Festa del cinema di Roma: intervista a Silvio Soldini, regista di Treno di parole, racconto per immagini e parole di Raffaello Baldini

Considerato dalla critica tra i più importanti della nostra contemporaneità, Raffaello Baldini è un poeta dialettale pressoché sconosciuto. In linea con le caratteristiche del proprio cinema, Silvio Soldini si incarica di diffonderne la figura con Treno di parole, presentato in anteprima alla Festa del cinema di Roma. Del documentario abbiamo parlato con il regista

  • Anno: 2018
  • Durata: 58'
  • Genere: Documentario
  • Nazionalita: Italia
  • Regia: Silvio Soldini

La prima cosa cosa che mi viene da pensare è che ci vuole coraggio per dedicare un film alla figura di un poeta dialettale in un momento in cui neanche l’editoria sembra più credere nella poesia.

Devo dire che l’idea non parte da me ma da Martina Biondi, che non conoscevo, e che un giorno è venuta da me chiedendomi se mi andasse di fare un film su Raffaello Baldini. Io lo conoscevo grazie a Ivano Marescotti, che all’inizio degli anni Novanta mi aveva invitato a vedere un suo monologo, e quindi mi piaceva l’idea di fare un film su un poeta sconosciuto e non più in vita. Insomma, c’erano varie sfide da affrontare, ma sopratutto mi ha convinto il fatto che valesse la pena fare qualche cosa che potesse portare alla luce una poesia di cui pochissimi sapevano. La prima cosa che mi hanno chiesto i pochi che lo hanno già visto – perché stasera ci sarà l’anteprima con il pubblico – è dove potevano trovare i suoi libri. Se fosse così, su più larga scala, vorrebbe dire che Treno di parole ha raggiunto il suo obiettivo. Abbiamo cercato di fare innanzitutto un film non noioso, perché la parola poesia è spesso collegata a una cosa lagnosa, forse per colpa della scuola. Ci siamo premurati che il film avesse una sua musicalità, perché Baldini era un grande conoscitore di musica ed era molto attento a che le sue poesie avessero, appunto, un ritmo musicale. Se l’effetto è questo, sono contento.

Il fatto di aver realizzato un documentario classico con una ricostruzione filologica e cronologica lineare e senza l’aggiunta di immagini cosiddette artistiche è dovuto al fatto di non voler sviare l’attenzione dalla figura di Baldini?

Assolutamente. Ho cercato di aggiungere immagini di oggi filmate nei suoi luoghi, ma mi sono affidato anche a quelle in 8mm realizzate da lui, e altre dove lo vediamo leggere le sue poesie. La cosa più lunga è stata trovare persone che potessero raccontarcelo e che nel farlo fossero in grado di trasmettere le emozioni scaturite dall’averlo incontrato. Senza di esse il documentario rimane sì uno strumento di conoscenza ma risulta noioso.

Nello specifico, cosa ti ha attratto di più della poesia di Baldini: la sua controllata velocità, la sua capacità di affrontare con una certa leggerezza i temi canonici dell’esperienza umana (il tempo, la morte la malinconica fragilità dei rapporti) o qualcos’altro?

Credo che ci sia qualcosa che lega questi temi, perché lui è tragico ma nel dramma riesce ad essere comico, ed è qualcosa che io cerco di fare da tempo. Il cinema anche nei momenti più drammatici ogni tanto non resiste, per cui intervengo inserendo qualcosa che faccia quasi ridere. D’altronde. che il dramma e la comicità siano legate è una caratteristica generale, non solo nel mio cinema. Comunque, una cosa pazzesca della sua poesia è questa vicinanza al racconto orale: parliamo di piccoli monologhi di persone che dicono qualcosa a se stessi o agli altri in una forma dialettale senza la quale sarebbe impossibile immaginarli, anche perché in italiano non si parla più così. È questa la loro forza e allo stesso tempo ciò che gli impedisce di andare oltre 10 km fuori da Santarcangelo (ride). Devo dire, però, che, anche tradotti, buona parte di questa forza, di questa tragedia e di questa ironia, rimane comunque. Forse perché trattano di cose e si pongono delle domande che uno potrebbe farsi a letto dopo essersi svegliato.

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Ecco, infatti, mi pare che l’anti intellettualismo di Baldini sia un’altra caratteristica prossima al tuo cinema che è profondo senza opporsi alla visione dello spettatore?

Si, è una cosa su cui lavoro da tempo. Si può essere profondi senza essere freddi e intellettuali in quel senso lì. Si può raccontare con calore e penso che l’emozione sia un tramite per arrivare alla profondità, per indurre a una riflessione successiva. Il territorio è un po’ lo stesso, infatti è questo il motivo per cui una poesia del genere non può non attrarmi. È molto poco poetica alla maniera che ci viene insegnata a scuola.

Pochi sanno che hai iniziato con il documentario, che negli anni ha alternato con il cinema di finzione. Qual è il motore che ti spinge a passare da uno all’altro? Parlo in generale e anche nel caso di Treno di Parole.

Forse dipende dalla curiosità, perché il documentario mi permette di andare a esplorare mondi che non conosco fino in fondo o addirittura per niente. Come è successo in Per altri occhi, dedicato a un universo come quello delle persone non vedenti che mi ha affascinato molto e che ho esplorato fino in fondo. Nei miei documentari cerco di rendermi più invisibile possibile per non deteriorare il soggetto con la mia presenza: al di là dell’impossibilità di riuscirci, c’è la volontà di farlo. Il cinema di finzione io lo vedo all’opposto, perché lì sei tu che devi costruire un mondo che non esiste, facendolo sembrare vero. I personaggi in realtà non sono veri ma truccati, vestiti da altri e vivono in case fatte dallo scenografo, compiendo azioni che sono scritte in una sceneggiatura: far credere che esistano veramente è quasi il contrario del documentario. Forse quest’ultimo mi affascina perché da esso traggo linfa vitale: si trovano sempre dei personaggi come Baldini, capaci di lasciare il segno.

Persone che in molti casi tracimano nel cinema di finzione…

Mi è successo con il mio ultimo film che vede Valeria Golino nella parte di una donna cieca. Il film non sarebbe nato se non avessi fatto Per altri occhi dove ho capito e approfondito esperienze e tematiche a me sconosciute.

Tra l’altro, per me, questa fase della tua carriera, anche per l’eterogeneità dei temi trattati e delle forme impiegate, si traduce in un grande senso di libertà creativa: sei d’accordo?

C’è da dire che uno dei motivi per cui faccio documentari è che si  producono con meno soldi, quindi all’interno di questa povertà uno trova la libertà di fare il film che vuole. M piace molto tornare ad avere la camera addosso, riassaporare il fatto di fare l’operatore e a volte di essere l’unico presente sul set e perciò nella condizione di fare il film secondo il mio occhio e con il mio sguardo. Quando succede, è come se prendessi una matita e lo disegnassi io, senza dire a qualcuno come farlo.

Gli spettatori avranno modo di vedere Treno di parole. Si sa già quando e dove uscirà?

Al cinema si vedrà all’Oberdan di Milano, dove uscirà in anteprima l’11 novembre. Poi sarà a Bologna il 13 e girerà un po’ per l’Emilia Romagna, e poi non ho ancora capito su quale televisione sarà trasmesso. L’importante è che tutto questo faccia conoscere Raffaello, perché adesso ce ne sono veramente pochi che possono dirlo, nonostante dalla critica venga considerato uno dei grandi del novecento.

Utlima modifica: 22 ottobre, 2018



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