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L’amica geniale: il senso della fine. La serie di Saverio Costanzo trova una misura emozionale che investe lo spettatore

L’amica geniale chiude la sua prima stagione con due episodi qualitativamente molto validi, in cui le linee narrative e i percorsi tematici sono racchiusi in un pugno di grovigli complesso e interdipendente, esaltato però dalla semplicità e dall’inequivocabilità comunicativa del termine delle cose.

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Quando un racconto giunge alla sua conclusione ogni sguardo pesa di una gravità differente, ogni gesto conta più di prima nella somma dell’aritmetica emotiva, ogni cosa assume il senso della fine. L’amica geniale chiude la sua prima stagione con due episodi qualitativamente molto validi, in cui le linee narrative e i percorsi tematici sono racchiusi in un pugno di grovigli complesso e interdipendente, esaltato però dalla semplicità e dall’inequivocabilità comunicativa del termine delle cose. Tutto risulta chiaro e opaco, misterioso e trasparente, astratto e materiale agli occhi dello spettatore, perché tutto è partecipe di quell’equilibrio di significato in cui ancora esiste la comunanza di segreto – quello che è legato al valore cultuale delle storie, alla loro natura esistenziale e sacra – e rivelazione – quella che si dispiega con epifanie improvvise e colpi di teatro emozionali. I fidanzati e La promessa non a caso sigillano il primo grande capitolo di questa avventura con rivelazioni apparentemente fondamentali e allo stesso tempo scardinano le certezze acquisite con la forza dell’ignoto e dell’incomprensibile.

Il matrimonio di Lila è il centro di questa cornice. L’evento tanto atteso è non solo la lente particolare attraverso cui rileggere gli avvenimenti raccontati dalla serie in precedenza ma anche la parentesi in cui riunire i personaggi e le loro relazioni per farli scontrare a distanza ravvicinata. Ogni millimetro è, quindi, scena di un incontro o di uno scontro che propone più caratteri, più ragioni e più visioni del mondo nella stessa scena, in momenti orchestrati per far esplodere bugie, verità, sincerità ed inganni. Il risultato è un racconto psicologico che nasce dalla sovrapposizione di vero e falso, sotto la luce particolare della percezione di una finitudine, di un limite, di una cesura che segna la fine e il punto di non ritorno. Questa tecnica complessa e precisa, fluviale e sintetica, è in grado di fissare nella memoria personaggi non solo credibili, ma proprio reali, perché ottenuti dalle molteplici sfumature di significato.

Tra complessità semplice, semplicità complessa, singolo nel molteplice e molteplice nel singolo, L’amica geniale trova una misura emozionale che investe lo spettatore. Gli ultimi minuti del racconto sono una danza commossa che si allunga da un angolo di mondo e raggiunge gli angoli nascosti delle personalità oltre lo schermo. Questo perché la storia di Lila e Lenù è una miniatura che però non partecipa della riduzione in scala della complessità: non si tratta di una riproduzione lineare del mondo, bensì di una riduzione in cui il contenuto è più grande del contenitore. Negli sguardi e nelle azioni delle due protagoniste si racchiude il senso di una vita in crescita e il senso di altre vite. Guardare i loro volti di argilla modellati dal dolore, dalla felicità e dalla paura è per alcuni confrontarsi, per altri scoprire, per altri ancora ricordare. Partecipare per qualche ora alla loro finzione e alla loro realtà è un atto bello, un atto che vale. Un atto che a contatto con la fine, con il mistero e con la verità, si rivela in qualche modo raro.

Leonardo Strano

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