Venezia 75: il ritorno di Alfonso Cuarón, dopo Gravity, con Roma (Concorso)

Se Gravity puntava alla spettacolarizzazione dell’evento e all’impiego di glamour attraverso i volti di Sandra Bullock e George Clooney, con Roma Cuarón ha creato una visione intimistico-viscerale in cui i rapporti socio-umani vengono letti con parsimoniosa finezza e digeriti ancora più lentamente

  • Anno: 2018
  • Durata: 135'
  • Genere: Drammatico
  • Nazionalita: Messico, USA
  • Regia: Alfonso Cuarón

Sinossi
Città del Messico, anni Settanta. Un vivo ritratto del conflitto domestico e della gerarchia sociale in un momento di disordini politici, raccontato attraverso le vicende della domestica Cleo e della sua collaboratrice Adela, entrambi di discendenza mixteca, che lavorano per una piccola famiglia borghese nel quartiere Roma a Città del Messico. Sofia (Marina de Tavira), madre di quattro figli, deve fare i conti con l’assenza del marito, mentre Cleo affronta una notizia devastante che rischia di distrarla dal prendersi cura dei bambini di Sofia, che lei ama come se fossero i propri.

Dopo i sette Oscar vinti nel 2014 per Gravity, Alfonso Cuarón (ri)sbarca alla Mostra del Cinema di Venezia portando Roma, racconto intimo e toccante ambientato, nei primi anni Settanta, in uno dei quartieri più eleganti di Città del Messico. Distribuisce Netflix. Nato come spunto dai ricordi d’infanzia del regista, il film mette al centro le storie di più anime, diverse ma fragili, ma non solo: Sofia, donna borghese con quattro figli tremendi e un marito che li ha abbandonati; Cleo, l’amorevole e dolcissima domestica a loro servizio; infine, tutto il contorno costituito da personaggi secondari tra cui Fermín, il ragazzo che “ferisce” il cuore di Cleo, poi implicato nelle rappresaglie messicane del 1971.

Cleo e Sofia diventano le vere assi portanti di un affresco che scioglie ogni riserva dell’essere sprezzante, trasformando in pura affettività (affatto smielata, anzi) il rapporto servo-padrone. Via via quest’ultimo muta a favore del rispetto quotidiano (senza scadere nel servilismo più esasperato) e di una bontà innata, genuina, spontanea, incondizionata, quella che solo una madre può provare per il proprio figlio. O una che vorrebbe averne. I due piani-sequenza (ormai simboli-cardine dell’intera opera) che scandiscono il dolore del lutto, della tragedia (la bambina di Cleo) e la gioia della presenza, dell’esistenza in sé (il salvataggio in mare), diventano perfetto esempio di catarsi che purificherebbe anche lo spettatore più arcigno. Catarsi contrappuntata da un avvolgente uso del bianco e nero.

Se Gravity puntava alla spettacolarizzazione dell’evento e all’impiego di glamour attraverso i volti di Sandra Bullock e George Clooney, con Roma Cuarón ha creato una visione intimistico-viscerale in cui i rapporti socio-umani vengono letti con parsimoniosa finezza e digeriti ancora più lentamente. Ma con gusto e intensità, soprattutto grazie alla meravigliosa prova delle protagoniste, Yalitza Aparicio (Cleo) e Marina de Tavira (Sofia): un tandem magico che accomuna cuore, stomaco e lacrime.

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