Nella retorica dominante i migranti sono raccontati come degli alieni: intervista a Daniele Gaglianone, regista di Dove bisogna stare

Sono almeno diecimila le persone in Italia, in prevalenza richiedenti asilo e rifugiati, che vivono senza un tetto, cibo sufficiente e un adeguato accesso alle cure mediche, come denunciato da MSF nel rapporto Fuori campo. Daniele Gaglianone ha deciso di seguire l'operato di quattro donne italiane che hanno scelto di impegnarsi spontaneamente e gratuitamente nella cura e nell’accoglienza di persone migranti. Il risultato è un documentario antagonista che non fa sconti sulla drammaticità del reale e che non ha paura di schierarsi dalla parte dei più deboli. Di "Dove bisogna stare" abbiamo parlato con il regista torinese

  • Anno: 2019
  • Durata: 97'
  • Distribuzione: ZaLab
  • Genere: Documentario
  • Nazionalita: Italia
  • Regia: Daniele Gaglianone
  • Data di uscita: 17-January-2019

Mi sembra si possa dire che il tuo nuovo film inizia da dove era finito La mia classe. Nel bellissimo monologo finale di Valerio Mastandrea c’è la denuncia di una promessa di uguaglianza e d’aiuto tradita. Dove bisogna stare parte dall’esatto opposto.

Non avevo pensato a questa suggestione, ma avendomela detta la trovo giusta ed efficace. La relazione tra chi si trova in oggettiva difficoltà e coloro che decidono di non girarsi dall’altra parte, entrando in una relazione d’aiuto, è un passo non privo di asperità, nel senso che tale rapporto funziona solo se si tratta di una relazione uno a uno. Come raccontato molto bene da Luca Rastello nel suo ultimo libro intitolato I buoni, esiste il rischio che deriva dalla frustrazione di chi non riesce in alcun modo a ricambiare l’aiuto ricevuto. Le quattro protagoniste del mio documentario sono donne che hanno deciso di investire la loro vita in una scelta senza sconti, tanto difficile quanto semplice. Sono sconcertanti sia nella loro straordinarietà quanto nella loro normalità. Per compiere ciò che fanno basta volerlo, evitando di nascondersi dietro sovrastrutture o alibi più o meno ideologici. Si tratta di entrare in relazione innanzitutto con se stessi e poi con gli altri in un modo umano e però lontanissimo da una visione ecumenico volontaristica altrettanto dignitosa ma diversa dalla dimensione in cui operano le protagoniste del film.

Ciò che hai appena detto è ancora più vero poiché nonostante ognuna di loro abbia competenze e professionalità specifiche, derivategli da esperienze pregresse, il film mette in evidenza come nell’operare a favore degli ultimi ciò di cui si servono è la propria umanità.

Si! Stiamo parlando di persone consapevoli che occuparsi dell’altro non è una questione di altruismo quanto, piuttosto, un atteggiamento che investe antropologicamente il senso della vita e del mondo. Una dimensione che si interroga su cosa voglia dire vivere in questa epoca e confrontarsi con essa e, ancora, in cosa consista condividerne il destino. Tutto ciò implica una rottura dello schema del noi e loro, dell’io sono qua e gli altri stanno dall’altra parte. Vuol dire rendersi conto che le cose sono connesse e capire che se mi presto non lo faccio per l’altro, ma nell’ottica di migliorare l’intera esistenza. Attenzione però, questa è una roba faticosissima, richiede uno sforzo notevole che non tutti sono disposti a fare. Dalle mie parole si può pensare che stia parlando di persone sante mentre invece si tratta di essere umani, la qualcosa è un po’ spiazzante perché alla fine uno si chiede: se lo fanno loro può farlo chiunque e allora perché succede così di rado?

