Ravenna Nightmare Film Festival: intervista a Svetislav Dragomirovic, regista di Horizons

Abbiamo incontrato Svetislav Dragomirovic, regista di Horizons, un'opera densa e disturbante, presentata nel Concorso Internazionale Lungometraggi del Ravenna Nightmare Film Festival

In Horizons l’elemento originale che colpisce immediatamente è il montaggio del film. La divisione in due parti, con la prima con una messa in serie retrograda, circolare, per tornare sullo stesso punto. E una seconda invece lineare. Come è nata l’idea di questo particolare montaggio e come lo ha realizzato?

Il montaggio è stato molto importante per la creazione del film. Devo dire che quello che ho scritto nella sceneggiatura è esattamente quello che poi si vede sullo schermo. Sono rimasto fedele alla sceneggiatura che prevedeva proprio quel tipo di montaggio e non è stato aggiustato in post produzione. Quindi, non solo come regista avevo in testa come sarebbe stato il film, ma mi ha permesso di far sapere fin dall’inizio al direttore della fotografia, agli operatori della macchina da presa e agli attori come il film sarebbe stato visivamente. È stato importante il montaggio come fase iniziale, ma era già dentro la sceneggiatura. L’idea principale che volevo mostrare era la distruzione della famiglia che diventa applicabile a tutto il genere umano. Volevo mostrare come le azioni, le varie cose che succedono a ognuno di noi, possono essere viste e vissute da una diversa prospettiva. Questo per me era importante. Gli accadimenti nella vita di una una persona li vedo rappresentati come una spirale, nel senso che mano mano che succedono le cose si arriva sempre più vicini a un punto fisso finale.

Abbiamo notato come ci sia un controllo degli attori sui personaggi. In Horizons sembra che il silenzio sia importante quanto i dialoghi. Gli interpreti lavorano molto sulla gestualità tra loro per trasmettere pensieri inespressi o il loro rapporto con l’ambiente rurale. Che tipo di lavoro ha  fatto sul set con gli attori per prepararli a questo ambiente naturalistico?

Normalmente i copioni sono scritti con una riga di descrizione della scena e poi cinque o sei pagine di dialoghi. Così per me non funziona. Io scrivo moltissimo sull’ambientazione, sulle emozioni e le psicologie dei personaggi, e poi la parte dei dialoghi la creo insieme agli attori. Prima ho fatto leggere singolarmente le loro parti poi, come a teatro, tutti insieme ci siamo ritrovati per leggere l’intera sceneggiatura. Ci sediamo intorno a un tavolo e con il copione in mano proviamo per molto tempo. Questo ha facilitato il lavoro perché nella sceneggiatura che gli ho dato è già spiegata l’idea del film che volevo fare. I dialoghi nascono in questa fase di confronto. Poi, per familiarizzare con l’ambiente e il paesaggio, dove avremmo girato, li ho portati nei luoghi prima di girare. Gli ho fatto fare delle azioni e interagire con l’ambiente, muovere nello spazio per creare una vera esperienza personale che poi potessero usare una volta arrivati a girare. Non necessariamente scene che poi avremmo girato. Questo mi ha permesso di eliminare un certo grado di finzione e dare profondità alle psicologie dei personaggi, grazie all’esperienza fatta in precedenza dagli attori. Volevo che gli attori creassero una specie di biografia, di vissuto dei loro personaggi, fino ad arrivare al punto che anche quando fanno semplici gesti si capisca che c’è un vissuto del personaggio. Nella testa dell’attore ci sono molte cose che non dice, ma che fanno parte del bagaglio psicologico del personaggio con cui si è identificato.

Sì, traspare questo grumo interiore che rimane sottotraccia per poi esplodere all’improvviso. La sensazione che il personaggio sappia più di quello che dicono e mostrano i gesti sullo schermo è sempre presente durante la visione. Ecco, partendo da questo elemento, quanto ti ha influenzato l’atmosfera e il sentire di una certa cinematografia slava degli ultimi anni, in particolare quella russa? Solo a titolo di esempio, pensiamo a un regista come Andrej Zvjagincev, autore del recente Loveless.

Onestamente posso essere stato influenzato, ma non in modo particolare. Tutto mi può influenzare. Per esempio mi piace Winter Sleep di Ceylan, ma potrei citare anche da Tarkovskij e forse Godard. Per me non è copiare, fa parte di un bagaglio culturale che ho appreso e che, alla fine, ti trovi a utilizzare in modo naturale perché diventa la tua personale conoscenza. Non scelgo mai intenzionalmente quel tipo particolare di immagine che ho visto. Ad esempio, ci sono molti film di azione che piacciono al pubblico. Non è il mio genere, non m’interessano. Il mio modo di fare un film prevede un ritmo più lento. Ci saranno alcuni elementi che fanno parte di un genere, ma tutto è filtrato attraverso i miei occhi, come io vedo le cose e la realtà. Insomma, posso essere influenzato da tante cose, anche da una persona che cammina e che m’impressiona.

Ha citato i film di genere. Horizons è un film che parla di una tragedia familiare e dei rimorsi che crea il passato. Ci è parso di notare certi elementi del noir. Non abbiamo l’ambientazione urbana ma quella rurale che ricorda certi polar francesi. Che tipo di rapporto ha con gli stilemi del genere?

