Stasera in tv su Focus (canale 35) alle 21,15 Blade Runner, il capolavoro di Ridley Scott

Dopo il successo avuto col primo "Alien", Ridley Scott ritorna alla fantascienza, mischiandola però alle atmosfere noir dei polizieschi degli anni Quaranta. Il risultato è affascinante: per le labirintiche, soffocanti scenografie, per la ruvida malinconia del racconto, per la presenza superba di Harrison Ford

  • Anno: 1982
  • Durata: 124'
  • Distribuzione: Warner Bros.
  • Genere: Fantascienza, Noir
  • Nazionalita: USA
  • Regia: Ridley Scott

« Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi. 
Navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione. 
E ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser. 
E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia. È tempo di morire. »

Stasera in tv su Focus (canale 35) alle 21,15 Blade Runner, un film di fantascienza del 1982, diretto da Ridley Scott e interpretato da Harrison Ford, Rutger Hauer, Sean Young, Edward James Olmos e Daryl Hannah. La sceneggiatura, scritta da Hampton Fancher e David Webb Peoples, è liberamente ispirata al romanzo del 1968 Il cacciatore di androidi (Do Androids Dream of Electric Sheep?) di Philip K. Dick. Del film sono state distribuite sette versioni differenti, in base alle scelte, spesso controverse, dei diversi responsabili. Una versione Director’s Cut è stata pubblicata nel 1992 e messa in commercio in DVD nel 1997. Nel 2007, in occasione del 25º anniversario dell’uscita della pellicola, la Warner Bros. ha pubblicato The Final Cut, una versione digitalmente rimasterizzata e l’unica su cui Scott ha avuto totale libertà artistica. Questa edizione è stata proiettata in un ristretto numero di sale e successivamente distribuita in DVD, HD DVD e Blu-ray. Blade Runner ha inizialmente polarizzato la critica: alcuni erano insoddisfatti del ritmo, mentre altri ne avevano apprezzato la complessità tematica. Il lungometraggio ha incassato poco in Nord America durante la sua prima distribuzione cinematografica, ma da allora è assurto a film di culto. È stato lodato per il suo design retrofuturista e rimane uno dei migliori esempi del genere neo-noir. Ha inoltre avuto il merito di portare l’opera di Philip K. Dick all’attenzione di Hollywood, e Ridley Scott lo considera “probabilmente” il suo film più completo e personale.

Sinossi
In una Los Angeles brulicante, immensa e situata nel futuro prossimo, un ex detective della polizia (Harrison Ford), specializzato nella caccia e nel “ritiro” di replicanti ribelli, viene richiamato in servizio per scovarne quattro, evasi da una colonia extraterrestre. Questa volta, la sua vita ne uscirà del tutto cambiata.

Può accadere che la realtà sia diventata una sorta di psicodramma fantascientifico in cui non si riesce più a distinguere un uomo vero tra il prodotto del concepimento materno e il prodotto di una costruzione di laboratorio. In Blade Runner c’è la riscossa di coloro messi al mondo al fine esperimentale e condannati a vivere un’esistenza a breve termine: è il ritorno alla casa del Padre che mette in chiara evidenza la necessità malata del replicante di avanzata generazione a pretendere una vita più lunga per sentirsi parte ancora di più del tessuto sociale che lo coinvolge. La richiesta inflessibile ottiene una negazione, e perciò il replicante reagisce come reagirebbe l’uomo insano (o dominato dal male oscuro del nostro tempo): uccide il padre con la violenza dell’uomo più bruto, lo priva degli occhi, gli spezza il collo. Dick ci aveva preso, se non nella forma, almeno nel contenuto: ciò che mette in mostra è la durezza e l’instabilità dell’animo umano di fronte al terrore della morte e il suo grido violento in opposizione al proprio destino. Accanto al tema del ritorno, c’è soprattutto quello della caccia: attraverso uno schema dinamicamente crepuscolare, il cacciatore di androidi Rick può essere comparato a un mercenario della vita umana che non si vuole piegare alla propria omologazione con i replicanti (che, appunto, replicano loro stessi). La caccia è forsennata, certo, ha la potenza espressiva di chi non si arrende, nonostante tutto. Ma, si sa, le conseguenze dei sentimenti non conoscono epoca: il futuro è arrivato, ce ne siamo accorti, ma quel che si muove nell’abitante dell’involucro corporeo è sempre lo stesso, non c’è tempo che tenga, sia nel 1919 o sia nel 2019. C’è una scena (o un episodio, forse è meglio) che esprime la lancinante testimonianza dell’inalterabilità dei sentimenti attraverso i secoli: le lacrime della replicante. Ora, andando ad esaminare con accuratezza, dovremmo pensare che queste non sono altro che imitazioni del reale: la replicante non piange perché donna, ma perché l’ha visto fare in qualche posto fuori o dentro di lei. Lei non ricorda perché ha vissuto, ma perché le sono stati innestati dei ricordi. La replicante vuole ribellarsi, ma non lo so fare, non ne è capace, non è concepita per farlo. Può solo affidarsi a qualcun altro, che l’assista. I due filoni scorrono lungo il film come acqua sgorgante tra le strade brulicanti, per poi incontrarsi, in una resa dei conti drammatica e disperata nella migliore tradizione cinematografica. No, non può essere come sempre è stato: qui è la battaglia tra chi deve difendere le esigenze dell’uomo (moderno?) e chi deve far valere le ragioni dei “capricci” tecnologici dell’uomo stesso. La lotta (che non è tra Bene e Male, ma tra conservazione progressista (l’uomo) e progressismo conservatore (il replicante) non può che avvenire tra le rovinose macerie di un palazzo abbandonato e sotto la pioggia battente che cerca di purificare e di intervenire ma che non riesce (sempre) nella realizzazione del suo obiettivo. Il replicante si improvvisa redentore, si infligge un chiodo nella mano, rende omaggio alla compagna replicante morta per difendere la loro causa, e proprio per pareggiare i conti con l’avversario, gli spezza le dita (così entrambi rimangono senza mani, l’ennesimo tentativo di dimostrare che sono uguali, nonostante tutto). E la battaglia furiosa ha un esito spiritualmente inaspettato: nel replicante lampeggia un barlume di umanità, e così salva l’uomo. È questo il momento dello storico discorso che il replicante Roy declama sotto la pioggia (non si può non citarlo): “Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi. Navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione, e ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhauser, e tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia. È tempo di morire”. È tempo di morire, ebbene sì. Ormai non c’è più scampo. La colomba vola, fa scomparire, nasconde, uccide. Missione compiuta, Rick Deckard. Compiuta? No, in fondo no. Se questo è il futuro, tanto vale scappare. Ma allora il replicante non ha fatto altro che fuggire? O almeno, ha eseguito ciò che l’uomo farebbe senza esitazioni, ossia scappare di fronte all’incubo? Chissà. Blade Runner è un film sul presente che si rivolge al futuro in proiezione di noi stessi. È la parabola metaforica sulla distruzione del reale a vantaggio del congegnato. È un film disperato, crudo, essenziale (nonostante gli effetti speciali, insostituibili compagni del vivere nel futuribile), votato al pessimismo cosmico perché non ci sono altre soluzioni, controllato dall’infelicità della guerra intestina per l’affermazione delle proprie ragioni. Giuste o sbagliate che siano. Fra qualche tempo potremmo dire se Dick c’abbia preso o meno. Sarà la Storia a parlare. Oggi siamo in grado solo di ammettere che le pregiudiziali ci sono tutte.

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