Trieste Film Festival 2019: Buttoners di Petr Zelenka

Dalla retrospettiva Trieste Film Festival 1989- 2019 Wind of Change una perla di humour nero, datata 1997 e firmata dal regista ceco Petr Zelenka

  • Anno: 1997
  • Durata: 102'
  • Genere: Black Comedy
  • Nazionalita: Repubblica Ceca
  • Regia: Petr Zelenka

Trenta anni di grande cinema al Trieste Film Festival. Gli organizzatori si sono ripromessi di festeggiarli attraverso una retrospettiva, ribattezzata per l’appunto Trieste Film Festival 1989- 2019 Wind of Change, che ha consentito al pubblico di rivedere sul grande schermo autentici capolavori o lungometraggi comunque emblematici già proposti a suo tempo, in rappresentanza di un drappello di autori di primissima scelta: Juraj Jakubisko, Milcho Manchevski, Barbara Albert, Cristi Puiu e Ildikó Enyedi, solo per fare qualche nome. Come a dire “la crème de la crème”. Nell’ultimo giorno di programmazione tale retrospettiva si è congedata con stile, facendoci un gradito regalo: la proiezione in pellicola di Buttoners (Knoflíkáři, in originale) film del cineasta e drammaturgo ceco Petr Zelenka datato 1997. Regalo doppio, considerando quanto sia diventato raro anche ai festival vedere film in pellicola e in più il carattere originale, irriverente, a tratti irresistibile di questa spericolata narrazione cinematografica.

Buttoners sta per “bottonai” o “maniaci di bottoni”, in qualsivoglia modo si tenti di tradurre la strampalata espressione, riferita per l’occasione a una non meno improbabile categoria umana: soggetti maniacali che traggono piacere, udite udite, dall’infilarsi di nascosto una dentiera tra i pantaloni per poi stringerla col movimento delle cosce su poltroncine, sedili e divani, allo scopo di asportarne i bottoni!

Ma questa è solo una delle tante stranezze, delle piccole grandi follie, che prendono vita all’interno di una narrazione frammentaria, episodica, caratterizzata però da tempistica e raccordi interni davvero geniali. Un qualcosa che ci ha fatto venire in mente, per esempio, il vorticoso intrecciarsi di storie e il senso del grottesco di un recentissimo lungometraggio italiano, l’assai riuscito Nevermind di Eros Puglielli.

Kokura fortunata, L’autista di taxi, Rituali di civiltà, L’ultima generazione per bene, Sciocchi, Il fantasma di un pilota americano, sono questi i titoli degli episodi che vengono a comporre la stralunata black comedy di Petr Zelenka. Si immagina peraltro che tutto ciò accada a Praga nell’arco di una interminabile notte, quella del 6 agosto 1995, ovvero a cinquant’anni esatti dal lancio della bomba nucleare su Hiroshima. La ricostruzione stravolta del crimine americano, con tanto di ectoplasmatica apparizione dell’uomo che pilotò il letale bombardiere, finisce così per sovrapporsi a una serie di situazioni altrettanto sopra le righe, destinate perlopiù a qualche epilogo livido, mesto, in barba alla travolgente ma leggiadra ironia delle premesse. C’è spazio persino per qualche dissacrante battuta su Jiří Menzel e sul suo film più famoso, Treni strettamente sorvegliati. A riprova, volendo, degli esiti così godibili e originali verso i quali tale cinematografia, sin da quando la Cecoslovacchia era unita sotto il giogo comunista ma per certi versi anche dopo, nei due stati divisi, ha dimostrato sempre di tendere, allorché nella messa in scena convergono soggetti spiccatamente ironici, metafore socio-politiche, satira di costume ed elementi fantastici.



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