Venezia 75: Zan (Killing), l’esplosiva, ultima opera, di Shinya Tsukamoto (Concorso)

L’esplosiva, ultima opera, ad oggi, del geniale regista di Tokyo continua a formarsi e deformarsi sotto le spinte violente della sua ispirazione: lo statuto del reale si fa sempre più ambiguo, tesissimo fra una macchina a spalla disturbata e lunghe immagini di stallo che evocano paesaggi e linguaggi più meditati e filosofici

  • Anno: 2018
  • Durata: 80'
  • Genere: Drammatico
  • Nazionalita: Giappone
  • Regia: Shinya Tsukamoto

Per quegli strani arabeschi del destino, durante la 75esima Mostra del Cinema di Venezia sbarcano insieme al Lido David Cronenberg e Shinya Tsukamoto, due facce di una stessa medaglia, due discorsi complementari quanto differenti sulla poetica della “nuova carne”. Non è un mistero che il cinema del geniale cineasta giapponese sia debitore (ma mai derivativo) di quanto Cronenberg ha teorizzato fin dai suoi esordi, ovvero la fusione moderna, anzi postmoderna, dell’organico con il meccanico. Eppure dopo questa genesi comune, in Tsukamoto il discorso si è evoluto e germinato in un universo filmico autonomo e personalissimo: costruito sull’uso insistito della steadycam e su un montaggio ipercinetico e violento, lenti d’ingrandimento per mettere a fuoco l’alienazione tutta contemporanea che influisce, determina e distrugge il senso di identità, sulle cui macerie l’autore costruisce le sue storie.

C’è quindi un filo rosso che lega stretti insieme Testuo, il ragazzo di ferro del suo esordio (nell’omonimo titolo del 1989, profeta del cyberpunk d’oriente), uomo-macchina dal cui corpo esplodono superfetazioni e dal cui pube fuoriesce una trivella; e il ronin, guerriero senza padrone, protagonista di Zan (Killing), la cui coscienza impedisce di continuare ad usare la sua spada per poi masturbarsi compulsivamente dietro la sua capanna. L’esplosiva, ultima opera, ad oggi, del geniale regista di Tokyo continua a formarsi e deformarsi sotto le spinte violente della sua ispirazione: lo statuto del reale si fa sempre più ambiguo, tesissimo fra una macchina a spalla disturbata e lunghe immagini di stallo che evocano paesaggi e linguaggi più meditati e filosofici; e torna la pulsione distruttiva di ogni suo personaggio – dal ronin che non vuole più combattere fino al contadino che vuole andare in guerra pur non avendo esperienza, fino al samurai che si getta a capofitto in duelli invincibili, che restituisce ritratti e ossessioni che riconducono tutto ad un sadomasochismo malvelato, come un bubbone di rabbia che si espande sottopelle ed esplode violento e irrefrenabile seguendo trasformazioni fisiche e mentali.

Zan è un capolavoro ferino: diretto, scarnificato quasi nella sua essenzialità, selvaggio nel suo lasciare emergere forze istintuali implacabili. E modernissimo, nel saper riportare la feroce realtà del Giappone feudale di metà Ottocento, e che non riesce a rassegnarsi al suo ingresso nella modernità, fino ai giorni nostri e alle nostre angosce contemporanee, con un salto bestiale che assale e non abbandona la presa.

GianLorenzo Franzì

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Utlima modifica: 7 Settembre, 2018



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