Ravenna Nightmare Film Festival: intervista a Levon Minasian, vincitore dell’Anello d’Oro con Bravo, Virtuoso!

Al XVI° Ravenna Nightmare Film Festival abbiamo intervistato Levon Minasian, regista del film vincitore della rassegna di questa edizione festivaliera. Abbiamo affrontato con lui i momenti più particolari della realizzazione di Bravo, Virtuoso! e della difficoltà di creare un'opera dalle diverse sfaccettature

In Bravo, Virtuoso! c’è la compresenza di vari generi cinematografici, con un continuo cambio di registro. Qual è esattamente la motivazione che l’ha portato a scegliere questa commistione?

Di solito la prima regola alla scuola di cinema è quella di non mischiare i generi. Penso, però, che non sia una resa realistica della realtà, perché la vita non è tutta felice o tutta triste. Quindi, ho deciso per il mio primo lungometraggio questo tipo di approccio anche se è rischioso. In effetti, durante le proiezioni in Francia, a molti giornalisti e i critici non è piaciuto perché non è un thriller, non è un musical, non è una commedia, ma una combinazione di tutti. Però mi piaceva pensare un film da girare in maniera molto più realistica.

Secondo noi, il mélange tra i vari generi è molto riuscito.

Ai registi americani è permessa l’ibridazione dei generi, lo so. Mentre in Est e Sud Europa preferiscono i drammi sociali, lo so. Ma ho preferito lo stesso fare il film come volevo.

Quanto ci ha messo di suo, della sua vita, delle sue esperienze personali? Lei assomiglia tantissimo al suo protagonista, deve essere per forza una sua proiezione all’interno del film. Quanto c’è di se stesso?

Il fatto che ci somigliamo non è voluto. Sì, forse il protagonista è simile a me per il volto perché siamo entrambi armeni. Però, sì, di solito il protagonista è un po’ l’alter ego del regista. Ovviamente non ci somigliamo per esperienze di vita. Io non ho mai sparato a nessuno, non suono, non rubo soldi. Però l’ho utilizzato per dare vita ai miei desideri, è una proiezione dei miei sogni interiori verso l’esterno.

Ci ha incuriosito la rappresentazione del suo paese, l’Armenia, in modo particolare, immersa in un sogno a occhi aperti. C’è per esempio un accostamento tra la musica classica e la musica folcloristica locale. Quanto c’è del suo paese nel film e cosa voleva portare verso il pubblico?

Sì, per vari versi è un film che sfrutta la storia dell’Armenia. Ho utilizzato poi troupe e cast locali per fare il film. Ma per un altro verso è un film universale. La cultura armena è ricca, ma non è molto conosciuta nel mondo. Ho cercato di mostrare la nostra identità anche attraverso la musica, veramente importante nel film. C’è la musica intradiegetica e quella extradiegetica. La colonna sonora del film è stata composta da un giovane compositore jazz armeno, Tigran Hamsayn, molto famoso e talentuoso, e con questa ho voluto mostrare la nostra cultura. L’altra musica, il Concerto per clarinetto, che viene suonata nel film è stato creata da Michel Petrossian, un altro compositore molto diverso, un armeno che vive a Parigi. Hanno prodotto due tipi di musica molto differente, una più legata al mio paese e un’altra più internazionale. E li ho uniti insieme.

Ci sono delle sequenze in cui è molto importante l’aspetto onirico che coinvolge il protagonista. Per esempio, c’è la scena in cui Alik e Lara hanno il loro incontro d’amore e si verificano cambiamenti di luci, di colori, è quasi psichedelico. Quanto sono importanti questi elementi inseriti in Bravo, Virtuoso! e che rappresentazione del proprio paese vuole dare utilizzandoli?

È la medesima questione dell’uso del genere. Cioè, nella vita il magico non è presente, ma noi speriamo che esista. Fa parte di noi. Io penso che arriva dal nostro inconscio e quindi spero che qualcosa di più potente possa salvarci o proteggerci. A me piaceva molto inserirlo nel film e realizzarlo in modo visivo, perché il protagonista è orfano e credo che le figure dei genitori siano una forma di protezione per lui.

