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Suspiria: un atto d’amore di Luca Guadagnino per il film di Dario Argento

Il Suspiria di Guadagnino non lavora sul genere horror come quello di Argento, non angoscia e spaventa allo stesso modo ma lascia un senso di turbamento e di spaesamento al termine della visione destinato a permanere a lungo e a radicarsi in profondità

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Il delirio, Sara, è una bugia che dice la verità”.

Volente o nolente, Luca Guadagnino è divenuto, insieme a Paolo Sorrentino, il regista italiano più amato/odiato dalla critica di casa nostra, capace con i suoi ultimi lavori di far discutere e dar vita a dibattiti accesi e infiniti, con pubblico e addetti ai lavori divisi in estimatori entusiastici e detrattori inferociti. Il suo nuovo film, presentato in Concorso a Venezia, sembra pensato apposta per infiammare più che mai le polemiche attorno al suo cinema. Esiste un testo filmico più sacro (o demoniaco, fate voi) e inviolabile di Suspiria, il capolavoro furioso e furente realizzato da Dario Argento nel 1977? Fuor di polemica – destinata invece a protrarsi ad infinitum – è bene fugare ogni dubbio e approcciarsi al (finto) rifacimento di Guadagnino con la consapevolezza di trovarsi al cospetto di un libero omaggio, un atto d’amore nei confronti dell’originale, utilizzato dal regista siciliano come un pretesto, una semplice suggestione iniziale attorno a cui costruire un discorso più ampio e approfondito. Il Male, inquadrato qui come un’entità presente da sempre nel nostro mondo, ancor prima del Divino, prima che sovrannaturale è terreno e tangibile, radicato nel contesto storico in cui è ambientato il film, la Berlino del 1977 sconvolta e squassata dalle azioni terroristiche della RAF e dalle dure repressioni del governo tedesco, divisa dal Muro e lacerata dagli echi non sopiti dell’Olocausto (in quell’anno la Banda Baader-Meinhof sequestrò Hanns-Martin Schleyer, il presidente della Confindustria tedesco-occidentale nonché ex membro del partito nazista). La scelta di spostare l’azione da Friburgo a Berlino non è certo casuale ma intenzionale, la Tanz Akademie fondata da Elena Markos e gestita dalla carismatica Madame Blanc si trova a due passi dal muro che separa le due Germanie, muto testimone dell’orrore soprannaturale che risiede lì accanto e simbolo del dramma umano e delle sofferenze terrene di un popolo martoriato e diviso.

Il nuovo Suspiria è un film ambizioso e coraggioso, che talvolta cade a terra insieme alla sua protagonista ma riesce sempre a rialzarsi con forza, energia e tenacia. Denso, stratificato, talmente carico e complesso che una sola visione è insufficiente per poterlo metabolizzare a dovere, lontanissimo dall’impianto scenografico di Argento e dalla fotografia di Luciano Tovoli (che viene comunque omaggiata nel sesto atto), con un preciso e voluto rimando al cinema di Rainer Werner Fassbinder e alle sue figure femminili, come testimonia la presenza nel cast di Ingrid Caven, moglie e musa del regista tedesco. Un (finto) horror d’autore che piacerà pochissimo agli amanti del genere e che sarà un sonoro flop al botteghino, col pubblico deluso, spiazzato e stordito in fuga dai multiplex, il luogo meno adatto dove poterlo vedere (complimenti alla scelta scellerata del distributore di mandarlo al macello nelle sale durante le festività natalizie, con gli spettatori in cerca di tutt’altro, quando sarebbe stato molto più saggio e oculato distribuirlo in autunno, a ridosso della presentazione alla Mostra di Venezia). Nella messa in scena raffinata e ricercata di Guadagnino le coreografie, curate da Damien Jalet, sono fondamentali e preponderanti, a differenza del film di Argento dove la danza è marginale e accessoria, confinata a brevi e sporadiche scene. La danza è usata qui in funzione espressiva e narrativa, talvolta diviene un suggestivo sabba stregonesco, è anima e fulcro di sequenze potenti e perturbanti, sgradevoli e disturbanti, come il balletto spaccaossa o il folle rito finale che si trasforma in una mattanza barocca e delirante, una resa dei conti tra fazioni contrapposte dal sapore cronenberghiano.

Susie, interpretata da Dakota Johnson, non più la Banner di Argento ma la Bannion di Guadagnino, intraprende un percorso ben diverso da quello compiuto da Jessica Harper (impegnata qui in un piccolo e fugace cameo) nel film del 1977. Più intimo e doloroso, più introspettivo e combattuto nel far emergere attitudini e vocazioni a lei ignote prima di trasferirsi a Berlino dal lontano Ohio. Un percorso oscuro e travagliato alla scoperta del proprio io nascosto che si conclude con una rinascita spiazzante e liberatoria.

Guadagnino, da cinéphile accorto e appassionato, schiva e rifugge gli accostamenti con l’originale – inimitabile e inarrivabile – tagliando subito l’ingombrante cordone ombelicale, evitando di scimmiottare o evocare le indimenticabili musiche dei Goblin, affidando la colonna sonora alle note suadenti e ipnotiche di Tom Yorke, frontman dei Radiohead. Il suo, come dicevamo in precedenza, è un ambizioso atto d’amore attorno a cui costruire un percorso diverso, più tortuoso e imperscrutabile, e un discorso più ampio sul Male e sul Bene, sull’amore (con la storia tra il dottor Klemperer e la moglie recisa e spezzata dalla follia nazista di cui alla fine resta solo un cuore con due iniziali incise su un muro) e sulla morte. Un’opera tutta al femminile – ancor più di quella di Argento – dove l’unico personaggio maschile di primo piano, non a caso, è interpretato da una formidabile e irriconoscibile Tilda Swinton, alle prese con un impegnativo e sfiancante tour de force che la vede impegnata in un triplice ruolo. Le donne come fonte di vita ma anche di morte, madri terribili eppure insostituibili. Il Suspiria di Guadagnino non lavora sul genere horror come quello di Argento, non angoscia e spaventa allo stesso modo ma lascia un senso di turbamento e di spaesamento al termine della visione destinato a permanere a lungo e a radicarsi in profondità.

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  • Anno: 2018
  • Durata: 152'
  • Distribuzione: Videa
  • Genere: Horror
  • Nazionalita: USA, Italia
  • Regia: Luca Guadagnino
  • Data di uscita: 01-January-2019