Vivere senza paura: intervista a Karole Di Tommaso, regista di Mamma + Mamma

Il cinema italiano di qualità non si trova solo a Venezia. Ad Alice nella città ieri è stata la volta di Mamma + Mamma di Karole Di Tommaso, in cui Linda Caridi e Maria Roveran mettono in scena la tenerezza della maternità. Del suo esordio abbiamo parlato con l'autrice del film

  • Anno: 2018
  • Durata: 81'
  • Genere: Commedia
  • Nazionalita: Italia
  • Regia: Karole Di Tommaso

Mamma + Mamma è la dimostrazione che nel nuovo cinema italiano non mancano le idee: tu sei capace di seguirne una molto coraggiosa, e cioè parti da un tema reale, che è quello della maternità, e lo trasfiguri in un mondo da favola che in qualche maniera diventa un luogo dell’anima delle protagoniste. Mi puoi spiegare come nasce questa idea?

L’idea del film nasce dalla mia intenzione di parlare a un’anima soltanto che corrispondeva a quella di un bambino. Mi sono spesso chiesta come fare a raccontarla così e ho pensato che da piccola avrei voluto vederla e sentirla io una storia così, perché vengo da un posto di mille persone dove il cinema, la televisione, tutto è segnato. A quel punto ho pensato di prendere come interlocutore un bambino innocente, provando a liberarmi di cosa avevo capito o studiato nel corso della mia formazione.

Riprendendo il titolo dell’ultimo lungometraggio di Gianni Amelio, mi pare di poter dire che il tuo film da qualunque punto di vista lo si guardi è l’espressione della tenerezza e dell’accettazione in cui si manifesta l’amore tra le due mamme. Penso alla sequenza dell’uomo che le prende di mira all’interno del bus, oppure al panino offerto al prete nel confessionale.

Questa risposta deve essere detta in modo semplice. Noi viviamo in una società molto complessa, come quella italiana, dove tutto quello che si può fare per vivere felici è accettare la propria cultura e i propri limiti e starci dentro in libertà. Perciò non volevo che i miei personaggi fossero vittime di questo sistema, perché più lo siamo e più ne siamo complici e, invece, a me e a te nessuno di quei due personaggi potrà dire cosa è giusto o sbagliato, perché se si è liberi dentro per davvero si può stare bene dovunque. Spesso ho pensato di dover andare via dall’Italia, poi mi sono convinta di poterci stare comunque e di essere libera per viver una sorta di sogno, cercando di non subire quello che ci stanno facendo. Volevo che i personaggi fossero trattati come me: è un percosso che si fa e, una volta appreso, è giusto che l’autore lo trasmetta ai personaggi che di lui sono un’emanazione. Venendo dal mio cuore non potevo tratteggiarli ancora involuti.

Mamma + Mamma ha una dimensione cinematografica molto forte, a partire dai campi lunghi e lunghissimi di cui fai utilizzo. Nel creare l’universo delle due protagoniste ricorri a ogni tipo di possibilità visiva e drammaturgica con una declinazione di toni  che dalla commedia toccano il surreale e l’onirico, per non dire dell’uso dei colori e della fotografia. Tale ricchezza non era facile da gestire, eppure tu ci sei riuscita, conferendole equilibrio e leggerezza. La curiosità di sapere come hai fatto è molta.

Devo essere molto sincera. Quando ho deciso di fare il film ho escluso qualsiasi scorciatoia poiché mi sembrava che conoscendola anche nella realtà in questa storia si dovessero assolutamente eliminare tutte le parti noiose, quelle che io reputo noiose o da burocrati: questo mi ha portato in maniera naturale ad avere diversi registri. Scrivendo, ho capito che nessuno doveva escludere l’altro e io ho abbracciato questa sfida che mi ha messo in pericolo, nel senso che la struttura del film era molto complessa: si passava dall’onirico al sogno, dal naturalismo al realismo, dovendo tenere conto che tutti i personaggi – oltre alle due attrici – si rifanno a persone reali che io ho conosciuto. Volevo comunque provare a fare il film in questo modo, anche a rischio di fallire. Rispetto alla macchina da presa ho pensato che non dovesse “volare” più di tanto. Con tutti i suoi registri, la storia era già complessa e aveva quindi bisogno di rimanere il più ferma possibile, di avere inquadrature fisse. Ho cercato di mantenere costante i toni della commedia, i colori e la fotografia, così come i costumi, uguali, sia quando Karole e Ali sono dentro casa, sia quando le vediamo all’interno dei loro sogni. Sono stati i cambiamenti impercettibili operati dalla macchina da presa a permettermi di raggiungere questa amalgama tra le singole parti.

