Girls don’t Cry: intervista a Margherita Ferri, regista di Zen – Sul ghiaccio sottile

Selezionata da Biennale College a Venezia e da Alice nella città a Roma Zen - Sul ghiaccio sottile, Margherita Ferri esordisce con un racconto di formazione in cui poesia e immaginazione si completano all’interno di un dispositivo cinematografico in grado di sostenerle con la forza delle immagini

  • Anno: 2018
  • Durata: 87
  • Distribuzione: Cinecittà Luce
  • Genere: drammatico
  • Nazionalita: Italia
  • Regia: Margherita Ferri
  • Data di uscita: 08-November-2018

Il tuo film propone un’immagine dell’Emilia Romagna diversa da quella allegra e solare a cui siamo stati abituati e invece simile a quella di opere come Padroni di casa, Gli Asteroidi, Blue Kids in cui la riflessione sul territorio in questione appare insolita e diversa dall’usuale. Secondo me, tu ti inserisci in questo ambito arricchendone l’immaginario. Partiamo dunque dalla scelta del paesaggio.

Nel film ha un ruolo fondamentale, nel senso che l’ho utilizzato non come semplice sfondo, ma in una funzione attiva rispetto alla storia di Maia, riflettendone il rapporto di odio e amore nei confronti della realtà in cui abita. Parliamo di una natura, quella dell’Appennino emiliano, bella ma dimenticata, occupata da piccole comunità in cui le persone più giovani si trasferiscono in città proprio in virtù di questo sentimento ambivalente. Nella prima immagine del film vediamo Maia sola nel bosco in un momento di totale armonia. In seguito, gli stessi posti diventeranno uno spazio di conflitto. Per questo motivo ho cercato di dipingere l’Appennino in una veste nuova, anche un po’ aspra e malinconica, ma necessaria a restituire il senso di solitudine della provincia del nord. Il tutto in contrasto con l’immagine solare e godereccia della Romagna.

Tra l’altro credo che la scelta di un’ambiente così specifico e compartimentato ti permetteva da una parte di far emergere in maniera più chiara le sovrastrutture sociali esistenti all’interno della comunità e, dall’altra, di creare un mondo sospeso e a sé stante, utile a contenere la componente più immaginifica della storia.

Si, diciamo che partendo dai luoghi, il mio obiettivo era quello di creare un doppio registro, con una parte caratterizzata da un racconto molto realistico della vita degli adolescenti e l’altra, invece, in cui la sospensione del reale mi consentisse di restituire i personaggi dal punto di vista emotivo. L’ho pensato come un paesaggio emozionale nel senso che attraverso di esso il film, a un certo punto, smette di raccontare la storia per entrare nell’interiorità di Maia e Vanessa. Quindi si, come dici tu c’è questa sospensione, che ho cercato di rendere anche attraverso le musiche, il montaggio e la fotografia.

In effetti Zen – Sul ghiaccio sottile evidenzia da parte tua la capacità di scrivere attraverso le immagini. Basterebbe citare la dialettica esistente tra una delle scene iniziali in cui riprendi Maia all’interno dello spogliatoio mentre si sta svestendo e, alla fine del film, l’altra, di analogo tenore, ma con la ragazza intenta a rivestirsi. Tra l’altro, in entrambi i casi l’oggetto della vestizione è una sorta di armatura che rimanda alla necessità di Maia di proteggersi dal mondo esterno.

Questa è stata una scelta di cui io e il direttore della fotografia abbiamo discusso molto, intendo del fatto di avere inquadrature con un momento speculare sia visivamente che in termine di azione. All’inizio ci serviva esprimere la solitudine di Maia, per tale ragione la vediamo spogliarsi di questa sorta di corazza utilizzata dai giocatori di Hockey e rimanere sola con se stessa, all’interno dello spogliatoio che nell’iconografia sportiva è un po’ il luogo dell’anima. Quella finale ha la stessa ambientazione ma è speculare alla prima: Maia è girata dall’altra parte e la vestizione ci dice che è pronta ad affrontare la sfida più grande che è quella della vita. Era molto importante raccontare l’inizio e la fine del percorso di formazione di Maia con queste due immagini che peraltro ci dicono che l’avventura è destinata a ricominciare da capo: il finale per me è un nuovo inizio. Nuovo come Zen, il nome che Maia scrive sulla targhetta dello spogliatoio prima di iniziare a viverla.

