Maniac: la serie Netflix con Jonah Hill e Emma Stone tra fantascienza e commedia

Siamo a New York, esteticamente presa dagli anni ’70 ma tecnologicamente molto più avanti del nostro presente, in quella che potrebbe essere definita un’ucronia vintage.

  • Anno: 2018
  • Durata: 10 episodi
  • Distribuzione: Netflix
  • Genere: Fantascienza, Thriller
  • Nazionalita: USA
  • Regia: Cary Fukunaga

Certe volte alcuni prodotti diventano esemplari per mostrare come sia difficile, e certe volte ingannevole, trasformare un buon script in un buon film, e magari impossibile rendere bene le parole in immagini. Maniac parte da un pitch che sarebbe potuto essere: “una misteriosa azienda farmaceutica testa una cura sperimentale su una depressa e uno schizofrenico, ma un computer impazzisce…”. Dramma, thriller, commedia, fantascienza: tanti generi avevano forse bisogno di uno script più preciso e magari di una messa in scena più rigoroso.

Maniac invece fin da subito si lascia andare in divagazioni, come se il tono filosofeggiante fosse in grado di reggere la baracca; e se anche Fukanaga aveva già dato prova di una personalissimi visione (per non dimenticare: ha girato la prima, splendida stagione di True Detective), con Maniac non tiene il polso della situazione e fin troppo spesso è come se perdesse di vista l’obiettivo lasciando la narrazione a briglie sciolte.

Certo, alla fine i dieci episodi hanno punti e sequenze luminosi e vibranti, ma la follia visionaria che predomina il racconto sbanda e non riesce a colpire allo stomaco.

Siamo a New York, esteticamente presa dagli anni ’70 ma tecnologicamente molto più avanti del nostro presente, in quella che potrebbe essere definita un’ucronia vintage: sembra che l’immaginazione più sfrenata e pop di uno scrittore sci-fi abbia fatto tutto, e per strada ci sono robottini che puliscono, giocattoli viventi e computer senzienti capaci di entrare nella mente. Ma su tutto, è il sogno americano che ha raggiunto livelli preoccupanti: la cultura aziendale ha soffocato la quotidianità, “comprare” è diventato un imperativo da dipendenza, con pubblicità onnipresenti che in qualunque modo si infiltrano nell’esistenza dell’uomo. Ed è proprio in questo contesto che Maniac sfoggia il meglio: come la buona fantascienza ha sempre fatto, proietta le paure di oggi trasformandole nelle realtà di domani, esteriorizzando tutto quello che di socialmente vivo c’è intorno a noi.

Il viaggio che compiranno i due protagonisti (Jonah Hill ed Emma Stone) sarà interiore prima che esteriore, perché quando un computer farà si che le due cavie si incontrino in un mondo virtuale, in quel momento il viaggio da compiere sarà per comprendere meglio sé stessi, per accettarsi. Si innestano così, con questo facile espediente narrativo, i diversi generi: in un turbinio narrativo che non sempre tiene il punto, sorretto soprattutto dalla visione del regista, dalle suggestioni della trama, dalla bravura dei suoi interpreti.

Perché Maniac è affascinante ma non riuscito, perchè permette – se solo si attraversano le prime sequenze, ostiche, per entrare nel suo impianto drammatico – di immergersi in una narrazione che vuole farsi immersiva e totale ma la spettacolarizzazione dell’inconscio è spinta fin troppo in là per non cadere nel kitsch.

di GianLorenzo Franzì

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