36 Torino Film Festival: Oiktos (Compassione) di Babis Makridis

Uno sguardo doppio quello di Makridis su un'umanità che, destinata all’infelicità, progetta compulsivamente la ricerca ossessiva della stessa. La compassione come ricerca/tesi, la pietà come evidenza/antitesi, la pena come prova/esito/sintesi

  • Anno: 2018
  • Durata: 97'
  • Genere: Drammatico
  • Nazionalita: Grecia, Germania
  • Regia: Babis Makridis

Compassione: (dal latino cum patior – soffro con – e dal greco συμπἀθεια , sym patheia – “simpatia” provare emozioni con..) è un sentimento per il quale un individuo percepisce emozionalmente la sofferenza altrui desiderando di alleviarla. Atteggiamento comprensivo e soccorrevole verso uno stato penoso: umana cosa è l’avere compassione. Il concetto di compassione richiama quello di empatia dal greco “εμπαθεια” (empateia, composta da en-, “dentro”, e pathos, “affezione o sentimento”), che veniva usata per indicare il rapporto emozionale di partecipazione soggettiva che legava lo spettatore del teatro greco antico all’attore recitante e anche l’immedesimazione che questi aveva con il personaggio che interpretava.

Stanza semibuia, un uomo singhiozza disperato mentre la didascalia prova a spiegare il concetto di compassione. Siamo in Grecia, appartamento di lusso, l’uomo, quello che singhiozza, un adolescente, il figlio, un cane. La moglie è in ospedale in coma. La vicina di casa porta un dolce all’arancio, la segretaria lo abbraccia, il signore della tintoria chiede come sta la moglie e gli riserva un trattamento speciale, l’amico lo ricopre di gratificazioni mentre giocano in spiaggia, il cane prova a consolarlo, due cuscini sui quali adagiarsi la notte cercando di colmare la mancanza. L’uomo lavora, fa l’avvocato e si prende cura dei clienti come fossero familiari. Continua a singhiozzare sul suo letto, mentre descrive il percorso delle lacrime: dallo stomaco ai polmoni, dall’esofago alla carotide fino agli occhi. Si reca tutti i giorni in ospedale e bacia la moglie in coma sulla bocca. Il figlio è un eccellente studente, ottimo pianista, ma secondo lui non ha le mani abbastanza grandi e non deve suonare pezzi allegri; i vicini potrebbero pensare che non sono abbastanza tristi per la sorte della madre. Le didascalie descrivono l’atteggiamento della gente che smette di provare compassione perché qualcosa di più tragico li distrae. L’uomo compone una canzone di congedo per la moglie che inaspettatamente esce dal coma e torna a casa, e mentre lui si adopera per prestarle la fisioterapia riabilitativa post trauma, la invita a fare una mammografia di controllo. Continuerà a pretendere il dolce dalla vicina, a raccontare bugie al negoziante, a esercitare la sua apparente mania di controllo in cerca di compassione. Interroga le persone sui loro dolori, manomette il pianoforte del figlio, va a fare un giro in barca con il cane; si reca dal padre per muoverlo a pietà. Inizia così il percorso dell’assurdo: acquista una bici gialla, la carica sulla Lexus, e intraprende la violenta parabola del dolore  a tutti i costi, compreso il ricorso ai lacrimogeni.

Come la tragedia greca canta l’infelicità della sorte umana, così Erodoto nelle sue Storie narra la disperazione di Serse di fronte alle sue navi e l’uomo che singhiozza decide di sostituire il quadro del tranquillo paesaggio marino con la nave travolta da una tempesta. Da qui solo violenza e pietà saranno il fine ultimo sul cui altare sacrificare la propria insopportabile, eventuale felicità. Solo la pietà e l’estrema compassione trasformata in pena assoluta sarà appagante. L’infelicità estrema, tragica e ingloriosa è l’unica illusoria garanzia di misericordia e il nostro uomo trova l’obiettivo irrinunciabile. Quanto sia reale la surrealtà raccontata in questo viaggio esistenziale risulta irresistibile, come la tragi-comica e grottesca ambientazione; attraverso l’inespressività gelida e lacerante e le inquadrature tipiche della nouvelle vague greca.

Uno sguardo doppio quello di Makridis su un’umanità che, destinata all’infelicità, progetta compulsivamente la ricerca ossessiva della stessa. La compassione come ricerca/tesi, la pietà come evidenza/antitesi, la pena come prova/esito/sintesi. Illusorio rifugio della disperazione, suscitare pena come risultato di una pietà non più compassionevole né tanto meno misericordiosa. Il film descrive il vuoto esistenziale che intuisce nel dolore, nell’infelicità e nella pietà l’ultima ancora di salvezza della miseria umana. La parziale via di liberazione dal dolore individuata da Schopenhauer nella compassione è il percorso, comunque fenomenico, intrapreso da quest’uomo contagiato a tal punto dalla vita da non individuarne l’inevitabile deformata oltraggiosa condizione.

L’impossibilità di provare dolore emotivo può indurre alla necessità di provocare almeno commiserazione? Pena, pietà e compassione possono innescare un rapporto di dipendenza irreversibile? A quale pusher rivolgersi: al  male, al dolore, alla malattia, alla morte?

Una patinata, gelida superficie per puntare il dito sulla tragica funesta profondità disumana; un film assordante, accecante, agghiacciante, un noir esistenziale, un gioco crudele, un ritratto sofisticato, un’osservazione raffinata e brutale. La musica invade le scene e il requiem in D minore K 626  commuove. Tuttavia invocare la pietà è come inginocchiarsi al Padre per chiedere: sia fatta la tua crudeltà, dacci oggi il nostro dolore quotidiano, liberaci dall’amore. Amen.

GUARDA IL TRAILER >>

Utlima modifica: 29 Novembre, 2018



Condividi