Una normalizzazione che trasmetti nel modo in cui filmi le protagoniste e, in particolare, attraverso lo scarto esistente tra la prima parte, in cui esse appaiono nelle veste di autentiche donne faber, in perenne movimento e sempre intente a risolvere problemi, e la seconda, dove l’evidente fotogenia della loro femminilità le pone in perfetta corrispondenza con un modello di donna più comune e riconosciuto.

Certo, sono d’accordo con quello che dici. Spero sia un ritratto capace di andare in una direzione di complessità lontano da semplificazioni o appiattimenti. Penso per esempio a Jessica, la ragazza di Cosenza, che racconta molto bene le difficoltà della sua scelta. Ascoltandone le parole si capisce come il suo volontariato la metta talvolta in conflitto con gli stessi valori per cui sta combattendo. Lorena, la signora di Pordenone, spiega bene di cosa si tratta soffermandosi sulle fragilità e i pericoli impliciti in questa relazione d’aiuto quando parla delle strumentalizzazioni alle quali si va incontro rapportandosi a persone che – giustamente – hanno come unico obiettivo quello di sopravvivere. Per questo motivo, dice, non ci si deve aspettare ringraziamenti da parte loro.

Per tematiche e dimensione socio-esistenziale Dove bisogna stare risulta del tutto coerente con il resto della tua filmografia. I luoghi e le persone su cui si posa il tuo sguardo sono sempre gli stessi, solo che oggi al posto di Alessandro, Ferdi e Toni di Nemmeno il destino ci sono gli immigrati che arrivano nella nostra penisola. Il film suggerisce che rispetto al passato a cambiare è l’indifferenza delle istituzioni che pare diventata ancora più feroce.

Il mio cinema parla di solitudine e di rivolta, il che peraltro non vuol dire che racconti cose tristi. Così le protagoniste del film, pur muovendosi all’interno di una rete, e mi riferisco al movimento valsusino in cui è coinvolta Elena, al comitato Prendocasa di Cosenza di cui Jessica è referente e ai collaboratori di Giorgia, sono comunque sole nel sopportare il peso delle loro scelte. Poi, io cerco sempre di parlare di individui che entrano in conflitto con lo status quo, a volte in una dimensione più esistenziale, a volte più sociale. Come spesso accade nella realtà, queste dimensioni non sono separate perché il malessere delle persone dipende spesso dal fatto che il sistema in cui vivono fa schifo. In effetti, credo non ci sia stata in giro così tanta depressione come in questi ultimi decenni.

Ricollegandomi a quello che hai appena detto ed entrando nel dettaglio del dispositivo, tu non fai quasi mai vedere, né intervisti, le cosiddette vittime del sistema. La storia e le vicissitudini che hanno queste persone le apprendiamo attraverso le parole e l’operato delle protagoniste. L’effetto è quello di un coinvolgimento diretto dello spettatore che viene chiamato in causa rispetto ai fatti raccontati nel  film. Seguendo la lezione di Amelio e dei Dardenne, il film si interroga e ci interroga su come siamo diventati e dove stiamo andando.

Hai nominato dei registi qualsiasi (ride), no, a parte gli scherzi, essere associato a questi registi va benissimo. Per quanto mi riguarda penso che ci sia necessità di interrogarsi. Usando una dicotomia che non mi piace, ma che si è costretti a usare quando uno si trova in una condizione totalitaria in cui la prima vittima è il linguaggio, dico che questo è un film su di noi e non su di loro, nel senso che non è incentrato su chi migra e quindi sui diversi motivi che inducono a farlo ma, piuttosto, su quella parte di mondo che si ritrova a fare i conti con le schegge di un conflitto globale di cui non vuole sentirsi responsabile. Una guerra in cui ci sono alcuni pronti a proporre ricette chiassose e fanfarone, che però sono dolorose per chi le subisce, e altri che decidono di mettersi in gioco per evitare che si ritorni al passato invece di andare avanti. Nel chiedersi cosa fare, la prima cosa sarebbe quella di procedere a un esame della situazione, cosa che nel dibattito mainstream culturale e politico è del tutto assente. Nessuno ne parla mai mentre nella retorica dominante i migranti sono trattati come fossero degli alieni, quasi appartenessero non a un altro paese ma a un altro sistema solare. Questo è demenziale, oltre a essere paradossale: da una parte, infatti, ci dicono che siamo tutti globalizzati e connessi, dall’altra in alcune questioni dobbiamo resettare tutto e immaginarci come uomini del medioevo per il quale “questi qua” sono una punizione divina, o ancora degli extra terrestri.