La specularità di queste due immagini testimoniano il doppio livello di narrazione di cui si parlava sopra. Lo spogliarsi dà inizio a un cammino in cui la protagonista si apre al mondo esterno e si mette in discussione al fine di compiere la sua formazione personale. Tra l’altro, considerando che a un certo punto Vanessa ritrae Maia disegnandola nelle tavole di una pseudo graphic novel e che Zen è il suo alter ego maschile, appare chiara la relazione tra la vita delle protagoniste e un immaginario capace di pescare nei miti del mondo giovanile e, per esempio, dal mondo del fumetto.

Si, esatto! Chiaramente c’è una proiezione della propria identità e di quelli che sono i turbamenti dell’anima; di ciò che Vanessa vorrebbe essere e sta sperimentando nella vita attraverso il fumetto. Si tratta di una sorta di viaggio interiore dato dall’autorappresentazione di se stessa e di quello che vorrebbe fosse il suo rapporto con Zen. Ancora una volta abbiamo due livelli di rappresentazione, ma anche diversi ritratti di gioventù, perché anche il personaggio di Vanessa ha la sua interiorità. Non è la protagonista, ma ha un arco narrativo all’interno del film a cui io tengo molto.

A proposito di alter ego, mentre assistevo alla proiezione mi è venuto in mente Luce dei miei occhi di Giuseppe Piccioni. In maniera più scoperta anche lì c’era un protagonista insoddisfatto della propria vita e perciò pronto a trasfigurarla in quella di un alter ego che aveva le sembianze e le capacità di un super eroe.

Un pochino si. In realtà ci sono tanti livelli di alter ego, ma più che altro di ricerca della propria identità. Secondo me Zen non è per Maia qualcosa di diverso da sé. Non è un alter ego, ma la consapevolezza di avere un’identità diversa da quella che gli altri le attribuiscono. È parte integrante di se stessa e non qualcosa di separato. Tale consapevolezza le arriva attraverso il rapporto con Vanessa, e cioè dall’unico momento in cui riesce a togliersi la corazza e a dire questa cosa a un’altra persona.

Rispetto ai tanti teen movie americani la questione in Zen – Sul ghiaccio sottile la questione del gender compie un passo in avanti a partire dalla nettezza con cui, pur all’interno di una racconto di formazione e di una storia universale, Maia dice a Vanessa “Non sono lesbica, sono un uomo”. Più che la presa di coscienza della propria identità sessuale, qui c’è l’affermazione di ciò che si è. Da questo punto di vista, la tua è un’opera che non si piange addosso. Anche i riferimenti cinematografici vanno in questo direzione, alludendo a personaggi forti come lo sono i protagonisti di Boys don’t Cry, presente nella sequenza conclusiva, e di Thelma & Louise, citato nella sequenza in cui Maia insegna a sparare a Vanessa.

Anche, è vero! Beh si, sicuramente essendo il mio uno sguardo molto attento alle tematiche LGBT, volevo fare un film queer che però potesse parlare a tutti senza iper drammatizzare la ricerca della propria identità, lo scoprirsi diversi e l’accettarsi come si è. Volevo raccontare le domande che si fanno Maia e Vanessa, escludendole da atteggiamenti di autocommiserazione. Vanessa, a un certo punto, si accorge di non essere solo la ragazza del giocatore di Hockey, ma che la sua vita è anche qualcos’altro. Insieme a Maia si pongono delle questioni che volevo raccontare senza retorica ma come interrogativi che a un certo punto ognuno di noi si fa da adolescente. Le protagoniste si fanno quelle, altri se ne fanno altre. Per me era fondamentale compiere un’investigazione attorno alla propria personalità senza retorica. Mi fa piacere che tu sia riuscito a vederlo, come pure che tu abbia colto le citazioni. Comunque i miei riferimenti sono il cinema indipendente americano e registi come Gus Van Sant, Xavier Dolan e la francese Céline Sciamma. Autori che raccontano l’adolescenza senza giudizio e con personaggi che sentono tanto, sbagliano, fanno anche della cose illogiche ma affascinanti e che tra l’altro abbiamo fatto tutti.

Un tratto distintivo del tuo film è l’efficacia con cui la forma interviene sul senso della storia. Oltre a essere molto belle, in tale contesto le musiche assumono un ruolo fondamentale. Rispetto alla drammaticità di certe situazione tu le usi con dei toni surreali e quasi fantastici, tali da rendere efficacemente il senso della scoperta, in una maniera che sembra anticipare sul piano della consapevolezza ciò a cui Maia e Vanessa stanno per andare incontro.

