Sheick Jackson di Amr Salama, quinto lungometraggio del regista egiziano, è una commedia tragicomica che tratta in modo singolare il tema dei dogmi della cultura islamica

Già premiato più volte a livello internazionale, Amr Salama si è cimentato questa volta nel non facile intento di trattare un argomento spinoso come l’integralismo della cultura islamica, inserendolo nell’ambito più intimo della vita di un individuo

  • Anno: 2017
  • Durata: 93'
  • Genere: Commedia
  • Nazionalita: Egitto
  • Regia: Amr Salama

Un’operazione più complessa e profonda di quanto non possa sembrare, quella effettuata da Amr Salama nel suo Sheick Jackson, soprattutto se confrontata con la messa in scena piuttosto elementare alla quale viene affidata, che purtroppo ne riduce le potenzialità espressive e rende meno efficace il risultato. Quinto lungometraggio del regista egiziano, il film è stato presentato al Toronto Film Festival e, sebbene non sia stato selezionato tra i cinque candidati finali, è stata la proposta dell’Egitto nel 2017, per la corsa alla candidatura all’Oscar per il Miglior Film Straniero.

Già premiato più volte a livello internazionale, Salama si è cimentato questa volta nel non facile intento di trattare un argomento spinoso come l’integralismo della cultura islamica, inserendolo nell’ambito più intimo della vita di un individuo, rapportandolo quindi con la sua interiorità e con i suoi vissuti personali, così da ottenere una efficace osservazione dei due ambiti che convivono in modo interdipendente, intersecandosi e influenzandosi l’un l’altro, nel percorso di vita del protagonista. Il tutto viene proposto utilizzando un registro tragicomico che ascriverebbe questo film al genere della commedia, nonostante la drammaticità dei temi che affronta. Lo svolgersi della trama vede il manifestarsi della crisi esistenziale di un imam chiamato Scheick, ben  interpretato da Ahmad Alfishawy, alla quale fa da evento scatenante, apparentemente e inizialmente singolare, la morte del cantante Michael Jackson, in seguito a cui egli inizia ad avere tutta una serie di disagi, incubi, allucinazioni, ma soprattutto il non riuscire più a piangere durante le sue prediche, che lo portano a chiedere l’aiuto di uno psicoterapeuta.

La narrazione  si muove su due piani temporali scanditi dalle domande della terapeuta che evoca i ricordi di Sheick, consentendo all’autore di spaziare nelle varie fasi della vita del protagonista, da adolescente incarnato dal giovane Ahmed Malek, trovando, forse in modo anche un po’ troppo didascalico, negli eventi che hanno caratterizzato la sua crescita e i suoi trascorsi passati le cause della sua crisi, dando così  un senso al suo malessere. Sono tre i nuclei intorno ai quali si sviluppano le possibili cause di un arresto anomalo del libero dispiegarsi dell’emotività del ragazzo, tre sfere fondamentali nella vita dell’individuo che il regista sfrutta per denunciarne gli aspetti retrogradi e oppressivi ma anche, ed è qui l’aspetto più originale dell’opera, per non identificare questi ultimi soltanto come gioghi da cui svincolarsi e da abbandonare per poter essere sé stessi. Il primo è l’integralismo della cultura islamica. con tutti i suoi dogmi che rifiutano non solo qualsiasi elemento della cultura occidentale di cui Michael Jackson, in questo caso, rappresenta un simbolo, ma soprattutto qualunque istanza spontanea, creativa, ogni slancio che non converga nella sottomissione a Dio, come se ogni briciolo di anima dovesse essere riservato in esclusiva alla devozione e non ci si potesse permettere niente che appaghi il proprio essere che non passi prima per la fede, che deve rappresentare l’unica fonte di riempimento e di appagamento. Il secondo elemento mostrato è il maschilismo, il machismo, l’identificazione del maschio come portatore di muscoli e virilità, prevaricazione e potere, che non ammette alcuna debolezza, che considera e come tale, e di conseguenza, la disprezza, ogni emozione, che di lacrima o paura si tratti, che non rispetta in alcun modo la donna ma la considera al massimo funzionale al proprio benessere.

Questi due estremi vengono incarnati da due personaggi, il padre rozzo e ignorante di Sheick (Maged El Kedwany), che rifiuta qualsiasi sua passione, in particolare quella per la musica e per il noto cantante, opponendogli un modello violento e grossolano, ottuso e limitato, e lo zio devoto di Sheick, più mite e rispettoso, che lo sottrae all’educazione del padre ma imponendogli una totale dedizione alla religione. Ciò che appare interessante e che è opportuno sottolineare è che entrambi questi fattori non sembrano essere abbastanza potenti da riuscire ad allontanare Sheick da se stesso, ma rientrano appunto nel genere di influenze esterne, genitoriali, della società, dell’educazione di ogni individuo e che il ragazzo fronteggia con i normali processi di ribellione che caratterizzano l’adolescenza di tutti i giovani. L’elemento più potente, quello che riesce infine a far sì che Sheick chiuda qualsiasi porta alle sue emozioni primarie, ai suoi desideri e alle sue istanze individuali, è il terzo, l’unico che non è esterno a sé, è praticamente una lotta con se stesso, con la parte di sé che si difende da quelle emozioni. L’elaborazione di un lutto, quello della morte della madre, avvenuta quando era ancora bambino. È solo la paura di gestire quel tipo di dolore o di doverlo rivivere ancora, come si vedrà in un particolare momento del film, che è in grado di farlo allontanare dalla musica, dalla ragazza di cui si è innamorato, da tutto ciò che sente più forte. E il suo blocco emotivo, in questo caso, non cristallizza totalmente le sue emozioni, ma le fa confluire nella fede, che diventa contenitore di ogni suo slancio, come se qualunque possibile vitalità potesse sfociare soltanto in un unico canale, che quantomeno gli consente di rimanere in piedi e relativamente in equilibro, finché un altro evento di morte non rievoca il trauma obbligandolo a recuperare la parte di sé che aveva trascurato.

Ed è qui che si può osservare forse il messaggio più interessante espresso nel film: la fede religiosa non viene identificata come qualcosa di meramente oppressivo, da abbandonare per poter consentire il contatto con se stessi, non è proposta solo come modello repressivo e soffocante, ma come canale emotivo che però non deve essere unico, che può assolutamente convivere con tutte le altre passioni e i sentimenti di un individuo, l’amore, per una donna, per i propri figli,  la paura, il dolore, nessuno di questi vissuti ostacola la presenza della fede e viceversa. Questo è ciò che comunica la scena finale, in cui Sheichk, dopo aver acquisito con l’aiuto della terapia (forse in modo un po’ troppo facile. perlomeno nella rappresentazione, peraltro probabilmente dovuta a esigenze di scena) la consapevolezza di quanto di sé avesse sepolto e del bisogno di riprendervi contatto, mette su una delle canzoni del suo cantante preferito, ripermettendo a quella parte di sé di tornare a vivere, e la balla con indosso la tunica bianca che utilizza per pregare.

Sheick Jackson, a due settimane dall’uscita in Egitto, ha guadagnato al botteghino ben quattro milioni, segnale della necessità di modelli di apertura di questo tipo che possano dare un po’ di respiro in ambiti in cui gli elementi più retrogradi e rigidi di una determinata cultura, pur non essendo per fortuna gli unici, stanno ancora troppo stretti.

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Utlima modifica: 14 novembre, 2018



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