Lamezia Film Fest: Italian Psycho. Intervista a Maccio Capatonda

Vincitore del premio Paolo Villaggio al Lamezia Film Fest, Maccio Capatonda è artefice di una comicità capace di coniugare la tradizione della maschera italiana con i tempi e i modi propri dei nuovi media, facendosi interprete delle nevrosi dell'Italia contemporanea. Questo e altro nell'intervista che state per leggere

Al Lamezia Film Fest hai ricevuto il premio dedicato a Paolo Villaggio. Dovendoti accostare ad altri attori comici mi viene da pensare a Carlo Verdone e ad Antonio Albanese. Come te anche loro sono dei trasformisti e hanno iniziato a lavorare lontano dal cinema. Cosa pensi di questa comparazione?

Innanzitutto, sono molto onorato di essere accostato a questi due nomi, anche se, tra i due, Verdone è il mito della mia infanzia, mi ispirava proprio quando ero piccolo, sono cresciuto con la sua comicità e con il suo trasformismo, quindi lo trovo assolutamente accostabile alla mia comicità. Albanese, invece, lo conosco meno – nonostante anche lui abbia iniziato con la Gialappa – e per un periodo abbiamo fatto anche delle cose insieme. Quello che ho visto di lui mi è piaciuto sempre molto e anche i suoi film – per esempio Qualunquemente – propongono una sorta di satira di costume che mi si addice, quindi l’accostamento è molto felice per quanto mi riguarda.

Una delle caratteristiche della tua comicità si addice in maniera particolare ai nostri tempi in cui con reality e internet il singolo riesce a diventare protagonista davanti a un palcoscenico di persone reali o virtuali.

Io sono uno che si stufa molto delle cose, per cui mi piace cambiare, trasformarmi. Per esempio, ho fatto una serie su Sky, intitolata The Generi, in cui ogni puntata era ispirata a un genere cinematografico diverso e rappresentativo di un particolare personaggio, quindi, per esempio, anche i singoli trailer, i video più brevi, sono sempre un modo per appropriarsi di un’idea, passando subito ad altro. Lo stesso vale per i personaggi: cambiare spesso abito e faccia è la chiave per non annoiarsi, per dire sempre cose nuove, originali, anche con metodi diversi. Ce ne sono alcuni che mi permettono di presentare parte di me stesso, mentre altri no, quindi variare è un modo per esprimere degli aspetti della mia personalità, direi della mia anima, che vengono fuori attraverso di essi. Una coralità di cose che possono risaltar solo grazie a questo trasformismo.

Il fatto di trasformarti all’interno dello stesso sketch sia funzionale a questa voglia di apparire delle persone, che poi è uno dei grandi temi dei tuoi film. Tu racconti di uomini che vogliono apparire a tutti i costi. Di fatto questa iper-visione di te in così tanti personaggi all’interno del medesimo film in qualche maniera mi pare si confà agli argomenti delle tue storie.

Si. Anche perché nel mio cinema cerco di trattare temi che vadano d’accordo con le miei interpretazioni, nel senso che faccio dei film che spero calzino bene con i miei personaggi.

Insisto molto sul cinema perché, secondo me, nel passaggio dal piccolo al grande schermo sei in grado di sfruttare appieno le potenzialità di quest’ultimo. Soprattutto riesci a lavorare molto e bene sul paesaggio. Un’altra cosa che ho notato è un costante sbilanciamento nella composizione delle immagini che, o sono molto piene di segni, oppure sono diradate. Il contrasto può essere dato dalle scene dei comizi presenti sia in Italiano Medio che in Omicidio all’italiana, dove questa appare volutamente scarna e ridotta anche nel numero dei partecipanti, mentre in altre le stanze sono stracariche di oggetti. Parliamo poi di inquadrature oblique, di iper saturazione di colori. Tutte cose che in realtà concorrono a creare la dimensione psicologica dei personaggi, coerente e piena di senso. Insomma, sei molto cinematografico.

Grazie. Questa cosa mi fa molto piacere perché, poi, quando affronti il mezzo cinematografico, inizi a farti delle domande sulla composizione delle immagini, anche perché ti aspetti che la gente lo guardi su uno schermo molto grande, quindi ogni parte dell’inquadratura ha la sua importanza. In Omicidio all’italiana mi è capitato di utilizzare degli story board ma questa per me non è una regola, poiché credo che molte scelte nascano in maniera spontanea e lì per lì. Per quanto riguarda il montaggio e il colore in Italiano Medio sono state fatte delle scelte a monte. Abbiamo optato per raccontare la solitudine iniziale del protagonista attraverso tonalità grigie, mentre quando prende la pillola diventa tutto molto più saturo – che è anche una scelta se vogliamo molto comprensibile – però in alcuni momenti le inquadrature sono anche sgangherate perché rispecchiano un momento di confusione del film o della vita del personaggio.

