fbpx
Connect with us

INTERVISTE

Quello che (non) so di lei: intervista a Eva Grimaldi

Sulla pubblica scena da oltre trent’anni, Eva Grimaldi ha dovuto lottare tenacemente per scrollarsi di dosso l’etichetta di “panterona sexy” affibbiatale a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta. Da Drive In al Bagaglino passando per i film di Mario Monicelli e Jean-Marie Poiré, Eva è ancora capace di affrontare le scommesse, come la sua prossima fatica, Amici amori amanti ovvero La verità (in cartellone dal 18 al 30 dicembre al Teatro Golden di Roma) avvertendo ancora le farfalle allo stomaco, le stesse di Dino Risi (sul set di Tolgo il disturbo) che alla veneranda età di 73 anni le disse: «Io le sento ancora. Quando non proverai più questa sensazione, cambia lavoro».

Pubblicato

il

Partiamo, appunto, col tuo imminente debutto sul palcoscenico…

Fa parte di un trittico di Florian Zeller (gli altri due titoli sono Il padre e La giostra, nda) e sto avendo grande difficoltà. Con Enrico Maria Lamanna, il regista, lavoriamo minuziosamente. Studio il copione, così come la dizione, cerco di essere proprietaria del mio timbro vocale per farlo venir fuori al meglio. Mi esercito dalla mattina alla sera. Non vedevo l’ora di fare tutto ciò per migliorare la voce.

Lo spettacolo vede solo quattro personaggi in scena.

Sono due coppie sposate che si incrociano per vari motivi, creando dinamiche in cui molti spettatori possono rivedersi in prima persona. Interpreto una psicologa passionale, piena di gelosia, anche un po’ all’antica: se ci penso mi viene il nervoso (ride, nda).

Nel cast affianchi Pino Quartullo, Daniela Poggi e Attilio Fontana. Con quest’ultimo hai recitato in diverse fiction, tra cui Il bello delle donne, dove ricoprivi un altro personaggio passionale, quello di Elfride, rimasto particolarmente caro a molti fan della serie.

Che bello! Io e Giuliana De Sio abbiamo spopolato! (ride, nda). Elfride mi apparteneva molto, innamoratissima di Bobo, cioè Gabriel Garko. Era il periodo in cui ci stavamo lasciando, la sofferenza era reale. E gli autori, sadicissimi, hanno trascritto questo tormento anche sul copione di un personaggio straziante. È stato difficile portare la realtà in scena. Ero molto discreta sulla mia vita privata, anche se veniva sbattuta sulle copertine delle riviste. Ricordo che Gabriel fu molto più maturo di me, venne in camerino e mi disse: «Eva, vogliamo lavorare o fare ancora i ragazzini?». Ha dato una scossa che mi è piaciuta.

Quindi uno dei fattori di gradimento verso Elfride è dovuto all’unione tra finzione e realtà?

Penso di sì, il pubblico ricorda tutto. Poi, Elfride a parte, era un progetto delizioso, dialoghi pazzeschi, la regia elegante di Maurizio Ponzi e un cast eccezionale con Virna Lisi, Stefania SandrelliIl bello delle donne ha cambiato la fiction italiana. Ultimamente, invece, le emozioni dei personaggi vengono approfondite poco.

A proposito, l’anno scorso hanno realizzato lo spin-off Il bello delle donne… alcuni anni dopo.

Be’, per fortuna che certi personaggi dell’originale li hanno fatti morire.

La tua filmografia è molto curiosa, perché divisa su due fronti speculari. Da un lato ci sono Fellini, Chabrol, Kinski, Tacchella. Dall’altro Gaburro, Carnimeo, Massaccesi, Castellano & Pipolo.

È un disordine sotto controllo, anch’io dovevo pagare le bollette… e non rinnego nulla! Alcuni film li mandano ancora in onda, vedi Abbronzatissimi 1 e 2, la gente si ricorda pure le battute. I miei personaggi erano molto dolci e ci mettevo sempre del mio, come l’accento veneto per “sdrammatizzare” la figura che dovevo ricoprire ogni volta, la mignotta (ride, nda). Forse l’unico mio rimpianto è quello di non aver potuto studiare dizione prima. Negli anni Ottanta era più importante apparire che essere. E ne ho pagato le conseguenze.

Ma sei stata capace di “mutare” lungo gli anni. Ora sei…

Una donna Alfa, con tutte le sue fragilità certo, ma oggi mi sento così. Mi rimbocco sempre le maniche.

Tornando al cinema, hai affiancato anche grandi attori come Vittorio Gassman ed Elliott Gould in Tolgo il disturbo di Dino Risi.

Con Gassman ho condiviso pochissimi giorni di set, ma ricordo l’umiltà che aveva nei confronti di tutti. Lo osservavo, ero insicura e lui mi diceva: «Non correre, prenditi del tempo».

Nel 1992 lavori in tre film a loro modo interessanti: L’angelo con la pistola di Damiano Damiani, Cattive ragazze di Marina Ripa di Meana e Mutande pazze di Roberto D’Agostino.

Tre cose completamente diverse (ride, nda). Damiani era un grande, molto sadico sul set, ma mi ha diretto in maniera magistrale. Stavamo girando una scena esterna, in mezzo alla strada, con tutta la gente che osservava. Dà lo stop perché non riuscivo a piangere, appoggia le sue mani sul mio stomaco e inizia a stritolarmelo urlandomi: «Ma non c’hai più niente quaaa?! Sei vuotaaa?!». Una vergogna allucinante, ho iniziato a lacrimare col singhiozzo, la scena però è andata benissimo. Damiani aveva la capacità di plasmare la recitazione di un attore. Cattive ragazze non è un film riuscito bene, distribuito male. Prima e unica regia di donna Marina: aveva tanta forza di volontà, niente la fermava. Si fece legare alla camera-car e obbligò pure un operatore a prestare i suoi boxer a Brando Giorgi per girare una scena (ride, nda). Mutande pazze, invece, è sempre attuale. Se fosse uscito in questo periodo, avrebbe avuto il suo successo. D’Agostino è un genio, la vera “mutanda pazza” è lui (ride, nda). Eravamo due ragazzini che giocavano.

Una bella esperienza.

In realtà non volevo farlo. Poi ho letto il copione e saputo che c’era Monica Guerritore nel cast. Alla fine è andata. Ma ho ancora dei grossi dubbi, perché sono film forti che ti etichettano e fare Mutande pazze era rimarcare il ruolo della bona.

A quale dei tuoi film sei più legata?

Sono come figli… l’ultimo è sempre il migliore. In Respiri (2018, di Alfredo Fiorillo, nda) ho un ruolo che ho amato molto, quello di donna glaciale, mio perfetto opposto. Affianco Alessio Boni e sono la sua controparte. Un’esperienza gratificante che simboleggia un mio piccolo passo di ritorno al cinema. Ecco perché ho recitato in certi film, per costruirmi una carriera. Ricominciare a cinquant’anni anni come attrice è molto difficile: non sei né troppo anziana né troppo giovane, ma in mezzo.

Come il personaggio di Goldie Hawn ne Il club delle prime mogli

Hai azzeccato il film perfetto!

Registrati per ricevere la nostra Newsletter con tutti gli aggiornamenti dall'industria del cinema e dell'audiovisivo.

Commenta