L’importanza di rimanere se stessi: Stefano Sollima racconta l’esperienza americana sul set di Soldado

Distribuito  in 800 sale da Leone Film Group insieme a Rai Cinema, l'uscita di Soldado è stata l'occasione per parlare con Stefano Sollima della sua esperienza nel cinema americano. Più che una conversazione, quella del regista romano è stata per i presenti una vera e propria master class in cui oltre al film si è discusso del rapporto tra opera e regista e tra quest'ultimo e i sistemi di produzione

  • Anno: 2018
  • Durata: 124
  • Distribuzione: Leone Film Group, Rai Cinema
  • Genere: Azione, Drammatico, Thriller
  • Nazionalita: USA
  • Regia: Stefano Sollima
  • Data di uscita: 18-October-2018

Soldado si confrontava con un immaginario già consolidato dal film precedente. Come ti sei avvicinato ad esso e in che modo lo hai fatto tuo?

In realtà non c’era un immaginario, quanto piuttosto un mondo di riferimento, tanto è vero che io ho cambiato tutto, in ogni reparto: dal direttore della fotografia allo scenografo, al musicista, in virtù dell’idea di non fare un sequel del primo, ma un nuovo capitolo all’interno di una saga dove l’unico punto di contatto erano un mondo e un universo narrativo di riferimento oltre ai due protagonisti, interpretati dagli stessi attori. Per il resto si tratta di un film slegato dal precedente che si può vedere senza conoscere quello di Villeneuve. La diversità tra i due film la si vede anche nel non riuscire a capire se guardando Soldado siamo di fronte a un prequel o un sequel di Sicario per la mancanza di un legame temporale tra le due storie.

Come il tuo anche quello americano è un cinema fatto di grandi spazi. Da questo punto di vista mi è sempre sembrato a te confacente. Qual è stata la maniera in cui te ne sei appropriato?

Lavorare in spazi come quelli del deserto influenzano l’approccio visivo. Io mi sono ritrovato molto a mio agio con il racconto di Taylor Sheridan (ndr. sceneggiatore di Soldado). L’ho trovato da subito vicinissimo al mio cinema e quindi mi sembrava adatto a una transizione da un mondo all’altro, da quello europeo da cui provenivo a quello americano e hollywoodiano in cui mi accingevo a lavorare. Anche in questo caso avevo a che fare con un racconto di anti eroi; esisteva una struttura corale e a ognuno dei personaggi era affidato un segmento del racconto, con le storie che a volte neanche si toccavano. Tutte cose a me famigliari per averle molto frequentate negli ultimi anni. Un altro particolare che mi aveva colpito era il fatto che pur essendo Soldato un film di grande intrattenimento aveva uno sguardo profondo e attento a quello che è il nostro mondo e, nel caso specifico, al racconto della frontiera.

È inevitabile chiederti come ti sei trovato a lavorare a Hollywood e se per caso stai già pensando a un seguito.

Gestire un progetto hollywoodiano è una cosa molto impegnativa perché da un certo punto di vista è come se ricominciassi da capo. Tutto ciò che farai te lo devi guadagnare passo per passo, il che però è anche una cosa molto interessante. Per me è stata una bellissima avventura, soprattutto perché non sono mai venuto meno alla mia specificità, una caratteristica che ogni regista europeo fatica a mantenere quando gira un film negli Stati Uniti.

Non sto lavorando sull’epilogo. Il finale del film non lascia spazio a un ipotesi del genere perché non c’è nessuna apertura. Quello che succede nell’ultima scena tra Benicio Del Toro e il bambino è una chiusura definitiva rispetto al destino del ragazzino. Tra l’altro il film che si vede al cinema è la mia versione a cui ho tagliato 10 minuti di finale. Ai produttori che si accingevano a vedere la prima visione del girato ho detto che sarebbe stato il mio director’s cut, montato con aggiunte e tagli che spettava solo a me decidere. Ovviamente, loro potevano cambiarlo quando volevano, ma dopo averlo visto si sono anche chiesti perché avessi definito il montato radicale dato che non si erano neppure accorti delle parti mancanti (ride). Le scene che ho tolto erano una conclusione sui personaggi in cui mostravo gli effetti delle scelte sulle loro vite. Mi sono reso conto che non servivano perché era facile intuirlo senza ulteriori spiegazioni. Tieni conto però che stiamo parlando di un pubblico come quello americano, abituato a narrazioni in cui ogni passaggio viene chiarito più volte. Tornando a ciò che mi avevi chiesto dico che il bello di una saga come questa è di avere pochi limiti nel farla perché non essendo i due capitoli collegati uno con l’altro abbiamo potuto definire l’universo del nostro film come volevamo.

Rispetto alla costruzione del tuo film come ti sei comportato rispetto a quello di Villeneuve. Hai già detto che Soldado è tutt’altra cosa rispetto a Sicario, però mi interessava sapere come ti sei rapportato con l’opera di Villeneuve.

