Capharnaüm, lo struggente film di Nadine Labaki vincitore del Premio della Giuria allo scorso Festival di Cannes

Diretto da Nadine Labaki e sceneggiato dalla stessa con Jihad Hojeily e Michelle Kesrouani, Capharnaüm racconta la storia di Zain, un bambino di dodici anni che porta i genitori davanti a un giudice

  • Anno: 2018
  • Durata: 120'
  • Distribuzione: Lucky Red
  • Genere: Drammatico
  • Nazionalita: Libano, USA
  • Regia: Nadine Labaki
  • Data di uscita: 24-January-2019

Cafarnao, antica città della Galilea, situata sulle rive nord-occidentali del lago di Tiberiade, in Israele. Secondo i vangeli, Gesù vi abitò dopo aver lasciato Nazareth, e da qui iniziò la sua predicazione. C’est un Capharnaum significa essere in un luogo molto affollato, pieno di gente; una situazione poco chiara, incomprensibile, tale da provocare disorientamento. Questa è la condizione nella quale si trova Zain, un ragazzino di 12 anni che ne dimostra a malapena 8, il quale vive con i genitori e tanti fratelli in condizioni di estrema povertà.

A Re Mida che chiedeva quale fosse la cosa migliore e più desiderabile per l’uomo, il saggio Sileno, interprete del senso tragico dell’esistenza, risponde: “stirpe miserabile ed effimera, figlia del caso e della pena, perché mi costringi a dirti ciò che per te è vantaggiosissimo non sentire? Il meglio è per te assolutamente irraggiungibile: non essere nato, non essere, essere niente…

Prima scena: Zain è ammanettato, ha commesso consapevolmente un grave reato. Poi si trova difronte al giudice per denunciare i genitori di “averlo messo al mondo”. Il suo grande amore è la sorella undicenne, che intende proteggere a tutti i costi dalle lusinghe di un negoziante al quale pare destinata come sposa-bambina. Pertanto, Zain cerca di farle nascondere il menarca, soprattutto ai genitori che la allontanerebbero da casa dandola in moglie. Inizia il calvario del ragazzino che, persa la sorella, si allontana da casa iniziando un’esistenza raminga, lontana da quella che viveva in casa, maltrattato dai genitori e costretto a lavorare in strada per mantenere la famiglia. Incontrerà baraccopoli, immigrazione clandestina, traffico di neonati, carcere minorile, il sogno di raggiungere la Svezia. E proprio in virtù di un’immigrata clandestina, che deve pagare millecinquecento dollari per avere un documento di identità, senza il quale potrebbe essere rispedito nel paese di provenienza, Zian riesce a sopravvivere prendendosi cura del piccolo bambino della donna che deve lavorare e provare a costruire un’identità legale. Il ragazzino farà per il neonato tutto quello che i suoi genitori non hanno mai fatto per lui, mentre tutti i mali del mondo sembrano minare continuamente la sua inossidabile consapevole volontà. La quotidianità non esiterà a farsi sempre più violenta e insostenibile e Zian dovrà cedere a subdole lusinghe economiche e tornare a casa dove apprenderà il destino della sorella sposa-bambina, sottoposta, come altre, a rapporti sessuali con corpi ancora non formati all’atto. La reazione del ragazzino sarà estrema, e nel carcere minorile, dove andrà a finire, non esiterà a insultare la madre che ingenuamente lo informerà di aspettare un altro figlio. Un inferno di città, dove i bambini, come gli adulti, sporchi, malnutriti e senza certificati di nascita, si arrangiano a vendere qualunque cosa pur di sopravvivere. Chi sia il responsabile di tutto questo non ci è dato sapere, perché è ormai ovvio e scontato. Affinché ci sia un venti per cento della popolazione mondiale che vive nel lusso più sfrenato, ci dovrà essere un ottanta per cento che vive di quello che rimane, fino a chi vive nella miseria e nella disperazione più disumana e radicale.

Non è necessario che Nadine Labaki si concentri su questo aspetto, anche perché il quadro infernale proposto da Capharnaüm è comunque fotografato a dovere e rappresentato dallo sguardo nell’abisso di un  bambino, immigrato di origine siriana, rintracciato in un supermercato libanese dove lavorava come commesso.

A Re Mida che chiedeva quale fosse la cosa migliore e più desiderabile per l’uomo, il saggio Sileno, interprete del senso tragico dell’esistenza risponde: “stirpe miserabile ed effimera, figlia del caso e della pena, perché mi costringi a dirti ciò che per te è vantaggiosissimo Non sentire? Il meglio è per te assolutamente irraggiungibile: non essere nato, non essere, essere niente…

Ma la cosa in secondo luogo per te è morire presto

Come dichiara un venditore di identità, una bottiglia di ketchup ha una data di produzione e di scadenza, molte persone non ne possiedono alcuna e pertanto non sono, sono niente. E questo Zian lo sa molto bene, ecco perché denuncia i disgraziati genitori di averlo messo al mondo senza sapere il perché, né quando è nato e senza aver potuto registrare la sua nascita. Pertanto solo l’ultima sorprendente, sublime immagine finale del film sarà l’ultimo, vero, unico, inevitabile, gesto consapevole di una esistenza negata.

GUARDA IL TRAILER >>

Utlima modifica: 2 novembre, 2018



Condividi