamo cresciuti a Nizza, ognuno di noi ha la propria definizione che può variare a seconda del momento. Ognuno vive il suo “pantail” mentre lo sente e può invitare l’altro, gli altri, a condividerlo. È un modo di essere nel mondo che non corrisponde a qualcosa di premeditato, una specie di sentimento puro. Cedric dice nel film che si tratta di un’arte di vivere per il momento: fatta di risate e derisione all’interno di un mood in costante cambiamento. Si potrebbe dire che il “pantail” è abbastanza appropriato per questo film alla maniera grottesca e surreale del teatro Ubuesque. A un certo punto avevo anche pensato di chiamare il film Lou Pantail.

In questi giorni Italia e Francia si scaricano le responsabilità sulla mancata accoglienza degli immigrati. Le vicende del film sembrano dare torto a Macron, per cui ti chiedo che reazioni hanno avuto le istituzioni alla presentazione del film allo scorso Festival di Cannes?

Sì, tutti si scaricano le responsabilità e nessuno se le assume, è vero. Va detto che dal 30 Giugno 2015 chiudendo i suoi confini la Francia fa a Ventimiglia ciò che l’Inghilterra ha fatto a Calais: è più o meno la stessa situazione. Le istituzioni, il prefetto del sesto dipartimento delle Alpi Marittime, molti uomini e donne politici e il governo francese erano furiosi che questo film fosse nella selezione ufficiale del Festival di Cannes. Alcuni politici hanno scritto che dovevamo stare in prigione anziché che sul tappeto rosso. La pressione è stata esercitata sul Festival, ma Thierry Frémaux (delegato generale) e Pierre Lescure (Presidente) hanno resistito e li ringrazio calorosamente. Abbiamo permesso a una compagnia di duecento di CRS di partecipare all’evento per garantire la sicurezza. C’era un incredibile numero di poliziotti in borghese chiamati a monitorare la situazione così come tanti ufficiali dei servizi speciali dello stato presenti alla proiezione senza essere invitati dal festival. Detto questo, alla fine della proiezione, abbiamo avuto una standing ovation di venti minuti e, ciliegina sulla torta, Libero ha ricevuto la menzione speciale de LOeil d’Or (premio di miglior documentario, ndr) del Festival di Cannes. Il film ha ricevuto numerosi riconoscimenti nei festival di tutto il mondo, di cui due in Italia. Spero, dunque, che sia stato in grado di risvegliare le coscienze di alcuni agenti dei servizi speciali dello stato che hanno assistito “clandestinamente” a questa proiezione di Cannes.

Un ringraziamento particolare a Benedetta Squarcia, autrice della traduzione senza la quale l’intervista non sarebbe stata possibile.

Utlima modifica: 4 febbraio, 2019



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