Rispetto alla prima domanda: ho fatto quello che faccio da sempre e cioè ignorare rispettosamente il lavoro precedente perché non era richiesto farvi riferimento. Ai produttori interessava fare un film diverso: non parlo solo dal punto di vista artistico ma pure strutturale. Trovo che Sicario sia un film più delicato: ha un punto di vista morale che per paradosso lo rende più morbido, meno forte, meno provocatorio. Visivamente è più lento. Io ho fatto il mio film quindi non mi sono posto il problema del lavoro fatto da Villeneuve. Tieni conto che lui è una persona molto carina: il giorno prima che iniziassero le riprese mi ha mandato una mail meravigliosa. In realtà avevo a che fare con un progetto simile alla serie di Alien, nella quale, a differenza di quella di Sicario, c’è comunque un legame dato dalla continuità temporale delle varie storie. Parlando di analogie, pensa alla diversità dei registi che vi hanno lavorato: Scott e Cameron, tanto per dire, non potrebbero essere due autori più distanti uno dall’altro. Così succede nella saga di Sicario in cui ogni volta si chiama un regista la cui specificità coincide con il tipo di universo che si vuole rappresentare.

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Hai appena detto che Soldado è un film provocatorio. Forse lo è per il fatto che nel film tutti gli schieramenti sono sovrapposti e confusi e che poi alla fine non conta più niente da che parte stiano.

La provocazione deriva dall’impianto del racconto che è costruito in maniera tale da far perdere qualsiasi riferimento rispetto al concetto di bene e male. I personaggi di Benicio Del Toro e Josh Brolin iniziano la loro l’operazione per vendicarsi di un evento brutale, ma cercando di contrastare il male iniziano a esercitarlo. A quel punto ci si accorge che i personaggi non sono filtrati da uno sguardo morale, poiché vedendoli agire perdi completamente il senso delle loro azioni. Pensa solo al personaggio di Del Toro: all’inizio è un un killer vittima di un desiderio di vendetta che gli ha fatto perdere il gusto di ciò che fa. Va avanti come un automa fino a quando a farlo ritornare in sé è la figlia di colui che gli ha sterminato la famiglia, per la cui salvezza è disposto a mettersi contro tutti. Questo fa sì che lo spettatore perda ogni relazione con ciò che sapeva in partenza. Tieni conto che nel quadro appena descritto non c’è nessuno sguardo morale che possa aiutare a digerire tale processo. La provocazione sta dunque nel fatto che non ci sia nessuno a guidarti per mano quando ti siedi nella sala, ma che tu sia solo di fronte a questa esperienza. Nel cinema attuale è una cosa abbastanza destabilizzante.

Tornando sulle differenze tra l’Europa e Hollywood mi piacerebbe capire meglio quante e quali siano state quelle che hai dovuto affrontare. E ancora hai avuto difficoltà a imporre le tue idee e a mantenere la tua identità?

In Europa il film parte quasi sempre dal regista: pur non avendo il director’s cut è comunque una figura fondamentale del processo creativo perché nel nostro continente di solito si ha a che fare con un produttore e un distributore, quindi ci sono meno parti in causa. In America il sistema è più complesso perché tu hai un produttore che detiene i diritti della proprietà letteraria, uno studio che finanzia il film; c’è poi il distributore rappresentato dagli studios con i loro esecutive, senza contare il distributore estero. Per cui quando inizi a lavorare tu condividi il tuo progetto e la tua visione con almeno otto persone. In quel contesto è molto più facile perdere il tuo tocco, che è però il motivo per cui ti hanno chiamano. Loro sono bravissimi ad associare il talento a un determinato tipo di progetto, d’altro canto l’organizzazione in cui si muovono fa si che le singole parti tirino l’acqua al proprio mulino. Cosi c’è lo studio che ritenendo il film troppo violento vuole che lo si tagli; d’altra parte gli Studios pensano che il pubblico non sia così evoluto da poter avere un punto di vista sui fatti e che quindi abbia bisogno di spiegazioni rispetto a ciò che ha visto. Il che ti fa perdere un sacco di tempo a discutere sulla necessità di aggiungere un passaggio ancora più esplicativo sui fatti raccontati. Da questo punto di vista, avendo loro l’ultima parola ed essendo i film molto spesso centrati non sul regista ma sugli attori è ovvio che il ruolo dell’autore rischia di essere davvero marginale nel processo creativo. Questa è la cosa che mi terrorizzava di più. Penso di essere stato molto insistente sulle mie posizioni facendomi forte del fatto di non appartenere a quel mondo. In più sono stato molto fortunato ad avere dei produttori illuminati che hanno protetto e difeso la mia visione. Decisivi, però, sono stati i test di marketing da cui dipende la vita del film. Se vanno male te lo possono persino togliere di mano e montarlo per conto loro, oppure farlo girare da un altro regista. Gli esiti di queste proiezioni sono andate così bene che tutti si sono rilassati e io ho potuto fare ciò che avevo in testa. Questo per dire che la cosa dipende da te fino a un certo punto. Contano molto le circostanze e le cose che succedono sul momento a volte fanno la differenza. Diciamo che la realizzazione di un film è molto più scivolosa che da noi.

Hai parlato di cambiamenti che riguardano anche i personaggi. Quanto è stato difficile farli accettare ad attori già affermati come Del Toro e Brolin?

Alla fine ti dico che gli attori sono tutti uguali nel senso che puoi fare più fatica a spiegarti però il meccanismo è sempre lo stesso: nel momento in cui un attore sente che tu hai una visione il massimo che può fare è cercarla di capire. Per questo ti dicevo che sono uguali nel senso che lo sono nel rapporto che tu hai  con loro. Nel momento che si fidano di te e del tuo sguardo, che capiscono cosa c’è dietro una determinata scena e quali sono le emozioni che attraversano il personaggio, allora si rilassano e chiunque tu abbia davanti, famoso o no che sia, ti guarda e chiede “andava bene così?”. A quel punto il gioco è fatto.

Utlima modifica: 16 ottobre, 2018



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