Io non penso al genere quando creo un film perché l’opera nasce da un’azione che viene molto da dentro, molto dal cuore. Certo, una volta che il prodotto è finito ci saranno gli spettatori che lo potranno vedere e classificare chi come un dramma, qualcuno altro ci vedrà il noir, anche perché, tornando a quello che ho detto prima, la percezione di ognuno di noi è diversa. Quindi qualcuno potrebbe notare elementi che rientrino in questo specifico genere, mentre un’altra persona no. Comunque, non penso mai alle caratteristiche specifiche di un genere per il mio film e in questo caso non ho pensato a elementi noir. Semmai la classificazione la si fa a posteriori, ma la decidono gli altri, non la decido io. Del resto, quando due persone decidono di fare un figlio perché lo vogliono non sanno come sarà o si comporterà o come crescerà. Allo stesso modo, per me creare un film è come fare un figlio, non so cosa diventerà al cento per cento e non so come gli altri lo percepiranno. Verso il film, come per un figlio, ti comporti come ti detta il cuore. Una volta Asghar Farhadi (Una separazione, Il cliente e Tutti lo sanno, ndr) mi disse che la gente va a vedere la Cappella Sistina glorificando l’opera di Michelangelo, dimenticando il fatto che Michelangelo oltre ad aver avuto l’idea è stato anche colui che l’ha realizzata, cioè fisicamente ha lavorato al dipinto. Allo stesso modo si dimentica il lavoro fisico quando si crea qualcosa e questo accade anche quando fai un film.

Sappiamo che sta lavorando a una nuova sceneggiatura per il prossimo film. Può fornirci qualche anticipazione?

Sì, il prossimo film s’intitola The Way Summer Ends e il tema principale sarà l’aborto, che mi interessa affrontare. È il secondo film di una trilogia, di cui Horizons è il primo capitolo. E sto scrivendo anche già il terzo. Ma adesso, comunque sono concentrato su questo progetto, anche se per quanto riguarda la sceneggiatura per me è sempre un lavoro continuo, proprio per il mio modo di lavorare con gli attori. Poi in questo caso mi avvalgo del direttore della fotografia e del montatore che fungono da script doctor e mi aiutano uno a guardare l’atmosfera del film, mentre l’altro già come si vedrà la pellicola. Abbiamo già dei finanziatori in Grecia e in Slovenia, ma sinceramente sto cercando altri finanziatori, perché questa volta vorrei avere più tempo a disposizione per girare il film come vorrei farlo. Adesso con il budget raccolto non verrebbe come lo vorrei. Devo preparare il cast e avere almeno trenta o quaranta giorni per le riprese. Horizons era un film veramente low budget, messo sotto pressione ho avuto solo sedici giorni per girarlo. Comunque, spero di iniziare con la produzione a il prossimo anno e di girare il nuovo film entro l’estate.

Ha citato l’aborto come tema principale del prossimo film. Riprendo un attimo il discorso su Horizons a questo punto perché diventa interessante approfondire il finale. Mi sembra che la lunga carrellata dall’alto sul fango e la melma sia il prodotto dell’unione tra l’acqua e la terra. Una metafora della società che è bloccata, impantanata, così come il tentativo di far abortire Jovanka sia emblema dell’ipocrisia della famiglia. Questi temi forti che ruolo avranno nella trilogia?

La famiglia rappresenta il genere umano. L’aborto lo vedo come simbolo delle scelte che facciamo tutti noi. Si trasla nella vita di tutti noi, che vivendo e facendo delle scelte finiamo per abortire spiritualmente la nostra vera natura, cioè quello che dovremmo essere, senza riuscire. Perché prendiamo delle decisioni senza pensare alla vera essenza di ciò che stiamo affrontando. Quando i due personaggi stanno discutendo dell’aborto in Horizons non stanno pensando al bambino, ma alla vita di com’è adesso, come è stata prima e come sarà dopo. Quindi è una metafora di noi che ci neghiamo come essere umani. Questa metafora, poi, ovviamente viene spiegata con un tentativo di aborto vero e proprio in Horizons. Mi viene in mente una frase di Luigi Pirandello che mi ha sempre colpito. Lo scrittore ha utilizzato l’immagine di “tremare in estate e avere caldo in inverno” perché la paura e i pensieri negativi mi confondono, non mi fanno capire cosa è giusto e cosa sbagliato, cosa sono e cosa non sono. Ecco, tornando alla domanda che mi ha rivolto all’inizio, se parliamo di influenze quelle letterarie sono importanti. Parlando del finale, la conclusione del film è aperta, è lo spettatore che decide quale potrebbero essere le scelte che compiranno i personaggi. In modo specifico se un cugino debba uccidere l’altro che nel passato ha assassinato suo padre. Oppure quanto peso hanno le sue azioni e se è la morte ciò che si merita o meno. Insomma, nello schema più grande della vita, se la spirale debba continuare verso l’infinito o se si spezza.

Ma quindi la seconda parte lineare di Horizons è aperta, anche perché in qualche modo rientra nelle aspettative di un disegno più grande?

No, la trilogia non sarà composta di sequel, ogni film ha una sua autonomia. È una trilogia che tratta un serie di temi simili. Con il montaggio di Horizons più che altro ho voluto fare proprio una distinzione tra passato e presente. Nella prima parte la circolarità fornisce tutta una massa di informazioni allo spettatore, che deve assorbirle velocemente; la seconda è più lineare e aperta per darti proprio il tempo di fermarti a pensare e sedimentare tutto quello che si è  visto in precedenza e riuscire a connettere i pezzi messi insieme.



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