Se i tuoi personaggi per pregi e difetti sono prettamente italiani, inserisci riferimenti a un cinema americano o sotto forma di parodia o rovesciandone i significati. Per esempio, in Italiano medio l’espediente della pillola si rifà a Limitless di Neil Burger, con Cooper e De Niro. Mentre, pensando ad American Psycho, Italiano medio potrebbe rititolarsi Italian Psycho, perché se ti ricordi nel film della Harron succede un po’ la stessa cosa che capita al tuo protagonista, a cui basta dire di essere Gullit per venire scambiato per lui. Pur in altri modi e contesti, medesima sorte occorre a Patrick Bateman. 

Si. Io con il cinema americano ci sono cresciuto, quindi per me rappresenta un punto di partenza quando affronto un progetto cinematografico. Nel caso di Italiano medio, Limitless era proprio lo spunto da cui è partito il soggetto. D’altro canto, in quello che faccio il riferimento è il cinema americano, a cui mi ispiro e che, come hai detto tu, cerco anche di destrutturare e di rompere. Per me, per la mia infanzia rappresenta la quintessenza dello spettacolo e io lo rifaccio procedendo in direzione opposta nel tentativo di rendere più terra terra determinate cose. Quindi prendere il cinema americano e destrutturarlo è un sogno che si è avverato attraverso i miei film. Certo: poi questo Italiano medio è come dici tu una specie di Italian Psycho: racconta la psicosi dell’italianità, soprattutto quella un po’ altalenante tra la voglia di salvare questo paese e l’assoluto menefreghismo. Una contraddizione in termini.

Al personaggio della presentatrice televisiva, interpretata da Sabrina Ferilli, fai dire “Una volta dentro questa scatola, tutto diventa puro intrattenimento”. Allora il cinema cos’è?

Credo che siano esattamente la stessa cosa. Cioè penso che il cinema sia intrattenimento, pur potendo avere un valore didattico. In particolare, la battuta in questione sottolineava come la televisione sia diventata una sorta di intrattenimento anche nella funzione informativa. Vi si lavora per dare anche a un omicidio una forma sensazionalistica che possa renderlo spettacolare. Ossia: i telegiornali diventano come le fiction. Io, ad esempio, seguo la serie tv del TG 5, la serie tv del TG 1. Sono delle serie perché passano nello stesso contenitore entro cui passano altre cose di intrattenimento, tipo lo sport e i film. Insomma, è tutto un “guarda guarda” (ride). Non importa se ciò che guardi sia vero o falso ma che i contenuti abbiano una qualche formula di narrazione. Nonostante il nome anche i reality sono così: gli autori li scrivono, pensando a una realtà cinematografica in cui le persone smettono di essere tali per diventare personaggi.

La molteplicità di personaggi che metti in scena nello stesso film non va mai a discapito della minuziosità e dei dettagli con cui li tratteggi. Ogni aspetto concorre a definirli: dai calzini alla pettinatura, al corpo, ai vestiti. Mi chiedo da dove nascono e come.

Spesso sono il risultato di mie uscite spontanee con amici o, comunque, quando mi trovo con altre persone. Il più delle volte non mi sforzo di cercarli ma vengono fuori da soli. O, magari, anche quando sono da solo sotto la doccia: inizio a cambiare voce e a fare determinati personaggi che poi vengono strutturati un po’ di più nel momento in cui in un video decido di costruirgli attorno un contesto. In quel caso vado a declinare l’anima del personaggio attraverso le parrucche, i capelli, l’aspetto fisico, la voce. L’importante è che tutto arrivi da intuizioni sincere. Non parto mai dal voler fare un video a effetto e poi mi invento un personaggio. Prima lo creo, poi costruisco il resto.

Il grottesco e il surreale sembrano essere il modo più efficace per difendersi dalla realtà. Lo hanno capito anche i grandi autori: penso a Bruno Dumont, ma anche all’Haneke di Happy End

Credo proprio di si. Come dici tu il grottesco è un modo per difendersi dalla realtà, creandone una alternativa che talune volte diventa più rappresentativa di quella vera. Sembra assurdo ma è così.

Utlima modifica: 19 novembre, 2018



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