Abbiamo notato l’utilizzo di piani-sequenza in determinati momenti del film. Ad esempio, all’interno dell’albergo quando il protagonista trova la pistola. In qualche modo, Alik è seguito e pedinato, le riprese sono avvolgenti. Ci chiedevamo perché ha fatto questa particolare scelta, specialmente per un’opera prima.

Innanzitutto, perché mi piace veramente molto questa modalità visiva. Il cinema francese, per esempio, è molto letterario, molto parlato. Io amo che il film parli attraverso il linguaggio cinematografico. Mi piace la possibilità di muovere la cinepresa e tutto ciò che c’è dietro nella creazione visiva delle scene. La seconda ragione è perché ci tengo che lo spettatore veda ciò che accade attraverso gli occhi del personaggio, quindi il piano-sequenza, con la cinepresa che segue esattamente il personaggio e tutte le sue azioni, credo che faccia immedesimare il pubblico con il protagonista. Questo mi piace molto, voglio che il mondo che mostro attraverso il personaggio sia visto dal pubblico allo stesso modo.

Il piano-sequenza non è facile, devi avere un eccellente direttore della fotografia, un bravo operatore. Tecnicamente che difficoltà ha incontrato? Ha dovuto fare diverse prove? Come ha lavorato con i suoi collaboratori?

Questa è la terza ragione. Ho avuto dei collaboratori veramente pieni di talento. Abbiamo fatto uno story board particolareggiato e studiato le riprese con il direttore della fotografia Mko Malkhasyan. Sì, è stato difficile, ma anche molto piacevole, perché desideravo da molto tempo fare questo tipo di riprese. Il mio produttore mi diceva: “No piani-sequenza, no piani-sequenza”. E io li ho fatti lo stesso.

È un film molto pittorico. Ad esempio, c’è questa scena in cui Alik entra in una sala dove c’è un banchetto con il boss attorniato dai suoi soci in affari. Sembra una versione pop e surreale de L’Ultima Cena. Che fonti iconiche ha utilizzato? Ci sono radici pittoriche del suo paese?

Sì, ha ragione per quella scena. È quasi uno scherzo (Minesian ride, ndr). Lo scenografo era veramente esaltato quando gli ho detto che cosa volevo fare. Ha curato la scenografia nei minimi dettagli. Aveva mille idee per decorare il set. Mi ha fatto vedere un pesce lunghissimo e gli ho chiest: “Cos’è questo?”. E lui: “Un pesce bellissimo, lo mettiamo sulla tavola davanti ai commensali”. Lo ha tagliato a pezzetti e si vede nell’inquadratura. Voleva a tutti i costi che lo riprendessi. E io gli dicevo: “Ci proviamo, ma gli attori sono importanti non il pesce” (Minesian ride di nuovo, ndr). Comunque, è stato un lavoro molto divertente e piacevole quando sai che i tuoi collaboratori prendono a cuore il lavoro e ci mettono passione. Per il resto, l’immaginario pittorico è ispirato da alcuni registi. In particolare da Paradžanov, un regista armeno. I suoi film sono molto ermetici, ma utilizza molto i colori in modo espressivo.

Questa è la sua prima opera. Quali sono i progetti per il futuro? Sta già lavorando a un prossimo film?

Sì, ho molti progetti in ballo, perché nel cinema non sai mai quale riuscirai a portare avanti fino in fondo. Una sceneggiatura che ho terminato, e a cui tengo molto, è una commedia che narra di un gruppo di ebrei russi che dirottano un aereo per Israele, ma il paese gli rifiuta il permesso di atterrare e loro iniziano a volare in tondo sul Mar Nero. Una storia divertente, ma con un serio tema di fondo che parla di libertà, di sacrificio, di tirannia. È un progetto che spero molto di realizzare, ma fare cinema è difficile e ci sono tanti registi di talento.



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