In seconda serata su Canale 5 alle 23,55 La prima cosa bella di Paolo Virzì, con Valerio Mastandrea, Micaela Ramazzotti e Stefania Sandrelli

Sentimentalmente genuino, l'ironico dramma diretto da Virzì commuove senza stucchevoli giochi registici, svuotato dai cliché di genere e arricchito dai veraci "toscanismi" del popolo, in una Livorno a tratti cupa e spietata. Tre David di Donatello e quattro Nastri d'Argento nel 2010

  • Anno: 2010
  • Durata: 110'
  • Genere: Commedia
  • Nazionalita: Italia
  • Regia: Paolo Virzì

In seconda serata su Canale 5 alle 23,55 La prima cosa bella, un film del 2010 diretto da Paolo Virzì. È il nono film del regista livornese, che torna a girare nella sua città natale. Le riprese sono iniziate l’11 maggio 2009 e il film è uscito nelle sale cinematografiche italiane il 15 gennaio 2010. Il film ha ottenuto 18 candidature ai David di Donatello 2010, tra cui quelle per il miglior film, il miglior regista e i migliori attori, vincendo tre premi, per la sceneggiatura, l’attrice protagonista (Micaela Ramazzotti) e l’attore protagonista (Valerio Mastandrea). Ha inoltre ottenuto 10 candidature ai Nastri d’argento 2010, vincendo quattro premi, per il regista del miglior film, la sceneggiatura, l’attrice protagonista (Micaela Ramazzotti e Stefania Sandrelli) e i costumi. È stato scelto dalla commissione dell’ANICA come candidato italiano all’Oscar 2011 per il miglior film straniero. Il titolo del film è tratto dall’omonima canzone di Mogol e Nicola Di Bari, portata al successo da quest’ultimo nel 1970, di cui la cantante Malika Ayane ha realizzato una cover per la colonna sonora del film.

Sinossi
Bruno, professore di lettere a Milano, torna nella sua Livorno dopo l’aggravarsi della malattia di sua madre Anna. L’incontro lo riporta con la memoria all’infanzia e all’adolescenza, al rapporto

La recensione di Taxi Drivers (Luca Biscontini)

Quando si parla di Paolo Virzì, si cerca sempre di definirlo come colui che, più di altri, ha raccolto l’immensa eredità della commedia all’italiana. Il problema sorge quando, dovendo indicare esattamente a quale regista affiliarlo (Risi, Monicelli, Scola), l’impasse appare insuperabile. Forse, stavolta, con La prima cosa bellapossiamo disimpegnarci agevolmente da questo lezioso imbarazzo, individuando nel Pietrangeli di Io la conoscevo bene, il tanto agognato padre artistico.

La pellicola del regista livornese segna una non trascurabile inversione di rotta, con riferimento al consistente rallentamento del ritmo narrativo, di solito frenetico in tutti i suoi film e, soprattutto, rispetto all’innesto di una ventata di gradito ottimismo che, anch’essa notevolmente in contrasto con le precedenti produzioni, estorce fragorosi applausi a fine proiezione.

Siamo a Livorno (serviva dirlo?), agli inizi degli anni settanta, Anna Nigiotti (Micaela Ramazzotti) è una giovane donna sposata con due figli che, in seguito ai ripetuti litigi con un marito semplice e all’antica, scappa da casa, dando inizio a una vita avventurosa e, per l’epoca, certamente censurabile. Anna, nonostante tutti i passi falsi in cui inciampa, non smette di amare smisuratamente i propri figli che, loro malgrado, l’accompagnano in questa scapestrata vita.

Divenuti adulti, Bruno (Valerio Mastrandrea) e Valeria (Claudia Pandolfi) si ritrovano, dopo molti anni, al capezzale della madre (Stefania Sandrelli), oramai anziana e malata terminale di cancro. A questo punto, la piccola epopea familiare trova l’occasione per essere ripercorsa ed elaborata, attraverso un aggrovigliarsi di flash-back e considerazioni attuali, in una staffetta d’interpretazioni davvero notevole tra Micaela Ramazzotti e Stefania Sandrelli. Il personaggio della madre tratteggiato da Virzì ricorda non poco quello interpretato dalla stessa Stefania Sandrelli nel celebre film di Pietrangeli, e davvero encomiabile risulta la bravura della giovane Ramazzotti nel riprodurre tic e movenze dell’illustre collega.

Assistiamo a uno strazio di cuori coinvolgente, commovente, sullo sfondo di un periodo politico incandescente, che solo a tratti emerge, in riferimento alla differenza di classe oppure quando, di sfuggita, vediamo campeggiare un manifesto su un muro inneggiante alla libertà del Cile. Ma è l’amore che aleggia in tutto il  film, quello eccessivo di una madre che, come rileva lo scorbutico e anaffettivo Bruno, è così grande che non lo si può evitare. È su questo piano che Virzì ci spiazza, senza cedere ad alcuna evocazione nostalgica del passato, bensì proiettandosi nel presente con una speranza nuova e sincera. Ce n’era proprio bisogno.

Utlima modifica: 13 Gennaio, 2020



Condividi