Rispetto al problema dei migranti a colpire – anche a livello estetico e visivo – è il contrasto tra il continuo movimento e la concretezza delle protagoniste e, invece, l’immobilismo e l’approccio tutto teorico di chi avrebbe i mezzi e le professionalità per risolvere la questione. 

Certo, hai ragione, è così. A me piace fare una distinzione tra realtà e reale. La prima appartiene alla narrazione che la realtà fa di sé e alla quale appartengono il chiacchiericcio e le azioni della nostra classe politica e dirigente, ivi compresi i vari mezzi di comunicazione. Poi c’è il reale. Le nostre quattro protagoniste appartengono al reale non alla realtà. Il problema è che la realtà non è un concetto astratto, ma qualcosa che incide profondamente sul reale. La spaccatura è drammatica.

La differenza tra realtà e reale emerge anche dalla natura delle immagini. Esemplare, in questo senso, è l’accostamento tra il tono surreale e quasi onirico della carrellata sulla foresta innevata, sulla quale si sovrappone il racconto dell’immigrato che tenta di superare il confine, e la dimensione prosaica e documentaria degli estratti del telegiornale, con un gruppo di extra comunitari ripresi mentre mangiano all’interno di un centro di accoglienza.

Guarda, seppur in modo discreto, la contaminazione tra i linguaggi nel documentario c’è. In questo caso il legame tra le immagini del telegiornale con il  Salvini di qualche anno e quelle della quotidianità di Giorgia sta nel fatto che le prime raccontano una realtà che è tale nel momento in cui viene riferita, mentre le seconde sono relative a un reale che non viene percepito perché gli organi di stampa si guardano bene dal parlarne.

Come dicevi, il tuo è un film di parte il cui spirito è riassunto da una delle protagoniste quando afferma che se una cosa è giusta deve essere fatta anche se le regole dicono il contrario.

Certo! Io cerco sempre di fare dell’antagonismo, magari in modo inatteso e cioè non usando il linguaggio dichiarato di quel mondo. Però se mi devo schierare, mi schiero di là.

Nel film a un certo punto si parla di comunismo, mentre Jessica in un passaggio si riferisce ai suoi colleghi definendoli “compagni”. Nel sentire questi  vocaboli la sensazione è quella di un lessico passato di moda. D’altra parte le protagoniste altro non fanno che mettere in pratica quella forma di comunismo presente nel cristianesimo delle origini in un contesto in cui non c’è traccia delle istituzioni cattoliche.

La presenza delle istituzioni cattoliche emerge fra le righe, attraverso i riferimenti di Giorgia nei confronti di un prete illuminato di un quartiere di Como con cui lei – pur non credente – lavora. Sarebbe stato interessante approfondire il suo rapporto con una realtà di fede, ma ho pensato che avrei divagato troppo da quello che doveva rimanere un ritratto intimo delle protagoniste. In realtà, ciò che mi premeva era stare addosso alle nostre protagoniste: se una di loro avesse parlato di un’eventuale fede alla base della loro scelta sarebbe venuta fuori. Detto questo, non significa che io pensi che in questo mondo sia assente, anzi, devo dire che è uno dei pochi aspetti che sta cercando di mettersi di traverso all’onda che da vent’ anni sta montando. Da vent’anni e non da tre mesi.

Ma essere comunisti in un contesto simile ha ancora un senso, e se si qual è?