Entrando nel merito del colore tu lo usi in maniera assolutamente coerentemente con il significato di certe scene. Per esempio volevo chiedere se i rossi al neon, che vediamo negli interni relativi alle strutture in cui le protagoniste si adoperano per avere la loro bambina, li hai usati per significare il senso di artificialità attribuito da alcuni personaggi del film alla fecondazione assistita, con la quale Karole e Ali cercano di avere la loro bambina? 

Si, c’è e mi fa piacere che tu lo abbia notato. Il film è pieno di queste cose, perché volevo che la storia potesse essere sia universale ma anche una favola, piena di piccoli simboli nascosti, messi sotto il tappeto, ma con la possibilità di essere tirati fuori qualora uno avesse avuto voglia di riguardarli una seconda volta. Forse, perché vengo dalla scultura, non volevo qualcosa di piatto, ma ricercavo una tridimensionalità tale da permettermi di avere sempre dei nascondigli all’interno della messinscena.

Parlando, invece, dell’uso dei campi lunghi, ti chiedo se, oltre a circoscrivere lo spazio fisico in cui vivono Karole e Ali, possono anche essere la metafora della cosiddetta bigger than life vissuta dalle protagoniste che, in certe scene, appaiono come un puntino rispetto al mondo che le circonda.

Si, assolutamente, c’è questo aspetto perché, tornando all’universalità, volevo che queste persone fossero contestualizzate non tanto in una città quanto, piuttosto, nell’immensità che noi viviamo. Mi piace la resa grafica e d’immagine capace di esprimere il divario tra l’importanza che ci diamo e il fatto che siamo piccolissimi rispetto alla realtà.

Da spettatore mi sono molto intenerito a guardale mentre cercano di non farsi sovrastare da un universo più grande di loro.

Si, pensavo sempre che siamo piccolissimi come delle molecole: se ci spostassimo lo farebbe anche il mondo, così come la macchina da presa, e tutto questo non avrebbe nemmeno più importanza. Sempre per tornare alla libertà di cui parlavamo prima.

Infatti, le due protagoniste sono l’espressione di un desiderio fortissimo che però non diventa mai egocentrico e, appunto, l’uso dei campi ti serve per rendere questo aspetto dal punto di vista visivo.

Per essere egocentrici all’interno di un film bisogna poterselo permettere, e poi dipende da che tipo di storia racconti. La mia era già  una storia molto su di tono e aveva un milioni di spunti che mi potevano sviare, per cui non potevo permettermi personaggi, linguaggio e macchina da presa egocentrici. D’altronde,  come regista preferisco “sparire”: non mi interessa sentirmi dire quanto sono brava, preferisco che le persone apprezzino la storia.

Parlando di libertà creativa quella del film non va mai a discapito della coerenza. Un esempio di ciò lo abbiamo nella sequenza onirica che apre la storia in cui il desiderio mancato di maternità è riflesso nel dettaglio della terra secca e arida. Esiste questa corrispondenza?

