Festival dei popoli: The Deminer di Hogir Hirori 

I registi di The Deminer, Hogir Hirori e Shinwar Kamal, si rendono  artefici di un’operazione per certi versi simili a quelle fatte da Herzog in Grizzly Man e da Laura Poitras in Citizen Four

  • Anno: 2018
  • Durata: 83'
  • Genere: Documentario
  • Nazionalita: Svezia
  • Regia: Hogir Hirori, Shinwar Kamal (co-director)

La prima giornata della 59esima edizione del Festival dei popoli di Firenze inizia col botto. Quella che a prima vista sembrerebbe un’affermazione scritta per attirare l’attenzione del lettore risulta invero appropriata al protagonista di The Deminer, essendo lo stesso incaricato di disattivare ordigni esplosivi per conto dei contingenti in cui viene impiegato. Il colonnello curdo Fakhir Berwari ne è così esperto da costituire una risorsa per il suo paese e per quelli a esso confinanti. Di supporto alla coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti, Fakhir partecipa dapprima alla guerra del Golfo durante la fase di stabilizzazione seguita alla morte di Saddam Hussein poi, nelle file dell’esercito Peshmerga, alle operazioni contro le forze dell’ISIS di stanza a Mosul. Descritta in questo modo la vicenda del protagonista, per quanto straordinaria, non sarebbe diversa da quella di  milioni di soldati che hanno fatto del cosiddetto “mestiere delle armi” una parte importante della propria vita. E qui veniamo a uno dei motivi di interesse del documentario, conseguente alla maniera in cui Fakhir si pone di fronte alle responsabilità del proprio incarico, assunta fino al punto di mettere a rischio la propria vita per salvare quelle degli altri.

Lo scenario in cui egli opera non è, infatti, quello classico, individuato dall’esibizione di potenza tipica del fronte della battaglia bensì il suo lascito, rappresentato dai luoghi della vita familiare e quotidiana in cui la guerra una volta finita continua a mietere vittime a causa delle mine disseminate nei luoghi di passaggio e dentro le case della popolazione. A colpire, dunque, non è solo lo sprezzo del pericolo con cui il protagonista affronta i rischi connessi alla sue mansioni ma, soprattutto, lo spirito di abnegazione destinato a non venire meno anche di fronte a incidenti e dolorose menomazioni, come la perdita della gamba subita in una dei tanti attentati con cui la parte avversa ha cercato di fermarne l’azione. Se poi, dai contenuti ci si sposta sul piano della resa cinematografica, l’appeal di The Deminer è destinato a salire per la capacità di esprimere ai massimi livelli le possibilità narrative e linguistiche della settima arte. I registi Hogir Hirori e Shinwar Kamal (qui in veste di co-director) si rendono  artefici di un’operazione per certi versi simili a quelle fatte da Herzog in Grizzly Man e da Laura Poitras in Citizen Four: da una parte, infatti, la ricostruzione della vicenda del protagonista avviene attraverso il montaggio della collezione di filmati con cui Berwari riprendeva le sue missioni, dall’altro, la messinscena del materiale audio visivo – integrata da ulteriori riprese effettuate sui luoghi degli eventi e alla famiglia del protagonista – è tale da essere di per sé un vero è proprio war movie, la cui drammaturgia e tensione risultano moltiplicate non solo dal fatto di essere un’esperienza accaduta nella realtà, ma anche per una forma in grado di superare il cinema di finzione nel suo stesso campo, producendo un pathos e un coinvolgimento (dati dal fatto che ogni istante del girato potrebbe risultare l’ultimo per l’esistenza del protagonista) che nessun thriller o action movie sono in grado di raggiungere.

Proprio come capitava con il capodopera della Poitras, dal quale però quello dei registi curdi si distacca per il fatto di rappresentare uno scenario primordiale in cui la “santità” del protagonista è tale da regalare all’orrore della guerra un briciolo di umanità. Le immagini del colonnello pronto a disinnescare gli ordigni utilizzando un paio di pinze da casa e, più in generale, la natura stessa del materiale visivo a lui riferito – caratterizzato da un approccio lontano anni luce dall’esasperazione tecnologica propria del cinema contemporaneo -, risultano tanto più vere quanto più forte lo è stato il rischio corso dagli assistenti del protagonista per realizzarle. Ciò che scorre davanti ai nostri occhi non è solo il resoconto di una vita straordinaria, ma anche l’incontro con una purezza di sguardo che commuove e lascia sgomenti. Onore dunque agli organizzatori del festival che ci hanno permesso di vederlo in una cornice artistica e organizzativa all’altezza della situazione.

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