The Good Fight 2 – la recensione: la seconda stagione della serie anti-Trump

the good fight

The Good Fight è uno dei più belli, intensi, appassionati, drammatici racconti dei nostri giorni; ma al di là del caso isolato, è per come riesce a mettere in scena l’oggi trasfigurandolo come un romanzo, rendendo appassionante, con un’arte dell’affabulazione unica e rara.

  • Anno: 2018
  • Durata: 23 episodi
  • Distribuzione: Tim Vision
  • Genere: drammatico, giudiziario
  • Nazionalita: USA
  • Regia: Robert King, Michelle King

Un po’ di tempo fa durante un intervento la senatrice democratica Elizabeth Warren voleva leggere una lettera scritta tre decenni prima dalla vedova di Martin Luther King: è stata cacciata dall’aula, per aver tentato di parlare dei comportamenti razzisti del procuratore generale di Trump.

Nell’episodio 2×07, Day 450, di The Good Fight, lo studio dove lavora Diane Lokhart vuole mettere sotto accusa Donald Trump, sono proprio delle donne le più accanite e acerrime nemiche di un uomo che viene descritto come laido prima che illecito.

Ora, non è tanto per quest’assonanza personale che The Good Fight è uno dei più belli, intensi, appassionati, drammatici racconti dei nostri giorni; ma al di là del caso isolato, è per come riesce a mettere in scena l’oggi trasfigurandolo come un romanzo, rendendo appassionante, con un’arte dell’affabulazione unica e rara, ogni più deprecabile aspetto sociale in materia da osservare, studiare e su cui riflettere.

Non c’è nessun rimpianto per la fine di The Good Wife: c’è tutta l’arte della drammaturgia e della narrativa in quello che fanno Robert e Michelle King. Tema e trama sono ben distinti: ed entrambi funzionano, non basta lo spunto se non viene sviscerato in maniera efficace. I King mettono a frutto i loro impulsi più intellettuali e politici per una televisione divertente ma anche profondamente attuale, necessaria, credibile.

All’inizio della prima stagione, The Good Fight partiva con Diane che fissava incredula in tv l’annuncio dell’insediamento di Donald Trump (si, ancora lui): partiva così uno dei racconti più interessanti e vivi dell’attuale offerta televisiva – e non solo -, profondamente legato alla politica in senso lato e conseguentemente alle complesse e stratificate dinamiche di una società fragile e corrotta, che nel racconto è l’America ma che può tranquillamente spostarsi su qualunque latitudine.

Proprio Diane, nel passaggio da Wife a Fight, diventa il prisma attraverso cui passano e si irradiano i temi e le storie del serial: ma proprio come nel passato, la protagonista (un’eccellente, smagliante, favolosa Christine Baranski) rifugge dicotomie e manicheismi esplorando invece uno scenario di grande ricchezza e complessità morale; triplicando il punto di vista, affiancandole la Lucca Quinn già vista negli ultimi scorci dell’opera precedente e la nuovissima Maya Rindell, aggancio fortissimo alle agitazioni sociali degli Stati Uniti. Da non sottovalutare poi la particolare titolazione degli episodi: non più parole, ma indicazioni delle giornate nelle quali avvengono le cose. Come a dire: questa è la vita vera, questa non è finzione.

L’utilizzo del reale in uno scenario di finzione, la scelta di muovere le trame mediante svolte e questioni internazionali, di cronaca e di costume, sono strategie che immergono ancora di più il personaggio nella realtà descritta, riuscendo nello stesso tempo ad uscire dallo stereotipo tipico dell’opera di fiction. Noi siamo ormai abituati a vedere ciò che succede dietro lo schermo, ma lo siamo di meno a guardare e capire quello che succede nella realtà (spesso e volentieri filtrata dallo schermo stesso in maniera faziosa). Che succede se dietro quello schermo viene quindi rappresentata quasi esclusivamente la realtà?

di GianLorenzo Franzì



Condividi