Si, esiste, c’è una corrispondenza, perché noi esseri umani veniamo da li. La terra è un altro argomento immenso, le stesse attrici si sono preparate nel mio uliveto in cui abbiamo girato e che è il mio posto del cuore. Qualsiasi cosa facciamo, qualsiasi sequenza, per quanto bella e immaginifica sia, finisce per identificarsi con la terra e con essa deve fare conti. Io quel posto l’ho visto tutti i giorni della mia vita fino a 18 anni: vedevo questo lago e questa natura che ogni volta si dava e si prendeva qualcosa. Osservavo la terra spaccata e arida dove non poteva esserci vita e lì mi ridimensionavo anche io, ridimensionavano i miei sogni, perché pensavo che avrei voluto andarci ma non potevo farlo, laddove non essendoci più acqua il fiume non era navigabile. Questi aspetti naturali mi hanno fatto attaccare ancora di più al paesaggio, alla madre terra madre e a mia madre che nel film recita la parte della mamma di Karola.

Il tuo film arriva in una stagione in cui ci sono state altre due opere che hanno molto a che fare con la tua e parlo di Lazzaro Felice di Alice Rohrwacher e Tito e gli alieni di Paola Randi. Se in quanto donne avete la possibilità di creare l’esistenza, allo stesso modo come registe “partorite” dei veri e propri mondi, universi che sono allo stesso tempo reali ma anche luoghi dell’anima. Volevo sapere cosa ne pensi, sei hai visto i film e se sei d’accordo con questa affermazione?

Innanzitutto, sono due donne che stimo tantissimo e da cui costantemente attingo coraggio non per il cinema ma per la vita. Nella ma anima, quando penso alla fatica che ci vuole per fare un film loro, sono dei virtuali punti di riferimento. Non che io ci ceni la sera, però quando penso che ci sono due “matte” così – detto in senso buono – in grado di fare delle cose meravigliose, mi chiedo perché non possa riuscirci anche io, perché avere paura? Nel panorama italiano sono due riferimenti assoluti, intendo per la mia anima. Non mi permetterei mai di paragonarmi e di copiare perché alla fine le storie devono essere le tue. Non c’è un modo migliore del tuo, però di sicuro ho enorme rispetto per queste due donne.

Alle due attrici – peraltro molto brave – tu offri due ruoli per loro inediti: al di là del loro talento, la domanda è come mai hai pensato a loro e cosa gli hai chiesto?

Con Maria ci conosciamo dagli anni del centro e ho sempre avuto una fiducia di lei in tutto. È una persona che mi ispira tantissimo coraggio. Ho sempre creduto di doverle affidare qualcosa, e poi riguardo a entrambe ho pensato di non metterle in una situazione comoda perché Linda nella sua vita e per caratteristiche di recitazione – non so se l’hai vista in Ricordi?, il film di Valerio Mieli – è totalmente opposta al suo personaggio. Parlando di coraggio ho pensato che bisognasse invertire loro i ruoli a cui sono abituate: puoi avere delle sbavature, puoi ottenere non la perfezione, ma a me interessava immergermi in un mondo e l’ho fatto con loro. Abbiamo lavorato tantissimo, non è una cosa fatto in quattro e quattrotto. Nella vita loro sono persone opposte rispetto ai personaggi e gli assomigliano ma a parti invertite. Sono state bravissime, ci siamo buttati tutti in questa avventura.

A proposito di avventura, soprattutto nella prima parte con le ragazze, decise a rincorrere il loro sogno e sempre in viaggio fuori e dentro l’Italia, fai diventare Mamma + Mamma un film di genere, una variante molto divertente di Mission Impossible.

Beh ne sono contenta! Si, ci siamo divertiti a essere ironici. E poi ci tenevo alle persone; devi volergli bene, quindi quando penso agli attori mi dispiace che per una vita intera siano costretti a fare sempre lo stesso ruolo. Quindi ho pensato: “diamogli un’altra possibilità, facciamogli fare una cosa diversa così posso andare al cinema e vedere Maria e Linda come non le ho mai viste.

Per concludere, ti chiedo quando è prevista l’uscita nelle sale e se poi vogliamo dire qualcosa sulle persone che ti hanno aiutato a produrlo.

Il film penso che esca il prossimo Febbraio mentre; per rispondere alla seconda parte della domanda direi Matilde Barbagallo, la produttrice, che ha avuto il mio stesso coraggio, perché mi rendo conto non sia facile produrre una follia del genere.

Utlima modifica: 23 ottobre, 2018



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