Girl di Lukas Dhont, il film vincitore della Caméra d’Or allo scorso Festival di Cannes, arriva nelle sale

Vincitore di numerosi premi, Girl di Lukas Dhont, esordiente nel lungometraggio, ritrae con vicinanza e attenzione e insieme col necessario distacco e pudore un personaggio quantomai complesso e sfaccettato, vero centro dell’opera e suo cuore pulsante

  • Anno: 2018
  • Durata: 105'
  • Distribuzione: Teodora Film
  • Genere: Drammatico
  • Nazionalita: Belgio
  • Regia: Lukas Dhont
  • Data di uscita: 27-September-2018

La quindicenne Lara divide il suo tempo fra intensivi e faticosi allenamenti di danza per diventare étoile e costanti visite mediche per cambiare se stesso: perché Lara, pur sentendosi una femmina, è nata in un corpo maschile, con tutte le difficoltà e il disagio che tale condizione le causa.

Il mondo esterno, rappresentato delle lezioni di danza e dal contatto con le compagne – che nulla sospettano della sua vera natura- e quello interiore, costituito dal tentativo della protagonista di mutare il proprio genere sessuale: ambedue questi mondi, queste parti ineliminabili della vita di Lara con le quali è costretta ogni giorno a confrontarsi, vengono opportunamente accostati e collocati in parallelo. La fatica e costanza, la tenacia e la sopportazione dei dolorosi esercizi accettati non solo con abnegazione, ma intensamente voluti; la difficoltà e lo scrupolo con cui la protagonista cela ad altrui la sua vera natura, e persegue un altrettanto e non meno doloroso processo medico e chirurgico volto conquistare quella forma che sente di possedere ma il caso non  ha voluto concederle; l’attenzione costante nell’osservare mutare lentamente la propria persona giorno dopo giorno per raggiungere la condizione desiderata, affinché il suo corpo divenga finalmente ciò che essa sente essere, affinché la crisalide si muti in farfalla e spicchi finalmente il volo. Ambedue questi piani, come si diceva, si riflettono sapientemente l’uno nell’altro, a testimoniare la fatica e insieme la forza interiore dimostrate dalla protagonista per conseguire le sue massime aspirazioni: diventare prima ballerina e una ragazza, potendosi così vivere senza più il timore di dover nascondere la propria figura e godere appieno di una stagione che segna l’inizio della vita vera, coi primi sentimenti, le prime gioie e delusioni, qual è l’adolescenza.

Per rappresentare una tale complessità tematica sul piano del linguaggio cinematografico, Lukas Dhont avvicina la macchina da presa, quasi a indagarne l’animo e i sentimenti profondi, alla protagonista, pur senza violarne l’intimità e riuscendo a coglierne, attraverso la gestualità, i minimi movimenti della persona e del volto, il groviglio di sentimenti e pulsioni che agitano un corpo efebico, debole all’apparenza, ma tenace nel resistere e perseguire i propri fini, quelli di divenire prima ballerina e di raggiungere finalmente la condizione che se propria, quella appunto femminile. Un’osservazione, dunque, insieme attenta e pudica insieme: attenta nel mostrare l’astratto, i sentimenti, la gioia e il dolore, la debolezza e la forza del personaggio, la sua interiorità profonda, con un linguaggio iconico e verbale, qual è quello del cinema, ma in questo caso, dato l’uso parco dei dialoghi e la loro brevità (mai vengono usati in funzione esplicativa, ma sono al contrario sempre legati alla situazione contingente in cui sono pronunciati) più declinato verso la capacità comunicativa delle immagini; pudica, al contempo, in quanto mai l’osservazione diretta e ravvicinata dell’obiettivo trasforma il personaggio in un insetto da studiarsi al microscopio, ma al contrario ne rispetta sempre l’intimità e il privato, ostentando pudore e comprensione, quando Lara, per esempio, deve celare alle compagne la sua diversità.

Contribuisce a tale raffigurazione dell’astratto, di ciò che per sua natura non potrebbe esser rappresentato e reso visibile, l’uso qui particolarmente funzionale della macchina a mano che insegue i volteggi della ballerina Lara, senza lasciarla nemmeno per un istante, ma piegandosi e adattandosi a suoi movimenti. Una scelta di regia che, oltre a rivelarsi particolarmente efficace, rimanda alla lezione del Neorealismo italiano e della Nouvelle Vague, in cui era la macchina da presa a esser funzionale ai moti e agli slanci dei personaggi, a seguirli nei loro spostamenti nello spazio diegetico e non, al contrario, mortificando la mobilità e la fisicità del corpo dell’attore alla staticità di un’inquadratura fissa. Ecco perché, in virtù di tali scelte estetiche, il personaggio di Lara (forte anche della notevole interpretazione di Victor Polster, tutta giocata di sottrazione, di sussurri e di movimenti appena accennati, sapientemente in bilico fra pose e gestualità maschili e femminili) diviene tanto affascinante e complesso, per la capacità del regista e dell’interprete di costruire una protagonista, autentico centro gravitazionale dell’opera, approfondito e a tutto tondo, che alterna momenti di tenacia e di forza ad altri d’abbandono e debolezza.

Infine, Girl può essere accostati ad altri due film usciti negli ultimi anni: Tomboy (2011) di Céline Sciamma, dove la decenne Laure assumeva per i compagni di gioco l’identità fittizia e maschile di Mickäel, e 3 Generations (2015) di Gaby Dellal, dove l’adolescente Ray (interpretata con eccezionale talento e vibrante intensità drammatica dalla bravissima Elle Fanning, senz’altro la più dotata e talentuosa attrice americana della sua generazione, capace di conferire al personaggio una profondità e una complessità rare a trovarsi), nata in un corpo femminile pur sentendo d’appartenere al sesso opposto, tanto da farsi chiamare con un un nome maschile, attraversava il difficile processo – inverso e contrapposto a quello compiuto da Lara in Girl – per conquistare finalmente la propria armonia interiore, liberandosi di un involucro che non le è mai appartenuto e la cui estraneità si manifesta con maggior evidenza in un’età di passaggio come l’adolescenza (quella che vive la stessa Lara), dove i caratteri sessuali secondari cominciano a manifestarsi più evidentemente e più difficile e complicato diventa nasconderli, e più impellente e necessario risulta definire in modo univoco il proprio genere sessuale e più latamente la propria personalità. Opere queste legate da un tema di fondo comune, affrontato con franchezza e spontaneità (in Tomboy viene mostrato senza la minima reticenza o ipocrisia il nudo integrale della protagonista riflesso in un specchio), da un lato; e insieme con tutta la delicatezza, il tatto e la profondità di cui il linguaggio cinematografico è capace. In sala dal 27 settembre distribuito, come molte fra le opere più complesse e riuscite degli ultimi anni, che una volta si sarebbero chiamate di ricerca e oggi rischierebbero di non uscire al cinema, o sarebbero magari condannate ad una distribuzione solo in dvd, dalla Teodora Film di Vieri Razzini e Cesare Petrillo.

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Utlima modifica: 20 Settembre, 2018



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