Venezia 75: Sunset di Laszlò Nemes è uno sfoggio di stile artificioso e privo di anima, purtroppo deludente (Concorso)

Sunset appare una lunga, troppo lunga ed estremamente ripetitiva sequenza di scene tutte focalizzate sull’estetica, sia dei luoghi che dei personaggi, ma che rimane tale e senza anima. Impossibile non esprimere il dispiacere per la sonora delusione provocata dal nuovo film di Laszlò Nemes

  • Anno: 2018
  • Durata: 142'
  • Distribuzione: Movies Inspired
  • Genere: Drammatico
  • Nazionalita: Ungheria, Francia
  • Regia: László Nemes

A rischio di apparire impopolari, anche se in realtà si tratta di una visione che ha diviso molto, è impossibile non esprimere il dispiacere di una sonora delusione nei confronti di Sunset di Laszlò Nemes, uno dei film in Concorso che, dopo l’esordio notevole come Son of Saul (2016), era tra i più attesi alla Mostra del Cinema di Venezia e che, invece, lascia la sensazione di un’opera pretenziosa e troppo compiaciuta per trattarsi soltanto del secondo film del regista ungherese. Nemes punta tutto sulla messa in scena che di per sé non sarebbe certo un difetto, se non fosse che lo fa in modo prolisso, pesante e monotono. Se già si tratta di un lavoro che non dà particolare importanza alla narrazione, che non scorre né fluida, né certamente avvincente, almeno la messa in scena su cui si è investito maggiormente avrebbe dovuto, in qualche modo, infondere energia e dare una sorta di slancio al dispiegarsi e allo sviluppo del progetto. Sunset, invece, appare una lunga, troppo lunga ed estremamente ripetitiva sequenza di scene tutte focalizzate sull’estetica, sia dei luoghi che dei personaggi, ma che rimane tale e senza anima. Un continuo ed estenuante tallonamento della protagonista Irisz, interpretata da Juli Jakab, cui il regista sta perennemente e letteralmente con il fiato sul collo, bellissima per carità, ma fredda e impersonale e, soprattutto, che per quanto bella, dopo due ore e mezza di inquadrature tutte uguali, stancherebbe anche se fosse la Madonna. Per il resto, vi è un altro mezzo di utilizzo continuo che si ripete inesorabilmente per tutta la durata del film, quello di sfocare tutto ciò che sta intorno all’oggetto dell’inquadratura, che è pure un espediente interessante il cui effetto può essere godibile per l’occhio dello spettatore, magari quando non lo vede ogni mezzo minuto.

Riguardo la narrazione, si tratta di una trama non lineare, in molti punti di non immediata comprensione, altro aspetto che di per sé non è necessariamente una mancanza, anzi, ma al di là del fatto che non sia un racconto convenzionale ed esplicito la cui interpretazione possa dar spazio a diverse chiavi di lettura, che potrebbe anche essere un elemento di pregio a seconda di come viene presentato, qui la debolezza sta nel fatto che ci si trova davanti a una storia confusa, sconclusionata, che non si sa dove voglia andare a parare per la maggior parte del tempo; e non come accade in opere in cui la non linearità e la non diretta comprensione sono volute e affascinanti, ma un film  in cui ci sono dei dialoghi e delle situazioni che dovrebbero rendere conto di cosa sta succedendo ma lo fanno in modo farraginoso e maldestro.

Siamo nella prima decade del secolo scorso, durante l’impero austroungarico e vediamo questa donna che torna a Budapest, sua città di origine, dove i suoi genitori erano morti quando aveva due anni non si sa come, che a partire dall’attività di famiglia, una cappelleria di lusso, inizia una ricerca di non sa nemmeno lei che cosa: prima il fratello di cui non conosceva l’esistenza, poi cerca di capire cosa accade nel negozio, poi di nuovo il fratello, e così va avanti per tutto il film errando con Nemes alle costole, mentre prende prima una carrozza e poi l’altra, reclutando personaggi inutili e quasi anonimi (nel senso che l’unica cosa che ci viene detta è il loro nome quando lei lo chiede e poi della maggior parte non sapremo più nulla) e tutti quanti a turno le dicono di lasciare la città mentre lei prende un’altra carrozza, a volte si cambia d’abito e ricomincia daccapo. Il tutto per due ore e mezza.

Anche gli elementi che dovrebbero contribuire a trasmettere l’ipotetica angoscia della protagonista, il suono del suo respiro affannato quando ha paura, la voce, la minaccia di violenza continua, il mistero e l’ambiguità, che poi rimangono tali su cosa dovrebbe accadere o cosa sia accaduto a chi viene minacciato, in realtà risultano poco autentici e di conseguenza poco efficaci. Anche a voler vedere nel racconto disorganico e incerto che ci viene proposto una ricerca di se stessi e delle proprie origini in un mondo marcio e subdolo, una metafora della lotta al potere corrotto e prevaricante, per quanto rappresentato in modo banale e stereotipato (in linea con la gran parte delle tematiche presentate quest’anno al Lido un po’ in tutte le salse e generi), a voler riconoscere la perizia e la minuziosità dell’accurata ricostruzione storica, ad ammettere la indubbia bellezza dei costumi e la cura dei particolari, tutti elementi presenti e lodevoli, non è possibile purtroppo dire che possano essere considerati sufficienti a rendere Sunset un lavoro eccezionale, né a confermare la prosecuzione di quella strada che, come una sorta di esordiente prodigio, aveva introdotto Nemes da subito sulla via percorsa dai grandi registi, dopo un primo film più o meno condivisibile, ma di certo oggettivamente molto più intenso e sentito, come Son of Saul. Un’opera estremamente autoriale, ma nel senso più arrogante e lezioso del termine, che risulta, dispiace dirlo, artificiosa, poco sentita e priva di anima. Si spera che in un terzo film o nei prossimi il regista possa apportare elementi nuovi e/o un cambio di direzione, anche se appare difficile, dato che lo stile e la mano dell’autore sono già abbastanza riconoscibili e lasciano poco spazio a innovazioni. Uno stile che non si coniuga con estro, talento, creatività e, soprattutto, con un amore sincero per il cinema più che per se stessi.

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Utlima modifica: 4 Settembre, 2018



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