Intanto grazie, riporterò i complimenti alla compositrice che peraltro è un’esordiente. Guarda, siamo partite dall’idea di integrare il sound design – quindi tutto quello che aveva a che fare con il ghiaccio e il paesaggio – con una musica moderna e contemporanea ispirata a Debussy a Ravel. Alicia Galli, che è una compositrice dalla formazione classica, è stata in grado di trovare il tema di Maia che siamo riusciti a declinare – anche rifacendosi alle musiche di Nino Rota – con quella magia un po’ dissonante, capace di rendere il conflitto della protagonista nella sua dimensione più intima. Mi serviva che si sentisse la presenza di un’armonia che viene rotta e poi ricomposta solo nella sequenza finale in cui tutto appare trionfale, addirittura epico.

Si tratta di musiche originali o hai utilizzato anche brani di repertorio?

Allora, sono tutte musiche originali tranne il pezzo elettronico di un artista di Milano che si chiama Lim, e la canzone della scena in cui loro bevono il vino dopo il tatuaggio, che è di un’altra artista indipendente italiana che si chiama Han. Anche le musiche “esterne”, di cui ho chiesto i diritti, sono di musiciste italiane indipendenti. Tra le altre partecipanti, mi piace ricordare Giungla e Mara Redeghieri, autrice del brano pop presente nei titoli di coda.

Una delle immagini più ricorrenti è quella del ghiacciaio che diventa lo specchio della solitudine di Maia e della freddezza emotiva trasmessagli dal mondo circostante. A fare da variante è, invece, la scena della cascata, in cui l’improvviso il fluire dell’acqua coincide con il momento in cui Maia decide di lasciarsi andare avvicinandosi a Vanessa. Erano questi gli intenti delle immagini ?

Si! Zen è un film fatto di acqua in tutte le sue forme, quindi il momento in cui Maia fa capire a Vanessa che può restare con lei nel rifugio trova corrispondenza nello scioglimento del ghiaccio e nella cascata che per me rappresentava il momento in cui l’acqua cambia stato e il ghiaccio diventa liquido, dando il via al secondo atto della storia.

Tra l’altro, parlando di poesia delle immagini – di cui il tuo film è pieno -, volevo soffermarmi su una delle scene più belle. Sto parlando della sequenza che prelude e segue il bacio tra Maia e Vanessa. Alla sospensione emotiva determinata dall’improvviso contatto tu nei fai corrispondere un’altra di tipo fisico, conseguente al fatto che mentre tutto questo accade le protagoniste si trovano sedute su una seggiovia.

Esattamente! È una sequenza a cui io e la mia produttrice abbiamo sempre creduto anche quando ci dicevano che con un micro budget come il nostro (150 mila euro, ndr.) non saremmo andate lontano. Mi consigliavano di risparmiare i soldi facendole baciare su una banchina e non sulla seggiovia. A me, invece, interessava raccontare questo momento di sospensione attraverso un piano sequenza (di sei minuti) in cui Vanessa tenta di dare un cambio alla sua vita prendendo il volo che però, sempre nella stessa scena, si trasforma in uno schianto a terra. Dopo il bacio l’armonia si trasforma in imbarazzo, e il fatto di non potervi porre termine per l’impossibilità di scendere dalla seggiovia e di dover restare insieme la fa diventare un’esperienza claustrofobica. È una delle scene di cui sono più orgogliosa e loro sono bravissime.

Sono d’accordo, nell’ambito dei film usciti in questa stagione la tua fa parte di quelle da ricordare per la capacità di mettere il linguaggio del cinema a disposizione della vita e della poesia.

Per quella scena mi sono ispirata tra le altre cose al finale de Il laureato, con questo piano a due che non finisce più e dove le espressioni degli attori diventano narrative, per cui il racconto va avanti senza bisogno di aggiungere parole.

Parlando di piani sequenza, notavo che tu fai molte riprese frontali e muovi poco la macchina da presa. Questo fa si che quando la sposti – come nel finale del film – il movimento assume un significato rivoluzionario. Questa impostazione è una conseguenza del budget oppure risponde a una  precisa scelta?

