Ravenna Nightmare Film Festival: Perfect Skin di Kevin Chicken thriller tra tatuaggi e ossessioni

In concorso al XVI° Ravenna Nightmare Film Festival, Perfect Skin è ambientato a Londra mettendo in scena l'arte del tatuaggio e del piercing estremo. Il thriller si riduce a un tentativo claustrofobico fine a se stesso di un'ossessione di perfezione mancata, terminando con la caduta del creatore che non si è mai sollevato dal terreno della sua inutilità

  • Anno: 2018
  • Durata: 110'
  • Genere: Thriller
  • Nazionalita: Regno Unito
  • Regia: Kevin Chicken

In Perfect Skin di Kevin Chicken già nelle prime sequenze abbiamo la presentazione dei protagonisti: la giovane polacca Katia Matuschak (Natalia Kostrzewa), “ragazza alla pari” a Londra in cerca di (poca) fortuna e di Reid (Richard Brake) un uomo di mezza età alle prese con un difficile separazione che di mestiere a una piccola attività da tatuatore.

Già fin dai titoli di testa lo spettatore è introdotto in un’atmosfera onirica e astratta con nubi di colore acceso che si aprono e si scontrano su sfondo nero, con la musica martellante e ritmata (firmata da Dan Bewick,) che forniscono la cifra di un thriller di profonda angoscia in cui i personaggi si muovono. Nelle prime sequenze abbiamo Katia che viene inquadrata in primissimo piano mentre si sveglia in un letto e la sua coinquilina le comunica che deve andarsene via, visto che non sta pagando l’affitto. Questo incipit ci suggerisce che ciò che si vede nello sviluppo narrativo potrebbe essere un incubo della stessa ragazza, una forma metaforica della sua trasformazione da una situazione confusa e caotica a un nuovo essere.

Del resto, in Perfect Skin Katia ha una vita dissoluta, alla continua ricerca di denaro e di un letto dove dormire, tra ubriacature e balli sfrenati nei pub della capitale inglese, dove incontra Reid che vede in lei l’oggetto ideale per la compiere la sua opera. Infatti, una notte, l’uomo rapisce la ragazza ubriaca e dopo averla narcotizzata la rinchiude in una gabbia nello scantinato della sua casa-studio, dove la sottopone a una lunga trasformazione che prevede di ricoprirle l’intera superficie del corpo con tatuaggi e innestarle dei piercing estremi.

La mutazione corporea di Katia ha una duplice valenza. Da un lato, si assiste alla rappresentazione di una creazione in cui il corpo è materia da plasmare da parte dell’artista tatuatore, che di fronte alla propria decadenza fisica (è malato di Parkinson) ed etica (l’attraversamento del confine tra umano e dis-umano, il fallimento dei rapporti con la moglie) riesce a trovare un equilibrio nel controllo assoluto di un’altra persona completamente in sua mano. Dall’altra, Katia da soggetto passivo e da vittima predestinata, a mano a mano che il processo di trasformazione va avanti, diventa sempre più forte e determinata nella ricerca di sopravvivenza, fino al finale catartico in cui si autodetermina come essere indipendente nei confronti del suo creatore.

Così Perfect Skin più che mettere in scena il mondo del tatuaggio (a dire il vero molto limitante e mai approfondito né veramente illustrato) racconta una storia di una creatura che si ribella al suo creatore, dove la metamorfosi di stampo kafkiano risulta essere il reale tema principale in cui la rappresentazione del tatuaggio e della modificazione corporea è solo un mezzo. Il regista inglese si focalizza molto sui due personaggi, mettendo in scena una tragedia da camera, utilizzando campi medi, movimenti di camera limitati, interni bui (dei pub e della casa-studio), intervallando il tutto con poche inquadrature strette in esterni e qualche panoramica per far capire di trovarci a Londra.

Ma quello che maggiormente non convince in Perfect Skin è proprio questo. Sia la città sia il mondo del tatuaggio sono sterili e fanno da semplice quinta restando sulla superficie della visione. Chicken rimane intrappolato dalla sua stessa materia del narrare, sopperendo con reiterati dettagli degli aghi mentre tatua, alla pochezza della riuscita dei disegni stessi che appaiono per quello che sono e non riescono mai a tracimare in un’opera di un artista. La quotidianità dell’orrore di alcune sequenze, in cui si intravedono pezzi di corpi femminili e fanno intuire che Reid ha eliminato i tentativi precedenti o chi lo ostacolava nel suo pazzo progetto, risulta il più grande limite della pellicola.

In concorso al XVI° Ravenna Nightmare Film Festival, Perfect Skin si riduce a un tentativo claustrofobico fine a se stesso di un’ossessione di perfezione mancata, terminando con la caduta del creatore che non si è mai sollevato dal terreno della sua inutilità.

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