Al di là dell’utilizzo che se ne fa o se ne farà di questa parola, è impossibile che prima o poi non si inizierà di nuovo a discutere dei concetti a essa legati di fronte all’attacco che da vent’anni a questa parte viene portato avanti non solo contro i poveri ma anche verso la maggior parte della popolazione. Credo che non si possa analizzare la situazione senza tenere presente che dal suddetto periodo è in corso una delle più feroci lotte di classe che la storia abbia mai conosciuto. Un attacco compiuto dall’un per cento della popolazione contro la restante. Se il novanta per cento non si rende conto di questo, se nessuno gli dice che questo capitalismo libero, liquido e impersonale fa molti più danni dei fantasiosi 32 euro dell’emigrato, bisogna che qualcuno inizi a farlo, usando anche gli strumenti che pensavamo di dover mettere in soffitta.

È così lampante che chi strilla contro la clandestinità è a favore della stessa perché tra il modello di Riace e quello di Rosarno “questi” vogliono fare vincere quest’ultimo. Sembra impossibile che la gente non se ne renda conto, eppure è cosi! Oggi comunismo e marxismo sono parole abusate da filosofi da salotto e politicanti alla Rizzo e Diego Fusaro, che citano Marx dicendo che l’arrivo dei migranti in Italia deriva dalle teorie espresse ne Il capitale, a proposito del cosiddetto esercito industriale di riserva. Una ricostruzione che dimentica come il pensatore tedesco avesse previsto che comunque sia l’esercito titolare che quello di riserva avrebbero dovuto prendersela con il padrone e non tra di loro. Se ometti questo passaggio fondamentale allora la parola compagno non la uso con te.

Dal punto di vista del dispositivo, all’inizio scegli di pedinare le protagoniste. Ciò ti consente di far si che lo spettatore accompagni le protagoniste durante le loro giornate, dall’altra assolve la funzione di scoperta che il film ha nella sua natura.

Certo, ogni volta questo è uno degli obiettivi. Faccio di tutto per sparire come persona, cercando però di essere presente sotto forma di sguardo. Secondo me, durante il momento delle riprese e in fase di scoperta della realtà è importante che nell’atto del girare emerga in qualche modo anche la reazione di chi guarda, e poco importa se non sia esplicitato di chi sia: se sia quella dell’operatore; d’altronde si tratta di un percorso che precede quello che dovrebbe fare lo stesso spettatore. Quindi, di nuovo, l’intuizione che ha avuto tu è assolutamente esatta.

Per concludere: come hai trovato le protagoniste e poi se mi dici qualcosa della produzione e della sua distribuzione?

Il film nasce da un’iniziativa di Medici senza frontiere che ZabLab ha accolto anche alla luce di una collaborazione che, attraverso diverse forme, va avanti da anni. Le protagoniste mi sono state segnalate da Medici senza frontiere che ha fatto questa ricerca chiamata Fuori campo, il cui titolo vuole significare l’intenzione di documentare rispetto al tema in questione ciò che di solito rimane escluso dall’inquadratura mainstream e di regime e che, invece, va a monitorare tutte le realtà esistenti sul campo, quelle che si danno da fare in maniera concreta. Il film esce questa settimana in molte città, nella consapevolezza che distribuire un film indipendente e per lo più documentario non è facile. Sono certo che sarà una bella avventura. Accompagnerò il film il più possibile. Domani sarò a Torino, poi mercoledì vado all’Apollo 11 di Roma, giovedì all’Orione di Bologna, venerdì al cinema Beltrade di Milano e poi la prossima settimana a Spoleto, Perugia, Fano, Senigallia, e comunque il film ce lo stanno chiedendo in molti. La nostra è una distribuzione che cerca di penetrare il più possibile, senza poter contare sui consueti canali del mainstream. L’importante è arrivare a quel pubblico che ha voglia di andare a vedere queste cose.

Utlima modifica: 16 gennaio, 2019



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