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House Of Cards forse non doveva finire, ma certo non doveva finire così

Se il confronto inevitabile fra Claire-Robin e Frank-Kevin finisce con un pareggio (una donna che lotta per la sopravvivenza in un mondo di uomini: splendidamente retto sulle larghe spalle dell’attrice, che forse qui tocca i vertici delle sue possibilità recitative), chi si aspettava, lecitamente, ultimi episodi di fuoco è rimasto ampiamente deluso, per una scrittura buttata via e forse frettolosa. 

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Sei anni fa Frank Underwood fulminava (noi e il mondo interno) guardandoci da oltre lo schermo e parlandoci di quel “dolore necessario”  che è stato il fil rouge di tutto House Of Cards: perché inesorabilmente adesso, nel finale dell’ultima stagione, è la moglie, anzi vedova Claire a fissarci rivolgendosi alla macchina da presa.

C’è un dispiacere forte in fondo al cuore a dover parlare della chiusura di un’opera che non solo ha significato tanto intrinsecamente, per l’incredibile qualità della scrittura, ma soprattutto per come e quanto ha innovato sul piccolo schermo, facendo da apripista all’odierno colosso di Netflix, ma anche a quell’ondata di serial che prendevano la rincorsa verso il cinema e verso le sue vette emotive e qualitative proprio mentre il grande schermo stesso sembrava affondare nel pantano di medietà che ha da sempre afflitto la tv.

E il dispiacere aumenta perché House Of Cards forse non doveva finire, ma di certo non doveva finire così: la riscrittura in corso d’opera per l’oscena cancellazione (anzi, epurazione) di Kevin Spacey, motore immobile di tutta l’opera, ha di certo compromesso trame ed equilibri, perché gli ultimi 8 episodi hanno messo forzatamente al centro del racconto Claire, interpretata ovviamente sempre in maniera impeccabile da una sempre straordinaria Robin Wright, mescolando in maniera meno abile che in precedenza storie contorte finte a cronache vere, con ricadute metanarrative che compromettono tutto.

Troppa carne al fuoco, scivoloni temporali, digressioni – sempre più – inutili, ma soprattutto la descrizione di una sofferenza intima, personale e silenziosa (leitmotiv emotivo di tutti i 73 episodi) che si fa troppo scritta, troppo pensata, troppo poco sentita, nonostante il peso non indifferente di Beau Willimon, creatore e produttore di House Of Cards che è un sopraffino drammaturgo non indifferente al fascino del teatro.

Se il confronto inevitabile fra Claire-Robin e Frank-Kevin finisce con un pareggio (una donna che lotta per la sopravvivenza in un mondo di uomini: splendidamente retto sulle larghe spalle dell’attrice, che forse qui tocca i vertici delle sue possibilità recitative), chi si aspettava, lecitamente, ultimi episodi di fuoco è rimasto ampiamente deluso, per una scrittura buttata via e forse frettolosa.

E allora, come accade nella vita, dobbiamo dire addio a qualcosa che è stato importante per noi e non solo: sospendendo il giudizio su una sola parte – una stagione finale che manca l’obiettivo – per far restare nella memoria un totem drammaturgico di rara potenza, con un peso letterario che resterà nel tempo proprio come i migliori drammi scespiriani. Perché le serie tv (e gli attori…) vanno e vengono, ma l’arte resta per sempre.

di GianLorenzo Franzì

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  • Anno: 2018
  • Durata: 8 episodi
  • Distribuzione: Sky Atlantic
  • Genere: Drammatico, politico, thriller
  • Nazionalita: USA
  • Data di uscita: 02-November-2018
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