Guarda, sicuramente il budget non mi permetteva di avere i dolly e, in generale, tutti gli elementi tecnici di grande rilievo, quindi il piano inquadrature è stato fatto in base a ciò che si poteva fare. Il mio obiettivo, però, era quello di avere una regia che non fosse al servizio del budget ma delle idee. Di norma se uno ha pochi soldi gli suggeriscono di girare tutto a mano ma io non volevo assoggettare le mie idee di regia al fatto che non c’erano soldi. Ad esempio, ho deciso di non girare con la camera a mano se non nelle sequenze in cui era necessario, e ho fatto un ragionamento molto calibrato tra inquadrature fisse e non, per cui quando c’è un movimento vuol dire che era adatto per raccontare qualcosa, altrimenti la fissità è stata un po’ la costante. Poi, abbiamo fatto tante panoramiche che oggi si usano poco, mentre per me e Marco erano importanti. La ritengo una scelta vincente.

Parlando della fotografia, ci sono questi momenti in cui la dominante viola della scena rimanda ai capelli di Vanessa, inquadrata in primo piano. Oppure sottigliezze come quella di materializzare lo spaesamento della ragazza, dovuto al suo ritorno a casa, attraverso il passaggio dalla macchina da presa al cellulare.

Per la fotografia ho lavorato con il debuttante Marco Ferri, cercando di distanziarci dalla colorazione di molte opere prime italiane, solitamente desaturata. Volendola piena di colori, abbiamo giocato molto sulla saturazione e, come hai anticipato nella domanda, su colorazioni monocromatiche. Sono contenta della resa finale, anche perché con la costumista abbiamo giocato ad attribuire dei colori chiave ai vari personaggi  – Vanessa aveva il rosso, Maia il giallo, Luca il blu – per farli risaltare rispetto al marrone e al bianco del paesaggio invernale.

Parliamo degli attori e, in particolare, di Eleonora Conti  (Maia) e Susanna Acchiardi.

La decisione di lavorare con dei non attori e non attrici è derivata dal fatto di non aver trovato dei riferimenti a interpreti in grado di lavorare in maniera naturale con personaggi così delicati. Quindi abbiamo aperto un casting su più canali, con laboratori propedeutici nelle zone di montagna dov’è ambientata la storia. In questa prima fase, lo scopo era quello di sensibilizzare i partecipanti sulle tematiche del film, e siamo riusciti a farlo grazie al supporto del Cassero LGBT Center di Bologna. In seguito, con l’acting coach Cristiana Raggi siamo passati a un secondo step da cui sono usciti i personaggi comprimari, come Luca, Giada, e i ragazzi della squadra di Hockey. Infine, ne abbiamo aperto un altro in cui i partecipanti dovevano avere un aspetto fisico simile al ruolo di Maia: Eleonora è venuto fuori da questo casting. Lei, in realtà, non voleva recitare e ha partecipato perché volendo studiare regia sperava di farsi prendere a lavorare sul set. Ho scoperto che aveva questo talento naturale nel trasmettere freschezza ed emozioni al suo personaggio. Cosa che faceva anche durante i provini con gli altri ragazzi. Aveva l’istinto per i tempi scenici e ha continuato a migliorare anche durante la lavorazione, seppur essa sia durata appena 18 giorni. Dal primo all’ultimo ciak ha imparato tantissimo, anche cose tecniche. Non sbagliava mai battute. Susanna, invece, aveva frequentato una scuola di recitazione a Udine, per cui con lei abbiamo lavorato per farle perdere i tratti caratteristici della recitazione teatrale, allo scopo di riportarla alla naturalezza e alla spensieratezza della sua adolescenza. Con un casting coach abbiamo provato per cinque settimane durante le quali siamo riusciti a creare un legame tra l’esperienza dei personaggi e il vissuto degli attori. Avendo pochi giorni di set prima di iniziare le riprese abbiamo provato tutto il film.

Per quanto riguarda la distribuzione quale sarà il cammino del film?

Il film è distribuito da Istituto Luce, che lo aveva preso prima che fosse finito, cosa che mi ha dato la tranquillità di sapere che in ogni caso il film sarebbe uscito nelle sale. Da questo punto di vista, la tenacia di Ivan Olgiati e Chiara Galloni dell’Articolture Bologna, è stata decisiva per arrivare a questo risultato. Con Eleonora seguiremo il percorso d’uscita del film, perché penso che questo tipo di evento aiuti a portare il pubblico in sala.

Utlima modifica: 14 novembre, 2018



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