Festival Visioni dal mondo: masterclass con Costanza Quatriglio, dopo la proiezione del suo documentario Col fiato sospeso

Costanza Quatriglio parla della mescolanza tra realtà e finzione nei suoi film, insieme a Sembra suo figlio, nei prossimi giorni in sala

Il più bel regalo della regista Costanza Quatriglio al pubblico di Visioni dal mondo è stata la proiezione di tre clip del suo documentario Il mondo addosso (2006), nel quale inizia la storia vera di Mohammad Jan Azzad, raccontata nel suo film in uscita domani, Sembra mio figlio (oltre a qualche momento esplicativo dello stesso suo nuovo film). Jan era allora in Italia da cinque anni e spendeva il suo tempo nel recupero di minorenni soli, spesso afgani come lui, che trovava in giro per la città, per affidarli a chi si sarebbe preso cura di loro.

Uno tra gli esempi più significativi di come può iniziare e svolgersi il lavoro della Quatriglio, nel percorso coerente della sua carriera (mai lavorato su committenza, ma solo seguendo necessità interiori e cercando un linguaggio sempre diverso e sempre libero, dice il presidente artistico del festival Fabrizio Grosoli). L’idea iniziale nasce da una curiosità, un interesse, un ascolto. Solo da lì può partire il massimo grado di elaborazione e di scrittura. Nel 2006 l’attenzione empatica si rivolgeva a ragazzi rumeni, afgani e moldavi, le cui storie superavano qualunque tipo di fantasia per le svolte drammatiche delle loro vite. Tra loro, Jan non ha detto nulla di sé, fino alla fine del film. Solo allora ha parlato della perdita della madre e del suo desiderio di ritrovarla. Passano gli anni e nel 2010 chiama la regista per comunicarle l’esito delle sue ricerche. Da qui lo studio della Quatriglio che la porterà a esplorare un mondo, purtroppo dolorosissimo, quello della popolazione Hazara perseguitata in Afghanistan. Altro non diciamo del suo nuovo film, solo che non vediamo l’ora di vederlo, soprattutto dopo avere goduto di due spezzoni, altro generoso regalo della regista, e aver apprezzato la continuità, la circolarità con il documentario che compie ora dodici anni.

Quando un fenomeno si mette a fuoco, per Costanza Quatriglio, denunciare non è più rimandabile. Denunce mai urlate, le sue, sommesse, ma non per questo meno incisive, come nel caso del documentario Col fiato sospeso (2013). L’atto d’accusa è rivolto alle università italiane che gestiscono vecchi laboratori di chimica senza rispettare le dovute sicurezze. Lo studio inizia all’università di Catania, dove lavorava il ricercatore Emanuele Patané (la sua voce è quella di Michele Riondino), morto di cancro ai polmoni, ma si è estesa ad altre in Italia, attraverso tante interviste e testimonianze. Nel documentario la voce e il viso conosciuti di Alice Rohrwacher rappresentano tutti gli studenti che si innamorano degli esperimenti di chimica ed esultano quando possono fare la tesi in laboratorio o il dottorato. Il ricorso a un’attrice così riconoscibile, che si assume la responsabilità del ruolo attraverso il gioco della messa in scena della testimonianza, supera la dialettica realtà-finzione. Ed è su questo tema che Costanza Quatriglio riflette e fa riflettere il pubblico, non tanto sul confine tra questi due aspetti filmici, quanto sulla loro mescolanza.

Il regista deve fare un patto con lo spettatore, seminando, soprattutto all’inizio del film, una serie di elementi di senso, attraverso i quali acquisisca fiducia, per condurre il pubblico nel tempo e nello spazio in dimensioni lontane, oppure addirittura invisibili. Deve riuscire a far oltrepassare una soglia, non solo di tempo e spazio, ma anche di significato. Noi non sappiamo per un bel tratto del film della morte di Emanuele Patané, ma quando lo scopriamo siamo già pronti per accoglierla, perché gli indicatori di senso ci sono stati offerti subito e poi gradualmente.

La testimonianza di Alba Rohrwacher, che impersona la studentessa Stella, è di una soggettività molto precisa; le si aggiungono inquadrature che hanno un valore fortemente emotivo, come quella dell’amica, Anna, e che poi vedremo in ospedale, mentre Stella non la vediamo nella malattia, ma solo nell’intervista gestita dalla stessa Quatriglio. La bella intesa e la complicità tra le due danno verità alle domande e alle risposte di Alba, che guarda timida nella macchina da presa, nervosa quanto basta e risollevata come chi ha finalmente trovato uno spazio d’ascolto. Alba-Stella ricostruisce la gioia degli studenti, l’amore verso la creatività del lavoro, verso il laboratorio che diventa la loro vera casa. Poi, elementi espressivi nuovi, come una porta chiusa per esempio, ci conducono in un posto immateriale, in questo caso quello di una generazione sotto ricatto.

Per sottolineare ancora di più il valore, per lei, di questo documentario, la Quatriglio mostra due spezzoni di un altro suo lavoro, L’isola (2003), che tratta della formazione di due fratelli, lei bambina, lui adolescente, a Favignana. Qui, per dare credibilità al documentario, l’attore Marcello Mazzarella, nel ruolo del padre, ha dovuto spogliarsi della sua tecnica per confondersi e fondersi con i pescatori di tonni; Turi, il figlio, che attore non è, insieme a Teresa, la bambina, mettono a disposizione il loro vissuto, la realtà che entra al servizio del racconto. Col fiato sospeso supera tutto questo, prendendo un’attrice e dicendole di giocare a fare la testimone. E Alba rimane nel suo ruolo di attrice, mantenendosi credibile, stimolando la partecipazione e non tradendo la realtà.

Costanza Quatriglio, nel flusso pacato che è la sua esposizione, porta alcune sequenze anche del documentario Terramatta – Il Novecento italiano di Vincenzo Rabito analfabeta siciliano (2012), la storia di un uomo che non si è seduto al tavolo della storia, ma ne ha scritto ben mille pagine, diventate un caso letterario molto interessante. Anche qui la regista riflette sugli elementi espressivi che consentono il patto con lo spettatore, di cui ha parlato all’inizio dell’incontro, e sugli indicatori di senso che ci rendono credibile e affascinante la storia del Novecento, inedita, di una persona altrimenti del tutto insignificante.

Altre riflessioni su 87 ore (2015), che pure la regista avrebbe voluto offrirci, sono state rimandate a un altro eventuale incontro, vista l’ampiezza e la generosità della sua coinvolgente trattazione.

La sua parola d’ordine finale è stata: “Attenzione: restituire allo spettatore l’esperienza vissuta attraverso il processo narrativo, in modo che possa partecipare al mio stesso stupore”.



Condividi